La Magnifica Humanitas non è un’enciclica sull’intelligenza artificiale.
È il sottotitolo, “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”, a consegnarci il corretto registro del primo documento sociale di Leone XIV. Infatti, sono la grandezza e la dignità della persona umana – qualcosa di meraviglioso, magnifico – a confrontarsi con le odierne sfide della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale e della robotica.
Di seguito ci concentriamo su: il metodo, lo stile di Neemia e un dubbio.
Una premessa: l’insegnamento sociale della Chiesa fermenta la società a partire dal Vangelo e dal magistero del papa e dei vescovi. Non è qualcosa di statico, ma di dinamico, è un cantiere sempre aperto. Ecco perché sarebbe bello non archiviare un’enciclica, solo perché ne viene pubblicata una nuova, ma sforzarsi di cogliere la continuità del magistero sociale nella sua declinazione storica.
1. Il metodo della Magnifica Humanitas si distingue da quello di papa Francesco (e del Concilio Vaticano II): per Bergoglio il primo passo era la lettura della realtà e dei segni dei tempi per interpretarli alla luce dei principi magisteriali, poi definire le scelte da fare e giungere così alla proposta di un modello storico (metodo induttivo); Prevost prende le mosse dall’affermazione dei principi della Dottrina, per verificarne l’attuazione nel modello storico che se ne deduce (metodo deduttivo, già usato da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI).
2. L’enciclica si apre con due icone bibliche: la torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme, sotto la guida di Neemia. Lo stile di quest’ultimo è particolarmente promettente per i nostri giorni. In diversi passaggi, Leone evidenzia come Neemia «non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni» (n. 8). In lui si riconosce «una parabola luminosa della nostra vocazione ad essere, nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali – per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto» (n. 241).
3. Infine, il dubbio riguarda il n. 57: «insieme a una maggiore consapevolezza del valore di ogni persona umana e dei suoi diritti, è cresciuto anche il riconoscimento dei diritti delle minoranze. Eppure, rimane ancora molta strada da fare perché, in tutto il mondo, siano davvero garantiti in modo uguale i diritti di una grande parte, cioè delle donne». I diritti delle donne sono equiparati a quelli delle minoranze? Perché ancora oggi le donne sono discriminate nei sistemi dell’intelligenza artificiale? Oppure le donne, che non sono inferiori numericamente, sono considerate nel cammino di parità, al pari dei gruppi minoritari?
* politologa e saggista
