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Un unico indicatore per l’Europa

Ci sono voluti quasi due secoli per misurare la «ricchezza delle nazioni» e, quando nel 1934 fu elaborato il Prodotto Interno Lordo, lo stesso padre dell’indicatore, Simon Kuznets, presentandolo al Congresso degli Stati Uniti, dichiarò che “il benessere di una nazione non può essere facilmente desunto da un indice del reddito nazionale”. 

Per oltre 50 anni, poi, è stata intrapresa la ricerca di nuovi indici sintetici, alternativi o più propriamente complementari, rispetto al PIL, che rappresenta ancora oggi il più istituzionale degli strumenti di misurazione dell’attività di un paese, esprimendo però essenzialmente solo le attività di mercato, la produzione, e non certo il benessere di una società. 

Il PIL ignora ogni cosa che accade al di fuori del regno degli scambi monetari e, quindi, non tiene neanche conto dei costi sociali e ambientali. Vengono ignorate anche le economie non di mercato. Esternalità negative (come ad esempio l’inquinamento) danno luogo addirittura al duplice effetto di non essere contabilizzate e di aumentare il PIL (dell’entità del costo del disinquinamento). Al contrario del capitale fisso, la cui svalutazione nel tempo viene considerata nel PIL, l’esaurimento delle risorse naturali non viene contabilizzato. Una notevole parte dell’attività economica sommersa non è computata nel PIL, sebbene sia stata inserita negli ultimi anni almeno una stima dell’economia irregolare e dell’evasione fiscale. 

Benché l’introduzione del PIL pro-capite dia in un certo modo una misura più accurata della ricchezza degli abitanti di una nazione, nulla ci dice su come realmente il reddito nazionale sia distribuito e suddiviso fra di essi. Il punto è che c’è differenza tra “misurare” quanto stiamo bene e contare quanto produciamo. 

Per questo, tra gli anni ’60 e gli anni ’90 sono state realizzati altri indicatori di carattere sociale in grado di evidenziare ambiti di indagine supplementari al tradizionale dominio economico e, negli anni più recenti, persino nuovi indicatori di carattere ambientale. Sul finire degli anni Ottanta il Rapporto Brundtland (1987) sollevò la questione dello sviluppo sostenibile all’attenzione mondiale e, successivamente, con la Conferenza sull’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite del 1992 (Rio Earth Summit), la questione ambientale entrerà nell’agenda politica internazionale, segnando il passaggio ad una fase di elaborazione “globale”. 

È comunque nel corso dell’ultimo decennio che si afferma, con maggior vigore, l’esigenza di misurare il livello di benessere raggiunto da una società garantendo, nel contempo, la sua sostenibilità economica, sociale e ambientale. In questa direzione si muove la recente elaborazione dell’ONU che aggiorna gli Obiettivi globali di Sviluppo Sostenibile 2015-2030 (Sustainable development goals, SDGs), identificati da un nuovo sistema di indicatoriche tutti i paesi del mondo si sono impegnati a tracciare. Si tratta di circa 240 indicatori che devono sostanziare i 169 traguardi nei quali sono articolati i 17 Obiettivi.

In ogni caso, negli anni Duemila un ruolo fondamentale viene assunto dall’OCSE, sin dal Global Project on measuring the progress of societies avviato nel 2003, per giungere all’elaborazione del Better life index; dalla stessa Commissione europea (dalla quale, il 20 agosto del 2009, giunse l’importante comunicazione dal titolo “Oltre il PIL: Misurare il progresso in un mondo in cambiamento”); dalla Commissione sulla misurazione della performance economica e del progresso sociale (comunemente conosciuta come la Relazione della commissione Stiglitz, Sen e Fitoussi, SSF), la cui Relazione finale pose gli espliciti obiettivi di identificare i limiti dell’utilizzo del PIL quale indicatore della performance economica e del progresso sociale, valutare la possibilità di utilizzare strumenti di misurazione alternativi del progresso e promuovere una riflessione su come presentare le informazioni statistiche in modo appropriato, proprio per cogliere il benessere sociale, materiale e non materiale, nelle sue molte dimensioni.

Eppure, mentre le famose raccomandazioni della Commissione SSF venivano ricordate nei successivi vertici “G”, contemporaneamente la Commissione europea presentava – con poca trasparenza e partecipazione – un progetto di rafforzamento della governance economica europea volto a riequilibrare gli squilibri fiscali e macroeconomici degli Stati membri dell’UE, poggiato su un sistema di indicatori (il famigerato scoreboard) in grado di fornire i segnali di allarme e permettere di realizzare gli opportuni interventi correttivi negli stati interessati. Quella scelta si dimostrò in totale coerenza con tutte le successive scelte di governance economica, modifiche dei Trattati e, ovviamente, di affermazione della linea dell’austerità. 

