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La odierna questione sociale alla luce della ”Magnifica Humanitas”

In questa breve nota, fisserò l’attenzione su taluni aspetti specifici dell’attuale situazione socio-economica, sui quali la straordinaria enciclica di papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, getta una luce di particolare intensità e a proposito dei quali ritengo urgente sollecitare una riflessione non limitata ai soli esperti. Non si dimentichi, infatti, che i nuovi strumenti del digitale nascono come macchine “economiche”, con scienza e tecnica orientate – a volte piegate – a progetti economico-finanziari. Che siano forme di capitalismo digitale, di mercato o di Stato, lo sviluppo tecnologico è chiamato a rispondere a modelli di ritorno economico sugli investimenti, sempre più ingenti. E’ allora urgente   andare oltre le analisi del “capitalismo della sorveglianza”, per indagare questi nuovi modi di produzione, – avrebbe detto K. Marx – di creazione del valore e di ridistribuzione della ricchezza. Pensiamo alla blockchain e ai criptosistemi decentralizzati, alla computazione quantistica, all’Internet delle cose. Si tratta di tecnologie socialmente istituenti che hanno tutte la duplice natura di produrre nuove rappresentazioni del mondo e nuove coordinazioni dell’umano.  

  1.         L’accelerato sviluppo in ambito tecno-scientifico dei sistemi di Intelligenza Artificiale (IA) va sollevando un insieme di inquietanti interrogativi circa le implicazioni di tali sviluppi sui fronti economico, etico e sociale. Ciò è particolarmente il caso quando ci si riferisce all’IA generativa e soprattutto alla più recente IA agentica, una nuova branca dell’IA capace di generare nuovi contenuti multimediali (testo, video, audio) in risposta a suggerimenti umani (i cosiddetti promots) sulla base di addestramenti ad hoc estratti da miliardi di dati (big data). Talisviluppi stanno determinando cambiamenti profondi nella sfera giuridica, socio-economica, culturale dei nostri paesi, impensabili fino a qualche anno fa. Poiché nella definizione di intelligenza è implicato il concetto di “coscienza” e quindi di “umano”, il fatto che le tecnologie in evoluzione possano avvicinarsi a dare la percezione di una “coscienza” a macchine basate su algoritmi – la cosiddetta coscienza artificiale – è un tema piuttosto inquietante. Al di là di questioni etiche, come la definizione stessa di cosa riteniamo essere la “vita”, la possibilità di un nuovo materialismo che intenda far credere che l’essenza della vita umana è solo una serie di algoritmi sembra un’eventualità non troppo remota che porrebbe in discussione la centralità dell’uomo, con quel che ne conseguirebbe. Di qui l’urgenza di giungere a definire una specifica algoretica, come papa Francesco e Leone XIV hanno sottolineato con forza.

Uno dei nodi più importanti riguarda la possibilità o meno di riconoscere nuovi diritti umano digitali. Il problema è stabilire se le tecnologie digitali richiedono diritti complessivamente nuovi, come il diritto all’autodeterminazione digitale, oppure se sia sufficiente estendere e reinterpretare diritti già riconosciuti, come privacy, libertà di espressione, non discriminazione e accesso all’informazione. Un passaggio importante è rappresentato dall’idea, affermata in sede ONU, secondo cui gli stessi diritti che le persone hanno offline devono essere protetti anche online. Tuttavia, questa affermazione, pur essenziale, non esaurisce la questione. Alcune esigenze di protezione sembrano infatti assumere nel digitale una forma specifica: il diritto di accesso a internet, il diritto all’oblio, il diritto a sapere se si sta interagendo con un sistema di intelligenza artificiale, il diritto a non essere sottoposti a forme manipolative o discriminatorie di profilazione automatizzata.  Il punto centrale è che l’intelligenza artificiale accentua la tensione tra innovazione e tutela dei diritti: può migliorare servizi, decisioni e conoscenza, ma può anche produrre sorveglianza di massa, discriminazioni, manipolazione, opacità e perdita di controllo umano. 

