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Parole come pietre d’angolo, per un mondo migliore

Con questa Enciclica, Leone XIV definisce il suo pontificato. Si mette in continuità soprattutto con il suo predecessore, spazia sulle prospettive future del mondo, colloca la Chiesa cattolica in una posizione di interlocuzione dialettica con le altre religioni ma anche con quanti sono agnostici o atei e soprattutto chiama i cattolici “ad assumere un ruolo attivo, senza rifugiarsi nello spiritualismo o nei nostri piccoli mondi” (paragrafo 236).

La caratteristica del suo dialogare è la radicalità. Non ci sono giri di parole attorno alle questioni cocenti che affronta e nello stesso tempo schiva la logica più immediata degli schieramenti politici. La sua forza è l’autorevolezza morale che traspira dal suo argomentare. 

E lo si capisce ancor più se ci concentriamo su alcune parole chiave del suo messaggio. Sicuramente continueremo ad ascoltarle nel corso del suo pontificato, specie se il mondo non si decide a trovare un nuovo equilibrio per la sopravvivenza umana in questa Terra, per una energica redistribuzione della ricchezza accumulata e prodotta, per assicurare la convivenza pacifica tra i popoli.

Dentro ciascuna di queste emblematiche parole, non c’è soltanto memoria dell’insegnamento ecclesiale – nello specifico, risale soprattutto alla Rerum Novarum di Leone XIII (15 maggio 1891) – ma anche profezia per il divenire. Il Papa non dimentica che non basta sottolineare le ragioni del passato e uscire dal confronto storico a testa alta; sa perfettamente che ciò che conta è saper indicare una prospettiva convincente, mantenendo salda l’unità dei cattolici.

Verità (103 e seguenti)

“Tre cose non possono essere nascoste a lungo: il sole, la luna e la verità” (generalmente attribuita a Buddha).  La martellante insistenza nel sottolineare l’esigenza di corrispondere al vero per giudicare il mondo, per fare scelte giuste, per assumere responsabilità coscienziose ha fondamento nella consapevolezza che essa possa essere manipolata, edulcorata, sfregiata e finanche stravolta.

Riguarda tanto la verità teologica, riferimento che apre e chiude l’Enciclica, quanto la verità circa le scelte da compiere, i fatti da commentare, le comunicazioni da diffondere che attengono alla vita delle comunità ecclesiali, dei popoli e degli Stati. Infatti, qualche giorno dopo l’uscita dell’Enciclica, il Papa ha detto definitivamente no alla richiesta degli scismatici lefevriani di rinnegare il Vaticano II e qualche giorno prima ha risposto alle critiche volgari di Trump nei suoi confronti, ricordando che ha come punto di riferimento il Vangelo e di certo non le convenienze da potenza a potenza.  

Non è la prima volta che la verità è posta sotto attacco. Ma in questo tempo, è opinione diffusa che questa corre rischi elevati, man mano che si diffonde l’impiego della Intelligenza Artificiale (IA) in tutti i gangli della vita individuale e comunitaria. Lo spiega bene il premio Nobel per la fisica Giorgio Parisi che aveva un problema decennale da risolvere e con l’IA ha chiuso in positivo la partita. Ma oltre la soddisfazione, ha aggiunto: “stavolta quella che rischiamo di perdere è la nostra facoltà di pensare” (la Repubblica, 01/07/2026). 

Anche il Papa non considera l’IA soltanto un mezzo tecnico neutrale ma “quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà”. Per questo, pur riconoscendo le grandi potenzialità della IA, giunge a chiedere “prudenza, verifiche rigorose e talvolta anche un rallentamento nell’adozione della IA… per una cura responsabile verso la famiglia umana”.

Questo è un passaggio importante del messaggio papale ed è fatto in modo ben finalizzato: “la fedeltà alla verità chiede di integrare le possibilità offerte dalla tecnica in un cammino di sapienza, capace di custodire insieme la dignità di ogni persona e il futuro della nostra Casa comune”. Un richiamo di grande valore rivolto a donne o uomini di ogni età, ceto sociale, etnia, cultura.

Limite (118 e seguenti)

Quando fu pubblicata la prima mappa del genoma umano (2001), l’allora Presidente degli Stati Uniti, Bill Clinton dichiarò: “Siamo più vicini a Dio”. “Vicini”, non “tali e quali”. Da allora, sembra che il senso del limite si sia progressivamente dilatato come percezione individuale e modalità di coesistenza. Soprattutto gli strumenti digitali e l’ampliamento dei loro contenuti, anche in virtù della IA, mettono a disposizione dei singoli una vastità di informazione e conoscenza che incide sulla propria visione del limite, la amplificano a dismisura, scombina finanche le relazioni e c’è finanche qualcuno che, in posizione istituzionale importante, si crede già seduto all’altro lato di Dio. 

La presunzione MAGA sulla libertà fa dire al vice Presidente degli Stati Uniti Vance (che di essa è fan dichiarato) che “è molto preoccupato per la libertà di parola in Europa” perché ci sono leggi nei vari Paesi europei, che ne condizionano il libero spiegamento (intervento alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, febbraio 2025). Per gli esempi che ha citato, si desume che per lui non vale la vecchia regola che la mia libertà ha limite nella consapevolezza e rispetto per chi mi sta accanto. 

