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”In direzione ostinata e contraria”. Due testi di Don Andrea Gallo

Don Andrea Gallo è morto il 22 maggio scorso, alle 17.45 com’è scritto nel comunicato della sua Comunità di San Benedetto al porto. Una vita spesa per gli ultimi, i dimenticati dalla storia degli uomini.. Per ricordarlo pubblichiamo, per gentile concessione della Casa Editrice “Chiarelettere”, due testi (omelie) di Don Andrea tratti dal suo ultimo libro “In Cammino con Francesco. Dopo il Conclave Povertà, Giustizia, Pace” (pagg. 171, € 12,00). Il libro tratta della Chiesa dei poveri. Quella Chiesa aperta a tutti e invocata da papa Francesco. È quella di don Gallo, come dimostra questo libro che, oltre a una prima parte dedicata ai mali della Chiesa e all’elezione del papa, raccoglie le omelie e gli interventi che don Gallo ha pronunciato in occasione di battesimi, funerali, matrimoni e altre occasioni andando incontro alla vita di tante persone.

Il ricordo di De André, Pepi Morgia, Fernanda Pivano, il console del porto di Genova Paride Batini insieme al battesimo di Antonio, immigrato alla ricerca di una casa e di un lavoro, di Germana, Francesco, Matteo…: tutte storie toccanti, di autentica umanità, che compongono una ricchissima galleria di personaggi. Altrettanti capitoli di una comunione ritrovata nell’abbraccio di un prete che crede innanzitutto nell’uomo, nelle sue risorse, e che non smette di lottare per migliorare questo mondo.

Caro Faber

Per Fabrizio De André*

Caro Faber, da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità.

Quanti «Geordie» o «Michè», «Marinella» o «Bocca di Rosa» vivono accanto a me, nella mia città di mare che è anche la tua. Anch’io ogni giorno, come prete, «verso il vino e spezzo il pane per chi ha sete e fame». Tu, Faber, mi hai insegnato a distribuirlo, non solo tra le mura del Tempio, ma per le strade, nei vicoli più oscuri, nell’esclusione.

E ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior».

La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza.

Abbiamo riscoperto tutta la tua «antologia dell’amore», una profonda inquietudine dello spirito che coincide con l’aspirazione alla libertà. E soprattutto, il tuo ricordo, le tue canzoni, ci stimolano ad andare avanti.

Caro Faber, tu non ci sei più ma restano gli emarginati, i pregiudizi, i diversi, restano l’ignoranza, l’arroganza, il potere, l’indifferenza.

La Comunità di san Benedetto ha aperto una porta in città. Nel 1971, mentre ascoltavamo il tuo album, Tutti morimmo a stento, in Comunità bussavano tanti personaggi derelitti e abbandonati: impiccati, migranti, tossicomani, suicidi, adolescenti traviate, bimbi impazziti per l’esplosione atomica.

Il tuo album ci lasciò una traccia indelebile. In quel tuo racconto crudo e dolente (che era ed è la nostra vita quotidiana) abbiamo intravisto una tenue parola di speranza, perché, come dicevi nella canzone, alla solitudine può seguire l’amore, come a ogni inverno segue la primavera [«Ma tu che vai, ma tu rimani / anche la neve morirà domani / l’amore ancora ci passerà vicino / nella stagione del biancospino», da L’amore, ndr].

È vero, Faber, di loro, degli esclusi, dei loro «occhi troppo belli», la mia Comunità si sente parte. Loro sanno essere i nostri occhi belli.

Caro Faber, grazie!

Ti abbiamo lasciato cantando Storia di un impiegato, Canzone di Maggio. Ci sembrano troppo attuali. Ti sentiamo oggi così vicino, così stretto a noi. Grazie.

E se credete ora che tutto sia come prima perché avete votato ancora la sicurezza, la disciplina, convinti di allontanare la paura di cambiare verremo ancora alle vostre porte e grideremo ancora più forte per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti, per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti.

Caro Faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista.

Grazie.
Le ragazze e i ragazzi con don Andrea Gallo, prete da marciapiede

* Genova, 14 gennaio 1999.

Paure e speranze

Per Francesca*

———————–

Che morire non sia – lo disse l’antico Eraclito – come svegliarsi?

Abbandonarsi alle risorse immediate del cuore e della mente non può essere un evento estemporaneo, vuol dire collocarsi in un luogo dove affluiscono i silenziosi apporti sapienziali dell’assemblea, di tutti i presenti che in questo momento non sono semplicemente il pubblico, ma soggetti attivi e creativi.

Tra noi è presente tutta la sofferenza di questi ultimi mesi di Francesca, la dolorosa presenza di Paola e Cecilia.

Vorrei riuscire a dire parole non mie, non di qualche poeta o scrittore, ma desidero interpretare le vostre riflessioni, le vostre sofferenze, i vostri

scoraggiamenti, le vostre, le mie paure, e la vostra speranza.

Io sono solo al servizio della Parola.

Francesca ha chiuso gli occhi ma lo ha fatto con grande speranza. Dinanzi alla sua salma, ecco il grande insegnamento, ci sentiamo finalmente poveri che gemono, che

hanno gli occhi spalancati davanti alla morte, alla scomparsa di chi amiamo (non ho detto di chi abbiamo amato)!

È una condizione di fragilità, ma anche un’occasione per condividere una ricchezza. Possiamo – Paola, Cecilia, amici, parenti – troncare questo amore?

Gesù è venuto a predicare non di come si fanno i pellegrinaggi, di come si va in chiesa, di quanti rosari si dicono. Ha annunciato l’amore.

Francesca ha avuto la capacità di vivere assumendo come compito suo il dono della sua vita, l’attenzione agli altri, la capacità di abnegazione vissuta nell’ombra. Ha incontrato il Dio della salvezza.

La parola del Signore è per noi il punto di incontro con il mistero di Dio ed è il punto in cui la sapienza di Dio scivola dentro lo spessore della nostra miseria e la riscatta. È in questa parola che noi osiamo affermare che il nostro corpo sarà conformato al glorioso corpo di Gesù Cristo, fratello nostro, compagno morto nell’andare verso la morte e tuttavia liberato dalla morte stessa.

Continuiamo ad amare. Solo così non uccideremo la speranza, soprattutto nel cuore dei poveri che non hanno nessun tesoro fuorché uno: la speranza che il mondo cambi!

Vi esorto, esorto noi, a riscattare le nostre stanchezze, i nostri dubbi, le nostre incertezze, le nostre complicità con i nemici della croce di Cristo.

Questa morte, con la morte di Cristo, ci fa entrare nello spessore della Passione.

Cerchiamo Dio, non scavalcando gli uomini, ma dentro il dramma umano. È un modo di vivere questa passione, addossandosi le speranze degli uomini perché si realizzino.

In ricordo di una ragazza della Comunità morta di Aids [ndr].

Dal sito :http://confini.blog.rainews24.it/2013/05/23/“in-direzione-ostinata-e-contraria”-due-testi- di-don-andrea-gallo/ 

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