Ecco perché le sole linee guida etiche o forme di autoregolazione privata non bastano quando le tecnologie incidono su diritti fondamentali e processi democratici. Ciò in quanto non è corretto presumere che un diritto umano mantenga lo stesso significati quando viene trasferito dal mondo fisico a quello digitale. La formula secondo cui gli stessi diritti esistenti offline devono essere protetti online resta politicamente e giuridicamente importante, ma rischia di nascondere una trasformazione profonda. Il punto non è negare che i diritti valgono anche online; è riconoscere che, nel passaggio al digitale, il loro contenuto può cambiare. La privacy è l’esempio più chiaro. Nel mondo fisico, i tribunali dispongono di tempo per valutare il conflitto tra privacy, reputazione, libertà di espressione e accesso all’informazione. Online, invece, la rapidità della circolazione dei contenuti rende spesso tardiva qualsiasi decisione giudiziaria. La regolazione è affidata in molti casi a piattaforme private, con deficit di trasparenza e legittimità. La teoria della non-coerenza dei diritti umani digitali sostiene che i diritti digitali non siano semplici copie dei diritti tradizionali. Essi esistono in un ambiente nel quale tempo, spazio, potere, controllo e rimedio giuridico funzionano diversamente. Ne deriva una visione più relativizzata dei diritti umani, nella quale anche valori centrali come la dignità possono essere sottoposti a bilanciamenti nuovi e meno stabili. 

  1.   La grande intuizione dell’enciclica MH è che il problema del lavoro umano non consiste tanto nella sostituzione materiale dell’uomo, quanto piuttosto nella sua atrofia spirituale. E’ un fatto che quando gli economisti discutono del futuro del lavoro, tendono a domandarsi: quale sarà il vantaggio comparato degli umani? Non è questa la domanda appropriata, cioè come gli umani possono gareggiare contro le macchine; piuttosto occorre chiedersi quali sono le forze degli umani e come queste possono essere impiegate per fare cose che le macchine mai potranno fare. Sostituire gli esseri umani con i robot dotati di IA nella speranza di ridurre il costo del lavoro: è questa la tentazione ricorrente di una pluralità di imprese. Questa pratica ha già un nome: “AI washing”, cioè l’uso dell’IA come pretesto per giustificare ristrutturazioni, mascherando altri problemi finanziari. Ma studi recenti smentiscono il mito di una “manodopera” quasi gratuita. La ragione è l’aumento vertiginoso dei costi legati all’IA, che tendono a superare i costi del lavoro.

Il 19 maggio 2026, Sundar Pichai, il capo di Google, in un incontro con i suoli sviluppatori rivelò che parecchie aziende nel mondo avevano già esaurito il loro budget annuale di token. (Un token, cioè un gettone, è l’unità fondamentale di informazione utilizzata da un modello linguistico, come Chat GPT e altri, per generare un testo). Il token è diventato l’unità di fatturazione dell’IA, che misura la quantità di testo elaborato dal modello e a stimare le risorse di calcolo necessarie e i costi relativi. Soprattutto l’IA agentica è divoratrice di token, come il noto economista di Stanford Erik Brynjolfsson ha chiarito di recente: il budget dedicato dalle aziende ai token dovrebbe raddoppiare ogni anno, superando gli incrementi di produttività attesi. Il fatto è che i nuovi agenti spesso girano a vuoto, perchè non dispongono di un meccanismo affidabile per identificare che un certo compito è irrisolvibile oppure è già stato risolto. Ecco perché il fenomeno in rapida diffusione dell’IA washing, va preso in seria considerazione. La tendenza delle imprese ad esagerare il ruolo dell’IA per apparire più innovative di quanto siano davvero. Non solo, ma si ricorre ad una narrazione dell’IA che non corrisponde alla realtà per giustificare decisioni aziendali controverse, quali licenziamenti di lavoratori, così da renderli più accettabili perfino agli occhi di costoro. L’esito è una duplice distorsione. Per un verso, si alimenta l’illusione di un’automazione già in atto; per l’altro verso, si celano le reali difficoltà economiche dovute a incapacità organizzativa. E’ questo un problema che, prima o poi, dovrà essere affrontato in sede di contrattazione sindacale. 

