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Non deve più essere una storia minore

Il Servizio Civile Nazionale (SCN) è uno dei pochi istituti della nostra Repubblica proteso, attraverso l’educazione alla pace e all’impegno civico dei giovani, a concorrere pacificamente alla difesa della patria. 

Nasce dalla scelta personale di alcuni – spesso pagata a caro prezzo- di proporre, accanto alla difesa armata della Patria, un modello alternativo fondato sull’azione non violenta e solidale. Un esempio virtuoso di “istituzionalizzazione”: potremmo dire la traduzione istituzionale dei valori della cittadinanza e dell’impegno civico.  Un impegno che si è realizzato negli anni attraverso consistenti investimenti economici – invero sempre più calanti- e una mobilitazione imponente delle organizzazioni della società civile. 

Ciononostante è un istituto per nulla apprezzato, relegato a storia minore assieme  a tutte le esperienze di impegno giovanile, via via messe in cantiere in questi decenni, come quelle del volontariato nazionale e internazionale.Troppo spesso sentiamo parlare dell’urgenza di guardare oltre l’ordinario e pensare nuove possibilità di futuro, una retorica della speranza tanto declamata quanto incapace di mettere a sistema quello che già c’è: nel nostro caso il saper portare a frutto quello che già fanno da anni tante ragazze e tanti ragazzi partecipando a progetti di servizio civile. Uno strabismo patologico, persistente e incapace di cogliere i movimenti che animano i vissuti giovanili. 

Nei prossimi mesi si gioca la permanenza e il futuro del SCN, oramai scivolato sotto la linea di galleggiamento. I dati di questo lento declino ce lo raccontano. 

Il numero complessivo dei progetti di SCN finanziati nel periodo dal 2001 al 2011 è di 25.839,
con un picco raggiunto nel 2007 (4100), poi a calare a 2183 nel 2011. Il numero di volontari avviati al servizio dal 2001 al 2011 è stato di 277.820 giovani; anche qui
con un picco di 45.890 nel 2007, che poi scende a 15.939 nel 2011. E infine, dal 2007  al 2012 i fondi riservati sono scesi da 296 a 68,8 milioni, risaliti nel 2014 a 105 milioni. 
Un impegno che vede risorse pubbliche sempre più striminzite e un investimento crescente delle organizzazioni del terzo settore: per un giovane, fra costi diretti, servizi e tempo dedicato non retribuito, siamo a quasi 5.500 euro, a fronte di uno Stato che investe meno di 6mila euro.  

La spesa sostenuta dagli enti nel 2011 ammonta a 17.407.284 euro, quasi totalmente impiegati nelle retribuzioni. Gli enti hanno poi sostenuto spese aggiuntive pari a 1.010.800 euro a copertura di spese generali (32%), per la formazione (28%), per iniziative specifiche (22%) per attività promozionali (19%). Nel 2012 sono state impiegate 4.041 persone, di cui il 37% personale retribuito (1.497), lo 0,6% (25) personale distaccato e il 52% da volontari. 

Anche nel 2012 alla retribuzione del personale impiegato è andato quasi il 99% della spesa totale, pari a 16.686.694 euro. Le spese aggiuntive sono salite a 1.124.844 euro, suddivisi in spese generali (32%), per la formazione (29%), per attività promozionali (22%) e iniziative specifiche (18%). Un sistema virtuoso che vedeva la compartecipazione al progetto di amministrazioni pubbliche  e di organizzazioni di terzo settore, oggi minacciato dal ritiro incosciente dello Stato. Si comprende come appaiono davvero fuori luogo le proposte che vorrebbero scaricare sulle organizzazioni anche il costo dell’assegno mensile, opzione che favorirebbe solo enti pubblici e organizzazioni ricche, di fatto privatizzando il servizio che al contrario vorremmo universale. 

