Nella Roma monarchica e repubblicana la guerra era un affare serio, da decidere dopo approfondite valutazioni e complesse procedure che comprendevano accertamenti religiosi, passaggi parlamentari ed azioni diplomatiche. Era una decisione che andava presa non alla leggera, ma ben ponderata.
In primo luogo occorreva che la guerra fosse giusta. Un bellum era iustum non se portava vantaggi materiali, quali, ad esempio, l’ampliamento del territorio, un grande bottino, abbondanza di schiavi da mettere alla lavorazione dei campi; non se era dettato dall’ira che sopraffaceva la ragione, ma era iustum se rispettava tre condizioni: (i) essere motivato da una giusta causa, (II) essere deliberato dalla legittima autorità; (iii) essere dichiarato seguendo una formale procedura. Poiché la guerra era sotto la protezione degli Dei, si riteneva che costoro accertassero se quello dichiarato era un bellum iustum o meno, e quindi si riteneva che avrebbero dato o negato la loro assistenza all’esercito romano belligerante.
La prima condizione richiedeva che il popolo romano non andasse in guerra per sete di ricchezze, per accaparrarsi terreni fertili da coltivare, per far bottino di schiavi, ma che lo facesse per rispondere ad un attacco proditorio ed ingiustificato, per riparare un grave torto subito, per ottenere il rispetto di un trattato violato. In questo caso si sarebbe trattato di una guerra difensiva, per respingere un’aggressione e una tale guerra era sempre ammessa dagli Dei, perché essi avevano dato all’universo un ordine naturale fondato sulla intangibilità della vita e dei beni delle persone; ragion per cui l’aggressione, che rompeva l’equilibrio dell’ordine naturale, meritava di essere repressa e così, respinto l’aggressore, fosse ripristinato l’ordine della natura.
Nel secondo caso si sarebbe trattato di una guerra per causa di giustizia: se la città intera o alcuni dei suoi cittadini avessero subito, ad opera di stranieri, un grave torto ingiustificato, gli Dei, in questo caso Giove, preposto all’amministrazione della giustizia, avrebbe approvato la reazione (proporzionata) come sanzione alla illecita condotta degli stranieri. Mancando fra gli uomini un giudice col potere di sanzionare gli stranieri, sarebbe stato conforme all’ordine naturale che i romani cercassero da sé, con la guerra, riparazione al torto ricevuto.
Nel terzo caso, poiché i trattati, come i contratti fra privati, erano suggellati dal giuramento, la violazione degli accordi rompeva la fides che era uno dei pilastri su cui reggevano le società arcaiche. I romani ne fecero addirittura una divinità, il Deus Fidius, che altri non era che un’ipostasi di Giove, custode dei giuramenti. La fides era ciò che aveva portato gli uomini fuori dalla ferinità, ciò che aveva reso possibile vivere in comunità organizzate, scambiare beni e promettersi reciproca protezione dal nemico. Fides voleva dire riporre affidamento che il concittadino avrebbe fatto ciò che era implicito fare per il bene della comunità, avrebbe osservato le consuetudini e rispettato le regole non scritte da sempre vigenti; fides voleva dire avere fiducia che il contraente avrebbe fatto o dato ciò che aveva promesso. Senza la fiducia nel mantenimento della parola data la vita comunitaria si sarebbe spenta. Analogo sentimento di affidamento c’era nei rapporti con altre città e Paesi; un trattato di amicizia, un trattato commerciale, un trattato di pace erano stipulati sulla fiducia che sarebbero stati rispettati; senza questo necessario presupposto mai nessun accordo avrebbe visto la luce. Il giuramento a Giove metteva al trattato un suggello sacro, si chiamava la divinità a testimone del mantenimento delle promesse fatte e lo si rendeva vindice della violazione. Giove, era risaputo, approvava la guerra per la violazione dei trattati.
Questa era l’opinione comune sulle condizioni del bellum iustum, non sempre rispettate, vero, ma restava un caposaldo filosofico-politico. Ai tempi burrascosi di Cicerone all’aggettivo iustum fu aggiunto pium per rimarcare ulteriormente che la guerra doveva ricevere l’approvazione degli Dei, ai quali non piacevano le guerre intestine.