  1.     La conseguenza di ordine pratico della linea di pensiero che si è venuta affermando negli ultimi decenni è che è il capitalismo oligarchico, non più quello democratico, a permettere il progresso socio-economico e la liberazione della società, perché quella democratica è una pratica politica troppo dispendiosa e troppo “wokista”. Si leggano documenti quali il “Manifesto del Capitalismo Oligarchico” scritto da P. Theil nel 2009, in California, e firmato da una potente pattuglia di supericchi quali Vance, Bezos, Musk e altri; il Programma Scientifico del Claremont Institute, uno dei più efficaci “think tank” dell’ultraconservatorismo americano; il farneticante “Manifesto Tecno-Ottimista” di M. Andreessen, co-fondatore di Netscape, dell’ottobre 2023, per rendersi conto di quanto sta accadendo in questo tempo. Il linguaggio della liberazione è divenuto preda da parte di poteri che si ammantano per l’appunto di quel linguaggio. Corruptio optimi pessima: siamo di fronte a un sistema che riproduce le parole, i propositi dei liberatori, ma in verità schiaccia le realtà percepite come fragili e vulnerabili in nome di un privilegio di “scorciatoia” in ossequio all’ideologia prestazionale.

Su un punto specifico desidero soffermarmi, pur in breve. Il recente passaggio (fine marzo 2026) a Roma di Peter Theil, per un ciclo di seminari sull’Anticristo (organizzati dalla Associazione Culturale Vincenzo Gioberti di Brescia) destinato ad un pubblico iperselezionato, ci permette di chiarire un errore importante del suo pensiero. Per Thiel l’Anticristo, oggi, è chi sfrutta la paura dell’Apocalisse per imporre una governance globale; chi drammatizza i rischi esistenziali rappresentati dal nucleare, dalle armi biologiche e dalla IA, per rallentare il progresso tecnologico di cui l’umanità ha bisogno per sopravvivere. Il demonio di Thiel prende la forma della regolamentazione tecnologica e della lotta al cambiamento climatico, forme che fingerebbero di dare sicurezza, ma che in realtà tolgono libertà ai cittadini. Thiel definisce papa Leone XIV un papa woke perché si occupa di pace e di IA. La sostanza dell’argomento è che il Katèchon (la forza frenante che ritarda la venuta dell’Anticristo, come scrisse S. Paolo) è rappresentato da Trump e dai suoi collaboratori e da entità come il Deep State. D’altro canto, il male sarebbe oggi incarnato dalle ONG che aiutano i migranti e tutti coloro che sono affetti dalla “Anti Trump Derangement Syndrome”, una malattia mentale che fa giudicare negativamente ogni cosa che fa Trump.

L’IA Act dell’UE si proponeva di vietare gli usi ritenuti a rischio inaccettabile e di provvedere obblighi di trasparenza ben precise. Ora però la Commissione Europea ha proposto di rinviare e semplificare una parte di quella disciplina, soprattutto per i sistemi ad alto rischio (come biometria, riconoscimento delle emozioni, valutazione dei richiedenti asilo, valutazioni nel settore giuridico). Il Consiglio Europeo ha preso questa decisione per alleggerire, nel breve termine, l’onere di compliance per imprese e pubbliche amministrazioni. La semplificazione normativa che il dispositivo Omnibus andrà ad attuare cela innovazione e diritti cui l’UE aveva dichiarato di restare fedele, subendo il fascino del modello USA, che privilegia la competitività sui vari fronti, confidando sulla autoregolamentazione delle aziende private. La sfida allora è dimostrare che si può innovare pur all’interno di un quadro normativo, frutto di deliberazione pubblica. Per due decenni, il discorso sulla regolamentazione europea è stato dominato da una narrazione secondo cui questa regolamentazione sarebbe uno svantaggio competitivo che soffoca l’innovazione locale e protegge le imprese USA. Ebbene, la sequenza di operazioni che ha coinvolto Mistral AI, tra settembre 2025 e maggio 2026, dimostra che quella narrazione è vera solo in minima parte.