Ma se il racconto dei dati ci presente uno scenario disastroso, il racconto presentato nei rapporti proposti dalla Cnesc (consulta nazionale enti di servizio civile) ci parlano della soddisfazione dei giovani che hanno vissuto questa esperienza, di un successo incredibile e sconosciuto a molti: un popolo di giovani con una presenza piuttosto elevata di laureati (quasi il 40%), ma anche di ragazzi e ragazze con titoli di studi inferiori, giovani delle periferie e non associati impegnati per la maggior parte nell’ambito dell’assistenza, e poi nella cultura e nell’educazione, nell’ambiente e nella protezione civile.

Le esperienze testimoniano come il servizio civile sia stato in grado di educare e far crescere generazioni di giovani nell’incontro e nella scoperta di realtà nuove, luoghi fisici e morali nei quali consolidare un percorso di crescita come persone e cittadini. Si sente spesso ripetere quanto i giovani mostrino disinteresse e sfiducia per le istituzioni, la politica e la vita pubblica. 

Il servizio civile al contrario ha consentito a decine e decine di migliaia di giovani di comprendere come sia possibile conciliare interessi e attività personali con interessi e attività collettive, in una sintesi più ampia, in una dialettica positiva che valorizza e moltiplica il bene di tutti e di ciascuno.

Non da ultimo, il dramma della disoccupazione giovanile pone al Servizio civile un’altra frontiera, imprevista e inaspettata nella sua urgenza. Non stiamo parlando di una forma di apprendistato, avviamento al lavoro o al lavoro mal pagato, ma di una risposta che impatta positivamente con la voglia dei giovani di fare, di intraprendere, di esserci, di giocarsi e di rischiare in prima persona. Un ponte tra formazione alla cittadinanza e inserimento nel mondo del lavoro, un luogo nel quale ci si educa a progettare, a lavorare di squadra, alla flessibilità necessaria per raggiungere gli obiettivi stabiliti, all’uso saggio delle risorse disponibili.  L’inserimento proprio del servizio civile tra le azioni potenzialmente finanziabili e prese in considerazione dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, nell’ambito del Piano europeo “Garanzia Giovani” (Youth Guarantee), aprono nuove prospettive per questo istituto ed avviano il confronto sul riconoscimento del suo valore e sul suo collegamento con il mondo del lavoro.

Nell’avvio della XVII Legislatura (la più ‘giovane’ come età media dei parlamentari), si è parlato e scritto di servizio civile come non accadeva da tempo.  Un profluvio di parole inutile e dannoso se non seguiranno scelte chiare. Occorre rilanciare un nuovo patto tra organizzazioni di terzo settore, amministrazione centrale e amministrazioni locali e regionali per rilanciare questo grande e unico laboratorio di formazione alla cittadinanza. Gli enti sono pronti da tempo per raccogliere la sfida a condizione  che la politica definisca un quadro chiaro di obiettivi in base ai quali aprire un confronto sulle strategie, sui compiti e sulle responsabilità che ciascuno dovrà assumersi. 

E’ tempo di una nuova legge che raccolga la sfida del rilancio del SCN.  Ne possiamo tratteggiare i principali fondamenti. 

Il servizio  civile è a tutto tondo un servizio di difesa della patria attraverso modalità di difesa civile non armata e non violenta, alternativa alla difesa militare. Il quadro europeo è imprescindibile e non un semplice orpello, come lo è la cittadina europea.  

E’ una esperienza che vede i giovani protagonisti nell’ attuazione e ridefinizione della idea di cittadinanza e difesa della patria, nel consolidare e sostenere i legami sociali, nell’alimentare la cultura della legalità, della partecipazione attiva, nella difesa del patrimonio culturale e ambientale, nel partecipare a iniziative di cooperazione internazionale. 

La programmazione non può che essere triennale seppur articolata in fasi annuali. Va ripensato l’impianto gestionale tale da rendere il sistema più efficiente, e va prevista obbligatoriamente la certificazione delle competenze acquisite. La legge dovrà prevedere l’apertura ai cittadini stranieri residenti in Italia e il servizio civile all’estero. 

Non da ultimo, un finanziamento tale che garantisca l’universalismo dell’accesso al servizio per tutti i giovani che ne fanno richiesta, e una chiara ripartizione di funzioni tra la amministrazione centrale e quelle decentrate.

*) deputato del Partito Democratico

 

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