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La corsa del lupo

Correvamo felici nella radura illuminata dal sole sorgente. In quella calda mattina di metà primavera. Successe all’improvviso. Come folgorati da un fulmine. Come spinti in un’altra dimensione dalla nostra corsa insieme, uno accanto all’altro. Elevati a una comprensione diversa. Capaci di vedere un intreccio lucente di vie, dopo aver frantumato il muro che pensavamo essere il limite invalicabile. 

Era come immergersi in un mare calmo, in acque straordinarie, nelle quali il mio io si perdeva, per ritrovarlo trasfigurato, avviluppato a quello di ciascuno dei miei fratelli e delle mie sorelle. 

Per sentirsi avvolto in un abbraccio immenso. Per fluttuare senza paura, grazie a una nuova forza, alla nostra forza. Alla forza che scaturiva dal noi. Mi osservavo come fossi altro da me. Un essere diverso, oltre la sommatoria banale delle cinque nostre anime. 

Non riuscivo, però, a lasciarmi andare completamente. La mia mente resisteva al dolce oblio del congiungimento. Era confusa su chi ora fossi. In realtà, non ero in grado di staccarmi dal mio io. 

La sensazione di iniziale meraviglia era attutita dalla paura di perdere l’identità, l’intimità con me stesso, la libertà. 

Eppure guardavo i volti felici degli altri, il lampo nei loro occhi, la consapevolezza di aver superato una barriera e di volare alto. Soprattutto le mie sorelle. Erano bellissime. Il vento modellava il loro corpo, rendendolo quasi etereo. 

Cominciavo a perdere la percezione delle differenze. Mi sembrava di assistere alla fusione dei loro corpi. Dei nostri corpi. Li guardavo correre accanto a me. Tutti. Poi di meno. E meno ancora, fino a uno soltanto. 

«Sono io che corro, ora solo? No. Siamo noi… Non riesco a comprendere. Ho paura, non ce la faccio. Voglio tornare nella mia individualità. Lo so. Lo so. Sto perdendo una cosa grandiosa per un timore, per un egoismo. Ma proprio non ce la faccio…».

Temevo di leggere nei loro occhi la delusione. Per colpa mia. E invece, “ritornati”, mi circondarono in un abbraccio felice, questa volta fisico. In attesa di quell’ululato di richiamo. Dalla rupe alta. Che si ripeteva da quando eravamo cuccioli. Che esprimeva la necessità di rientrare, ma che per nostro padre era soprattutto l’espressione della propria presenza, “separata” da quella degli altri. Separata dalla vita del branco. Proprio lui, che era solo. Era sempre stato solo. Solo come può sentirsi uno che non ha simili sulla faccia della terra; uno non riconosciuto, risultato dell’incontro fra due esseri diversi. Uno che… 

L’io senza speranza. 

I ricordi riaffiorano. Improvvisamente. Come locomotive sbuffanti e lucenti, provenienti chissà da dove, comparse nella stazione. Ammirate dai presenti. E invidiate per il viaggio.

Li vedo chiaramente. Come averli a due passi da me. Uno di fronte all’altra. Mio padre e mia madre. Scrutarsi negli occhi. Con l’amore del primo giorno. Affrontare la lotta tra l’io di lui e il noi di lei. Il branco, più in là. Silenzioso. Ma concentrato a emettere le energie giuste. A sostenerla. Per correre insieme e squarciare i muri, diventare uno, diventare noi…

Mi piace perdermi nei meandri della mia mente. Ora che sono vecchio. Riafferrare la meraviglia dell’alba della mia vita. Della nostra vita. Quando all’unisono prendevamo la linfa vitale dal seno di nostra madre. O ancora prima, quando i cordoni si intrecciavano nel suo ventre e ci univamo inconsciamente e ci tramutavano in “noi”. Noi ad affrontare il viaggio. Noi ad andare incontro alla luce viva, uno a uno, il più grande attendendo il suo momento, alla fine, quasi come a vegliare il passaggio di tutti. Come una squadra affiatata, ciascuno pronto a sostenere il compagno nelle difficoltà. 

Il noi che eleva.

Proprio come una squadra. Giovani, forti, entusiasti della vita. Eravamo noi. A caccia nei boschi. Sembravamo componenti automatiche di un meccanismo perfetto. Non c’era bisogno di segni. I movimenti erano quelli di un solo corpo. Contro chiunque. L’io emergeva nel momento culminante. Quando bisognava affondare il colpo nella preda raggiunta. Uno solo. Per rispetto. Per equità. Perché giusto. Per soddisfare l’io. Per dimostrare che l’equilibrio tra il noi e l’io era reale e sostenuto.