La seconda condizione era che la guerra fosse deliberata dalle autorità a ciò preposte per legge. A Roma le istituzioni su cui gravava l’onere di deliberare la guerra erano due: il Senato e l’assemblea dei comizi centuriati. Davanti al Senato si svolgeva il dibattito sull’esistenza di un rischio di aggressione da parte dei popoli vicini; si esaminava il torto portato al popolo romano, le sue cause e la sua gravità; si esaminavano le violazioni del trattato. Il Senato analizzava i fatti, cercava le soluzioni idonee ad evitare il peggio, valutava i rischi che la guerra avrebbe comportato e il suo costo per l’Erario, perché spettava al Senato decidere sulla composizione dell’esercito e mettere i fondi necessari a disposizione dei consoli.
L’assemblea popolare dei comizi centuriati deliberava la guerra se fossero fallite le trattative diplomatiche. Questa assemblea riuniva tutto il popolo, aristocratici e plebei purché avessero la cittadinanza romana. Erano quindi rappresentati nell’assemblea classi sociali diverse di cittadini, categorie economiche diverse che comprendevano sia coloro che potevano avere un interesse economico alla guerra, produttori di armi, appaltatori e commercianti; sia coloro che ne avrebbero sopportato il peso maggiore, i contadini e gli artigiani. Costoro, arruolati come pedites, soldati appiedati e poco protetti da corazze e scudi, erano quelli che in battaglia rischiavano di più, coloro che lasciavano i campi incoltivati, le officine chiuse, le famiglie con problemi di sostentamento e i debiti da pagare al rientro. Occorreva, perché si formasse una maggioranza a favore della guerra, che la giustificazione che i maggiorenti romani davano fosse davvero salda, sì che la guerra apparisse necessaria e ricevesse l’appoggio divino.
Il pensiero degli Dei era scrutato attraverso gli àuguri che traevano gli auspici; se il loro esito non era confortante, tutti ne avrebbero tenuto conto, dai popolani ai consoli. Ed allora, messa da parte l’idea della guerra, si sarebbero percorse altre strade.
Se le risposte degli Dei confortavano la deliberazione della guerra, entrava in azione il Collegio dei Feziali. Era, questo, uno speciale ordine di sacerdoti che aveva il compito di curare le relazioni internazionali, di verificare il rispetto dei trattati e di reggere le relazioni diplomatiche quando si avvicinava una crisi. Il compito diplomatico dei Feziali, quando si agitavano venti di guerra, era di prendere contatto con la controparte, non ancora nemica, e di presentare le doglianze del popolo romano con la richiesta di ripristinare la legalità e risarcire i danni quando ve ne fossero. All’uopo una delegazione di Feziali si recava fino al confine del territorio della controparte e lì si fermava per chiedere il permesso di entrare in città e di parlare alle autorità. Se ammessi, si presentavano al cospetto delle autorità o del popolo ed esponevano le ragioni del malcontento di Roma, comunicando ciò che Roma chiedeva per evitare la guerra. Alla controparte erano assegnati trentatrè giorni per dare la risposta. Quindi i Feziali si ritiravano oltre il confine e lì aspettavano gli ambasciatori della controparte. Se la risposta non fosse stata di piena accettazione delle richieste di Roma, si sarebbe aperta una trattativa che avrebbe coinvolto il Senato romano. Quando la trattativa non approdava ad alcun risultato, l’assemblea popolare deliberava di dichiarare guerra, i Feziali ritornavano al confine col territorio del nemico e comunicavano la dichiarazione di guerra lanciando nel contempo una lancia oltre il confine.
La procedura, come ce la raccontano le fonti, era lunga, coinvolgeva tutte le istituzioni e le magistrature, ma consentiva una adeguata valutazione dell’opportunità di fare la guerra. Soprattutto la procedura prevedeva l’attività diplomatica dei Feziali come passaggio obbligatorio per poter definire la guerra giusta e gradita agli Dei. Questi sacerdoti-diplomatici erano persone di grande cultura ed esperienza, che avevano svolto importanti compiti nell’amministrazione della città prima di assumere la carica sacerdotale; erano esperte nell’arte della retorica, nel saper toccare i tasti giusti e trovare le parole giuste per convincere la controparte; insomma, erano diplomatici di lungo corso. Infine erano consapevoli di rappresentare Roma, la città che fin dalle origini si era imposta come dominatrice e dalla forza di Roma traevano la forza delle loro parole.