Un’ultima annotazione. Come è noto, nella stagione della Seconda Modernità ha preso a diffondersi, negli ambiti della grande scienza, il principio della responsabilità adiaforica, vale a dire della responsabilità “tecnica” che non ammette il giudizio morale su ciò che è bene e male. L’agire adiaforico, tipico delle grandi organizzazioni, andrebbe valutato in termini solamente funzionali, in forza del principio che tutto ciò che è possibile è anche, per ciò stesso, eticamente lecito. La Chiesa mai potrà accettare una posizione del genere, delle cui pericolose conseguenze per il genere umano è immediato dire. Come è scritto nell’enciclica MH, è la responsabilità come prendersi cura dell’altro, e non solo come dare conto di ciò che si è fatto, che oggi è urgente riportare al centro della nostra cultura. Perché si è responsabili non solo per quel che si fa, ma anche e soprattutto per quel che non si fa, pur potendolo fare.

  1.       La fase recente dello sviluppo dell’intelligenza artificiale mostra un passaggio concettuale che può rivelarsi più profondo di quanto appaia a prima vista. Dopo anni nei quali l’AI è stata identificata soprattutto con testi, immagini, codici previsioni, raccomandazioni e interazioni linguistiche, una parte crescente della ricerca e dell’industria si sta spostando verso sistemi capaci di agire nel mondo fisico. La genealogia è stata fissata da Jensen Huang in un suo recente intervento (Maggio 2026): è cominciata con la perception AI – comprendere immagini, parole, suoni. Poi è venuta la generative AI – creare testo, immagini e suoni. Adesso entriamo nell’era della physical AI, un’intelligenza artificiale che può procedere, ragionare, pianificare e agire. Non si tratta semplicemente di applicare modelli generativi alla robotica, né di aggiungere un’interfaccia linguistica a macchine già esistenti. La Physical AI indica una trasformazione più ampia: l’integrazione tra percezione, ragionamento, pianificazione, controllo, sensori, attuatori e infrastrutture meccaniche, con l’obiettivo di rendere i sistemi artificiali capaci di operare in ambienti materiali, variabili e non interamente prevedibili. 

Il 6 aprile 2026, Open AI ha pubblicato un documento di notevole portata: “Industrial Policy for the Intelligence Age: Ideas to keep People First”. (“La politica industriale per l’era dell’Intelligenza: idee per porre le persone al primo posto”). Vi si legge che Sam Altman propone una tassa sui robot, un fondo pubblico di ricchezza nazionale, la settimana lavorativa di trentadue ore a parità di salario, meccanismi automatici di sostegno al reddito ogniqualvolta la disoccupazione causata dall’IA supera una certa soglia. Il senso è chiaro: il capitalismo cibernetico che incontra le proprie contraddizioni e che cerca di rimediare alla bisogna. Sappiamo cosa è stato il New Deal di Roosevelt e l’Era Progressista che ne è derivata. Allora, i riformatori erano i politici, i sindacati, gruppi di intellettuali, e le aziende erano l’oggetto della regolazione. Nel caso in questione è l’azienda stessa aproporre le politiche che dovrebbero mitigare gli effetti negativi dell’IA.

Qual è la perplessità che il documento di Open AI solleva e che papa Leone porta bene alla luce? Quello di presupporre, di dare per scontato che la “disruption” sia inevitabile, una forza tecnica che procede secondo la sua logica interna. Non ci si chiede se lo sviluppo accelerato verso la superintelligenza sia la cosa giusta da fare, né si pone in discussione la direzione e la velocità del processo. Ma allora cosa ne sarà della politica democratica? Ricordo che, come Aristotele insegnava, la democrazia è governo del popolo, per il popolo, con il popolo. Non ci si deve allora meravigliare se nel manifesto di Peter Theil – l’ideologo del trumpismo – è scritto, a tutto tondo, che la democrazia deliberativa non solo a nulla serve oggi, ma è addirittura d’intralcio all’avanzamento del progresso. (Si rammenti che Peter Thiel è l’iniziatore dell’accelerazionismo, un’influente corrente di pensiero nata in California alla fine del secolo scorso).

Quale “prezzo” paghiamo quando una piattaforma privata diventa il principale filtro di visibilità sociale, informativa e politica? Cosa diventa la democrazia quando la comunicazione pubblica viene riscritta per massimizzare le reazioni dentro formati che premiano l’urgenza emotiva? Si capisce allora perché l’IA non sia uno strumento assiologicamente neutro, come la MH ripete con insistenza più di una volta.

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