Nell’attenzione della Commissione, infatti, continuano a rimanere del tutto esclusi gli indicatori legati all’Agenda 2020, ma anche gli aggregati economici più rilevanti, anche ai fini della comprensione degli squilibri finanziari, nonché ovviamente tutti gli indicatori di carattere sociale e ambientale. In altri termini, la crisi ha spinto a riconsiderare il modello di sviluppo globale e il 2009 fu l’anno in cui tutti vollero misurare il progresso della società ma, a poco meno di 7 anni dalla comunicazione della citata Commissione europea, in ambito sovranazionale ancora non emergono misure istituzionali del benessere e si continua a privilegiare una parte della dimensione economico-finanziaria in ragione del ruolo di gestione, coordinamento e, soprattutto, controllo degli Stati membri dell’Unione europea e dell’Area euro. 

Non c’è dubbio che la nuova “grande trasformazione” renda quanto mai appropriata una discussione sul modello di sviluppo globale, soprattutto in relazione all’origine della stessa crisi e in funzione della ridefinizione della crescita che si vorrebbe ri-generare. Tale discussione, oggi, comporta un inevitabile richiamo alla sostenibilità, ambito nel quale dominano i noti problemi connessi all’ambiente. 

Tuttavia, la sostenibilità è anche economica e sociale. Per gli stessi squilibri macroeconomici osservati dalla Commissione europea dovrebbero intendersi le persistenti divergenze tra la domanda e l’offerta aggregata – che conducono a surplus o deficit nei consumi e risparmi complessivi di un’economia – ponendo attenzione alla distribuzione e alla redistribuzione del reddito e della ricchezza. Considerare gli effetti distributivi su quantità e qualità del consumo, oltre che della produzione, inoltre, obbliga a valutare l’azione pubblica e l’impatto sulla qualità della vita, includendo nel calcolo del benessere aspetti quali la salute, l’istruzione, la casa, la partecipazione politica, le relazioni sociali e la sicurezza personale; tracciando una continuità statistica con la dimensione non materiale del benessere, tra cui si ricorda l’importanza del tempo, delle relazioni e del cosiddetto “capitale sociale”. 

È a seguito di tali considerazioni che la riflessione sull’idea di progresso sociale e di benessere non dovrebbe essere circoscritta ad ambiti ristretti, ma debba necessariamente coinvolgere tutta la collettività. D’altra parte, la concezione del benessere non è un problema esclusivamente tecnico e chiama in causa le preferenze e i valori di fondo di una società e degli individui che la compongono.

Con questo spirito, l’ISTAT e il CNEL hanno realizzato il sistema del Benessere equo e sostenibile (BES): circa 130 indicatori divisi in 12 domini, finora prodotto in tre edizioni. La società civile, insieme agli attori sociali e istituzionali, hanno individuato – attraverso confronti e percorsi predefiniti – gli ambiti di intervento nei quali si determina il progresso di una società, delineando le specifiche aree e fenomeni di rilievo (i vari dominii in campo economico, sociale ed ambientale). 

Alla statistica è attribuito il ruolo di supporto “tecnico” attraverso la fornitura della metodologia idonea e l’individuazione degli indicatori efficaci per il monitoraggio di tali fenomeni. Al Comitato di indirizzo promosso da ISTAT e CNEL, infatti, partecipavano le parti sociali, mentre gli indicatori furono selezionati da una Commissione scientifica, composta da esperti nelle misurazioni relative a ciascun dominio. Tale elaborazione assumerà particolare rilievo se avrà seguito la norma inserita nel progetto della nuova legge di Bilancio, in cui si propone un apposito allegato al DEF per l’andamento e la previsione degli indicatori di benessere equo e sostenibile adottati a livello internazionale (SDGs), a cui necessariamente dovrà fornire un importante contributo il sistema del BES.

Eppure, i limiti del BES risiedono proprio nella sua esaurienza. Un set di indicatori che hanno l’ambizione di “completare” l’informazione restituita dal PIL non dovrebbe risolversi in un libro. La giusta ambizione di integrare il PIL deve poter essere recepita istituzionalmente, attraverso la possibilità di visualizzare rapidamente le tre principali dimensioni del benessere, in un determinato luogo e in un preciso momento, anche per svolgere i corretti confronti internazionali o valutare attentamente le scelte politiche. 

Date le nuove frontiere della digitalizzazione e le nuove possibilità tecnologiche, dovrebbe essere compito delle istituzioni, nazionali ed europee, quello di fornire tempestivamente e sinteticamente informazioni, oltre che sulla determinazione della ricchezza, anche sulla sua distribuzione, sui connessi aspetti sociali e sulle conseguenze ambientali. 

In tal senso, si potrebbe immaginare l’elaborazione di soli tre indicatori, rispettivamente dell’economia, della società e dell’ambiente di ogni paese, che possano riassumere i 12 domini del BES, per essere comunicati dagli istituti nazionali di statistica ogni volta che si informa la popolazione del livello e della dinamica del PIL. 

 

 (*) Segretario confederale CGIL

 (**) Capo  economista CGIL

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