Nostro padre osservava dall’alto, solo. Non capivo se felice per la condivisione e l’affiatamento dei suoi figli o per l’ammirazione di uno spettacolo inimitabile. Oppure triste, per la sua incapacità a diventare parte di un noi. 

Una volta ci provò. Ce la mise tutta. Faticava a reggere le sincronie, che per noi erano naturali. Tenne quasi fino alla fine. Si era appena ritirato, quando la situazione precipitò. Le bestie si moltiplicarono. Uscivano da tutte le parti. Erano il doppio di noi. Alcune enormi, poderose, inattaccabili. I nostri meccanismi si incepparono. Non riuscivamo a ricomporci. Ci puntavano uno per volta. Rompevano il nostro noi e attaccavano l’io, abbattendo decisamente la nostra forza. 

Poi, lui tornò. La visione per noi fu straordinaria. Sembrava un altro. Potente, sicuro di sé, perfettamente a suo agio nell’affrontare la battaglia da solo. Aveva individuato il leader. Il quale, a sua volta sorpreso e non più sostenuto dal gruppo, cedette: pareva una fine annunciata, di fronte al lupo sereno e inarrestabile, che lo uccise, spingendolo nel baratro. Poi, per noi fu facile riconquistare il campo e annientare il nemico.

Riflettemmo molto su quanto era successo. 

La forza dell’io…

Aveva un carattere tenero e un fondo gioioso. Ma con una tristezza che aleggiava perennemente. Non amava parlare del suo passato; solo qualcosa gli era sfuggita, di tanto in tanto, nelle sere di luna piena. 

Quando nacque, nella cuccia in fondo al giardino, fu chiaro a tutti che lui, come i suoi fratelli, non era solo un cane. Il ragazzo lo salvò, nascondendolo, dalla decisione familiare di sopprimere i cuccioli. 

Crescendo scoprì la diversità. Prima della sua, quella del giovane a cui doveva la vita. Deriso e umiliato, a scuola, per strada, a volte anche in famiglia. «Noi siamo normali, tu no». Una perenne lotta contro un “noi” ottuso e arrogante. La presenza del lupo, che portava sempre con sè, lo aveva in qualche modo protetto, evitando che la cattiveria si tramutasse in violenza fisica. Lui lo ammirava. Per la serenità con cui affrontava un mondo ostile. Un io deciso, ma nello stesso tempo dolce, aperto agli altri. Nonostante tutto.

Un giorno, assopito sotto un albero del giardino, ebbe una improvvisa percezione. Si alzò di colpo, scavalcò la recinzione con un balzo e corse seguendo il suo istinto. Lo trovò in balia del branco. Del «noi, quelli giusti, tu sei uno sbaglio». Il viso, una maschera di sangue. Continuavano a colpirlo, senza sosta. Nessun ragionamento. Irruppe silenzioso fra le persone, con una ferocia a lui stesso sconosciuta. Era impossibile arginarlo. I volti avevano rapidamente virato dalla sicurezza di essere i più virili e dal piacere del male verso il terrore di una forza inarrestabile che aveva l’unico obiettivo di uccidere per la giustizia vera. Chi riuscì, fuggì. Altri caddero nelle pozze del proprio sangue. Il lupo si fermò un istante. Presa la decisione di inseguire i fuggitivi, fu però bloccato dal ragazzo. Ora devi andartene. Scappa nel bosco e non tornare più. Lo abbracciò. Il lupo perse i suoi occhi in quelli del giovane; capì l’indissolubilità del “noi” fra loro. Capì da dove proveniva la potenza che aveva manifestato. Capì che solo per questa forza era riuscito a sconfiggere il “noi” perverso.

Si inoltrò nel bosco, senza voltarsi indietro. 

Il “noi” per sempre…

Correvamo felici nella radura illuminata dal sole sorgente. In una calda mattina di metà primavera. Noi. Elevati a una comprensione diversa. Capaci di vedere un intreccio lucente di vie. E più avanzavamo e più i corpi si univano in uno. 

Nostro padre osservava dall’alto. Felice. Sicuro che avremmo trovato presto la strada della diversità nel “noi” e la corsa sarebbe diventata più bella ancora.

*Architetto  Direttore GAL Terre Locridee

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