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I 100 che non sono 100

Incredibile la storia di un bonus di 100 euro che non è di 100 euro e di una Ragioneria Generale dello Stato capace di non prevedere a settembre 2023 una spesa per bonus edilizi di oltre 40 miliardi di euro nel trimestre successivo e incapace oggi di trovare copertura nel 2024 a una misura che costa meno di 70 milioni di euro rimandandola così al 2025.

A questo possiamo aggiungere le dichiarazioni sbagliate prese senza verifica dai giornali nazionali sull’ammontare netto del bonus una volta accertato, da dichiarazioni MEF, che sarà soggetto a tassazione Irpef.

La vulgata iniziale è che il bonus sarebbe stato al netto pari a 77 euro tra i 15.000 e i 28.000 euro (limite di corresponsione del bonus) perché soggetto all’aliquota del 23%, mentre sotto i 15.000 euro sarebbe stato erogato interamente.

Affermazione senza alcun senso che contiene un’infinità di errori e che, se partita dal MEF, farebbe rabbrividire. Stupisce che giornalisti economici dei principali quotidiani l’abbiano riportata senza almeno porsi domande.

Se i 100 euro sono soggetti a tassazione, diversamente dal bonus Renzi e da quello Gualtieri che costituivano un elemento strutturale dell’Irpef, vuol dire che sono considerati come un aumento retributivo e quindi soggetti in primo luogo al prelievo contributivo. I 100 euro si riducono, quindi, per tutti di 2,19 euro fino a un reddito di 25.000 euro e di 3,19 euro tra 25.000 e 28.000 euro. Questo supponendo che resti in vigore anche nel 2025 il taglio contributivo esistente oggi come da impegno di Giorgetti, altrimenti i 100 euro diventerebbero 100 – 9,19 (100 – 9,49 nelle imprese con più di 50 addetti).

Poi entra in scena l’Irpef nazionale. Non è vero in primo luogo che fino a 15.000 euro il bonus non è soggetto a Irpef perché questo vorrebbe dire che fino a 15.000 euro le retribuzioni da lavoro dipendente non sarebbero soggette a imposta sul reddito. La no tax area cessa a 8.500 euro, quindi da 8.500 e fino a 15.000 euro l’imponibile di 97,81 euro (100 – 2.19) è sottoposto a un’aliquota del 23%. Paga quindi un’Irpef di 22,5 euro e il bonus netto scende pertanto a 75,31euro.

Poi vi sono le addizionali Irpef regionali e comunali che variano secondo il luogo di residenza. I più fortunati risiedono in regioni con l’aliquota regionale base pari a 1,23 e comunale pari a zero, al versante opposto coloro che risiedono in comuni con aliquota comunale dello 0,8 e regionale del 3,33. Nel primo caso ai 22,5 euro di trattenuta Irpef nazionale aggiungiamo 1,2 euro di addizionali, nel secondo caso 4 euro.

I 100 euro iniziali diventano così al netto, rispettivamente 74,1 e 71,3 euro.

Peggio va ai dipendenti il cui reddito supera i 15.000 euro. E’ vero che anche questi redditi si trovano ora nel primo scaglione con aliquota nominale del 23%, ma da 15.000 a 28.000 euro la detrazione per lavoro dipendente diminuisce in modo lineare al crescere del reddito. Il programma di buste paga a gennaio 2025 registrerà un aumento d’imponibile, lo sottoporrà certo a un’aliquota nominale del 23%, ma contemporaneamente ridurrà la detrazione fiscale. In pratica è come se applicasse un’aliquota marginale effettiva sull’aumento d’imponibile pari al 32,15%. 

All’imponibile dobbiamo quindi togliere il 32,15% di Irpef nazionale, più 1,23% o 4,13% di Addizionali Irpef locali secondo il luogo di residenza.

Riassumendo per i lavoratori con reddito sopra i 15.000 euro dobbiamo prima sottrarre i contributi pari, presumibilmente, a 2,19 euro fino a 25.000 euro e a 3,19 euro tra questo importo e i 28.000 euro. Poi sottrarre il 32,15% di Irpef nazionale e poi le addizionali locali.

Fatti i conti, i 100 euro lordi si riducono per questi lavoratori a un valore compreso fino a 25.000 euro tra 65,16 e 62,32 euro e fino a 28.000 euro tra 64,5 e 61,69.

Alla fine gli sbandierati 100 euro si riducono a poco più di 70 netti per i lavoratori con redditi fino a 15.000 euro e meno di 65 netti per coloro che hanno redditi d’importo superiore. Sempre che sia confermato il taglio contributivo ancora da finanziare.

Considerando che si stima che a goderne saranno circa un milione di lavoratori e che il costo per lo stato al netto delle entrate fiscali sarà inferiore ai 70 milioni come è stato possibile per una Ragioneria, un governo, una maggioranza, un parlamento che non si sono accorti del buco di decine di mld prodotti dal 110 non trovare una copertura nel 2024 per una misura di questa portata?

Forse sta in questa difficoltà una delle ragioni per le quali il duo Meloni-Giorgetti ha presentato un DEF privo della parte programmatica. Se così è, se le difficoltà di bilancio sono così gravi da impedire di varare con esecuzione immediata una misura così limitata sotto elezioni, vuol dire proprio che siamo alla frutta e che il dopo elezioni sarà molto difficile per il governo e per noi tutti.

Auguri

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