La stessa certezza e la stessa forza che sentiva di avere Gaio Popilio Lenate quando nel 168. C. fu inviato in Egitto per fermare la guerra di Antioco IV.
Nella tarda repubblica la diplomazia romana era cambiata; aveva perso, come tutte le magistrature, quella connotazione religiosa che aveva nei tempi della monarchia e dell’alta repubblica. Roma, padrona del Mediterraneo, aveva oramai contatti diplomatici tramite personale laico, governatori di province, consoli, condottieri, persone tutte di grande esperienza ma dai modi spicci, consapevoli della forza che Roma aveva, che essi sapevano esercitare e far rispettare.
Antioco, preso con la violenza il trono di Siria che spettava al fratello maggiore, dopo aver riordinato il regno e riformato l’esercito, volle aggiungere al suo regno la Celesiria, fertile regione fra l’Egitto e la Siria, da sempre contesa dalle dinastie Seleucide e da quella Lagide egiziana. Di recente, quella fertile terra era stata oggetto di una dubbia donazione nuziale a Cleopatra, sorella di Antioco. Morta Cleopatra, Antioco nel 170 a. C. si proclamò erede e rivendicò per sé la Celesiria. Andando per le lunghe le trattative diplomatiche, Antioco, approfittando della debolezza della monarchia egiziana, ne invase il territorio giungendo con il suo possente esercito fino al Delta del Nilo. Poi entrò in Egitto, fece prigioniero il nipote Tolomeo VI, legittimo faraone, e si spinse fino a Menfi dove – sembra – dai sacerdoti egiziani si fece incoronare faraone quale tutore del nipote. Quindi tornò in Siria.
Insomma anche Antioco IV era uno che preferiva l’uso della forza alla diplomazia.
Ma l’Egitto, con nuovi ministri e governanti, si riorganizzò e sfidò Antioco che, nel 168, ritornò in Egitto con tutto l’esercito per riaffermare di esserne il faraone. La monarchia egiziana chiese aiuto a Roma che non poteva consentire che Antioco sconvolgesse gli equilibri politici della regione estendendo sull’Egitto la sua autorità.
Il Senato inviò come diplomatico Gaio Popilio Lenate, magistrato di lungo corso, che era stato già console, col mandato di fermare Antioco e farlo recedere dalla conquista dell’Egitto. Popilio partì senza eserciti e senza scorta militare, sembra solo con un paio di littori. Mentre Antioco stava ritornando da Menfi ad Alessandria, Popilio lo incrociò sulle sabbie del deserto e gli chiese un incontro. Antioco fu felice di rivedere un vecchio amico; si conoscevano da molti anni, poiché Antioco era vissuto a Roma per circa quindici anni dove aveva compiuto gli studi, aveva frequentato, lui figlio di Antioco III il Grande, la migliore società romana e conosciuto l’organizzazione statale e militare di Roma.
Antioco andò sollecito a salutare l’amico e tese il braccio in segno di saluto; ma Popilio ritrasse il suo, dicendo che non era lì a titolo personale ma per portare un messaggio del Senato di Roma. Disse, senza mezzi termini, che Roma voleva che lui si ritirasse dall’Egitto lasciando in pace la dinastia tolemaica e rinunciasse anche alla Celesiria. Antioco non poteva credere alle sue orecchie e ai suoi occhi: “Come puoi tu, da solo, senza esercito, venire qui, in una terra che mi appartiene e darmi ordini; qui sei in mio potere”.
Popilio non si spaventò e rispose che Antioco non aveva davanti un semplice ambasciatore, ma Roma stessa. “E’ Roma che ti parla e ti intima di ritirarti, di me puoi fare quello che credi; sono, come vedi, senza esercito ed anche senza scorta. Ma quello che farai a me l’avrai fatto a Roma”. Antioco prese tempo, doveva riflettere – disse – e consultarsi con i ministri e i grandi dignitari del suo regno; avrebbe dato una risposta dopo le consultazioni. I due personaggi erano in piedi, fuori dalle carrozze, uno di fronte all’altro; Antioco pensava di aver schivato il problema.
