Nel 1974 la Cina contava circa settecento milioni di abitanti ed era ancora, nella sua struttura profonda, un Paese prevalentemente agricolo. La modernizzazione procedeva attraverso uno sforzo immenso, guidato dallo Stato, per costruire una base industriale capace di sostenere l’autonomia economica nazionale. Gli investimenti si concentravano soprattutto sulla chimica, sulla siderurgia, sul tessile e sulle grandi infrastrutture: strade, ferrovie, energia, opere idrauliche.
Il passaggio dall’agricoltura tradizionale all’industrializzazione avveniva tuttavia con metodi spesso traumatici. La politica dei “grandi balzi” aveva mostrato tutti i limiti di una crescita accelerata imposta dall’alto, con errori anche drammatici sul piano umano e produttivo. Eppure, dentro quel quadro difficile, si sviluppavano i primi nuclei di una trasformazione destinata a cambiare gli equilibri mondiali.
Anche la sanità cominciava a compiere passi significativi. Accanto a una medicina ancora largamente insufficiente rispetto ai bisogni della popolazione, emergevano centri di eccellenza e sperimentazioni chirurgiche innovative. Nelle campagne, inoltre, la meccanizzazione agricola iniziava lentamente a diffondersi, migliorando la produttività e alleggerendo il lavoro contadino. Le nuove tecniche agronomiche e il controllo degli organismi nocivi consentivano raccolti più abbondanti e più regolari.
Negli anni successivi lo sviluppo cinese ha assunto una velocità tumultuosa. Milioni di persone sono passate dall’economia rurale al lavoro industriale e urbano. Si sono create nuove competenze tecniche, una vasta classe operaia moderna e successivamente una classe media sempre più ampia. La crescita economica non è stata soltanto quantitativa: ha modificato la struttura stessa della società cinese e la sua posizione nel sistema internazionale.
Oggi la Cina, con oltre un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, rappresenta una delle grandi potenze del pianeta. Il “Paese di Mezzo” ha raggiunto livelli di primato tecnologico e industriale che fino a pochi decenni fa apparivano impensabili. Ma tutto questo è stato raggiunto privando i lavoratori delle più elementari libertà: di associazione sindacale, di informazione, di partecipazione democratica. Il dissenso viene sistematicamente represso con la sparizione dei dissidenti e nel migliore dei casi, con anni di campi di correzione.
Quindi uno sviluppo poggiato sulle spalle piegate dei lavoratori con ritmi di lavoro della peggior fabbrica tayloristica. Basti pensare che nelle fabbriche più avanzate di Shenzhen si lavora tuttora oltre le 12 ore al giorno. E’ anche a seguito di questo vero e proprio sfruttamento del fattore lavoro che oggi può disporre di avanzati programmi spaziali, di sofisticati sistemi di lancio e guarda con ambizione alla presenza stabile nello spazio.
Parallelamente, Pechino ha costruito una presenza economica sempre più forte in Africa. Non attraverso il colonialismo classico delle potenze europee del passato, ma tramite investimenti, infrastrutture, prestiti e accordi commerciali. La ricerca di materie prime — dalle terre rare al legname pregiato — si accompagna alla costruzione di strade, porti, ferrovie e impianti energetici. È una strategia che rafforza l’influenza cinese e crea rapporti di dipendenza economica sempre più profondi.
Il paradosso dell’attuale equilibrio mondiale è emerso con evidenza negli incontri tra Donald Trump e Xi Jinping. Gli Stati Uniti restano una potenza decisiva sul piano militare, finanziario e tecnologico, ma non riescono più a imporre unilateralmente le proprie condizioni strategiche. La leadership cinese accoglie con cortesia diplomatica le richieste americane, senza tuttavia arretrare sui grandi interessi nazionali.
La Cina si muove ormai in piena autonomia sulla scena internazionale, scegliendo alleanze e sostegni secondo una logica di convenienza geopolitica, spesso orientata verso regimi autoritari che garantiscono stabilità politica e accesso alle risorse.
La partita per l’egemonia mondiale resta dunque aperta. Gli Stati Uniti rimangono un protagonista potentissimo. Ma il XXI secolo appare sempre più segnato dall’ascesa cinese e dalla progressiva trasformazione di un ordine internazionale che per decenni era stato dominato quasi esclusivamente dall’Occidente.