Popilio, forse per l’età, forse per le conseguenze di una ferita, portava un bastone. Senza dire una parola, col bastone, disegnò sulla sabbia un cerchio intorno alla persona del re siriano e disse: “Prima che tu esca da questo cerchio mi devi dare la tua risposta: accogli o no il consiglio del Senato di Roma?” Antioco rimase perplesso: aveva conosciuto Roma molto da vicino, il suo esercito, i suoi governanti, il loro rigore; aveva appena saputo della sconfitta a Pidna dell’esercito di Perseo di Macedonia; e quell’esercito era ancora lì, in Grecia a poche settimane di navigazione dall’Egitto. Piegò la testa e disse: “Accolgo il consiglio del Senato di Roma, lascio l’Egitto e la Celesiria”. Il giorno dopo l’esercito siriano si mise in cammino.
Nel primo trimestre del 2026 è scoppiata la crisi, da tempo latente, fra lo Stato che ritiene di avere l’esercito più potente del pianeta e un Paese che da anni destabilizza il Medio Oriente, spadroneggiando proprio in quella Celesiria dei tempi di Antioco IV (oggi Libano) e su tutti i Paesi vicini. Alcuni di questi hanno chiesto l’intervento dello Stato più forte del pianeta.
Questo è partito a testa bassa minacciando e bombardando, senza avere un obbiettivo preciso; o meglio: nessuno dei capi di Stato, dei commentatori politici e militari ha capito quali realmente siano il progetto e l’obbiettivo dello Stato più forte del pianeta.
Se fosse stata vigente la dottrina del bellum iustum et pium e la complessa procedura descritta innanzi, i governanti dello Stato più forte del pianeta avrebbero avuto l’opportunità di fare l’analisi della situazione e delle cause, di fare la valutazione dei rischi di un intervento armato e del suo costo sulla collettività, se non proprio la collettività mondiale (valutazione doverosa in un’epoca di commerci ed economia interconnesse) quanto meno su quella nazionale.
Se la deliberazione fosse stata rimessa all’assemblea rappresentativa del popolo, si sarebbero ascoltate più voci, sia di coloro che dalle operazioni militari traggono un profitto sia di coloro che pagano il prezzo più alto. Ma si sarebbero potute sentire le voci di organizzazioni internazionali, di altri Paesi, di saggi, di economisti e pensatori. L’assemblea rappresentativa del popolo dello Stato più forte del pianeta avrebbe assunto le sue decisioni con migliore conoscenza delle cause, dei rischi e dei costi. Se poi fossero emersi elementi negativi si sarebbero studiate strade alternative all’intervento militare anche con il consenso e la partecipazione di altri Paesi.
Anche la procedura diplomatica dell’epoca romana, se fosse ancora in vigore oggi, sarebbe stata utile. Il Collegio dei Feziali era formato da persone che, prima di entrare nel Collegio, avevano acquisito un’alta professionalità per l’esercizio di tutte le magistrature, fino alle più alte e poi si dedicavano soltanto a missioni diplomatiche. I Feziali, oltre che capaci, erano consapevoli della forza che era alle loro spalle e che li sosteneva nell’azione diplomatica presso la controparte.
Insomma la dottrina del bellum iustum et pium e l’azione di un Collegio di esperti diplomatici sarebbero, se ancora oggi fossero in vigore, di grande utilità. Sarebbe stata utile, se vi fosse un personaggio all’altezza, anche una diplomazia alla Popilio, spiccia, di poche parole, che però sappia farsi rispettare. Il romano era persona di grande pratica del potere, era dotato di grande carisma personale, fu capace di imporsi su Antioco, personaggio spregiudicato che della illegalità aveva fatto il suo credo, senza ostentare la forza, senza minacciare apertamente. “Quello che farai a me l’avrai fatto a Roma” furono le terribili parole dell’ambasciatore romano e bastarono.
Quello che abbiamo visto ed abbiamo oggi sotto gli occhi è sconfortante: una decisione avventata, assunta – senza un adeguato approfondimento – da un ristretto numero di persone che hanno ignorato l’esistenza dell’assemblea deliberante; trattative affidate a dilettanti della diplomazia; ostentazione della forza che non ha intimidito nessuno. E quel che è peggio, nessuna via d’uscita.
Oh tempora o mores! direbbero gli antichi.