Ma non è il solo, purtroppo. In questi ultimi tempi, il senso del limite non è rispettato da Paesi che vogliono con la forza modificare i confini con il Paese vicino; da quanti intendono arricchirsi a spese degli altri speculando con le criptovalute o imponendo dazi e prezzi da monopolio; da coloro che vogliono essere tassati meno degli altri, pur rivendicando stessi servizi e beni pubblici, fino  alle bande di ragazzini che impongono con la violenza ai più deboli – vecchi e giovani – la loro presunta supremazia e precoce arroganza.

Non so se il Papa avesse in mente questo panorama mentre scriveva che “la corruzione morale del nostro limite creaturale – il male che con evidenza agita il cuore dell’uomo – rovina la società e la vita, fino a punte estreme di disumanità”. Ma non si ferma alla condanna. Valorizza la finitudine che “quando è accolta nella verità, non impoverisce l’essere umano ma lo apre al riconoscimento del volto di Dio e dell’altro” e anche lo rende “capace di intuire una fraternità più grande di sé e di riconoscere l’ingiustizia come scandalo”. Per gli uomini di buona volontà c’è tanto lavoro da fare.

Potere (188 e seguenti)

A partire dalla messa in discussione della cultura di potenza. Il ragionamento papale è senza mediazioni concettuali, lessicali o di opportunità. Specie sulla questione della guerra e della IA. 

Egli mette una pietra tombale sulla “guerra giusta”. A me non vengono in mente preti, suore e crocifissi che partivano, con gli eserciti di questo o quel regnante, per le crociate. Vicende che hanno avuto la loro abiura da parte della Chiesa cattolica, da molto tempo. Piuttosto tornano alla memoria situazioni a noi più vicine come la benedizione del sedicesimo patriarca ortodosso di Mosca e tutte le Russie Kirill all’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, le citazioni bibliche usate dagli ebrei più integralisti per sacralizzare gli eccidi in Palestina, la persecuzione fino alle esecuzioni mortali di quanti chiedono più verità e libertà nell’Iran in nome dell’Islam. L’ecumenismo ha molto risentito di questa diaspora tra le religioni monoteiste. 

Il pensiero del Papa sulla guerra si accosta a quello di Bertolt Brecht: “tra i vinti, la povera gente faceva la fame/ fra i vincitori, faceva la fame la povera gente, egualmente”. La radicalità papale è rafforzata dalla consapevolezza che la IA interviene massicciamente nell’ammodernamento delle armi e nello svolgimento delle guerre. “Non c’è algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile”. Può anche tutelare l’integrità fisica dei duellanti, guidando a distanza l’uso degli ordigni ma “ci abitua all’idea che la violenza sia inevitabile e vada solo ottimizzata”.

Il Papa chiede di “disarmare le parole”, oltre a smettere di aumentare gli armamenti. Di mobilitare il dialogo, la diplomazia e il multilateralismo tra i Paesi per privilegiare relazioni pacifiche. Di “coltivare un sano realismo” rifuggendo falsi idealismi e acuti cinismi. Di rilanciare il confronto tra le religioni “perché al centro dei grandi cammini spirituali si trova un messaggio di pace…. Passerà alla storia chi seminerà pace, non chi mieterà vittime; perché gli altri non sono innanzitutto nemici ma esseri umani; non cattivi da odiare, ma persone con cui parlare”.

Quanto alla Intelligenza Artificiale la convinzione è netta. E’ uno strumento di potere straordinario. Chi possiede piattaforme, canali di amplificazione delle informazioni e accumula dati di ogni specie anche personali e non autorizzati è potentissimo. Leone XIII intravvedeva nei “padroni delle ferriere” i potenti dell’era industriale che si stava affacciando nell’ormai vicino secolo XX e nel lavoro sfruttato la vittima sacrificale dell’ingordigia capitalistica. L’altro Leone ha di fronte un concentrato di potere enormemente più insidioso. Già ora i proprietari delle cinque maggiori aziende dominanti nel settore tecnologico USA hanno redditi superiori a molti Stati del mondo ed un’influenza sulla politica e sulle opinioni delle persone sconfinata .  Anche per questo potere il Papa chiede disarmo.

“Disarmare non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedire di dominare l’umano. Significa sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile e quindi abitabile. Restituendola alla pluralità delle culture umane e delle forme di vita”. 

Si può aggiungere che deve essere contrattabile da parte degli utilizzatori sin dalla sua impostazione progettuale, cioè a partire da quelli che devono operare attraverso i programmi da essa messi a punto. Senza questo filtro, specie nel campo del lavoro, si profila un nuovo tipo di cottimo, che non attiene soltanto allo sforzo fisico ma anche a quello mentale. Fermo restando, quindi, che per i sindacati dei lavoratori è un nuovo terreno di iniziativa negoziale, prima o poi, si dovrà arrivare ad istituire una Autorità internazionale che certifichi la validità etica e la corrispondenza a valori condivisi dell’algoritmo programmato, prima che sia immesso nel mercato. Se lo si fa già per il farmaco, a maggior ragione deve essere esercitato nei confronti di un sistema che può incidere sulla salute ma soprattutto sulla dignità della persona.

La posta in gioco è alta. C’è uno scambio diabolico che si è affermato come regola commerciale: la IA e qualsiasi strumento digitale sono disponibili gratuitamente o a basso costo, soprattutto nelle fasi iniziali; in alternativa, vengono accumulano dati e conoscenza degli utenti che diventano patrimonio dei nuovi padroni delle “coscienze”. Le parole libertà, privacy, sicurezza, democrazia si dilatano, si sbriciolano e perdono i confini condivisi, definiti dalla cultura liberale e democratica. 

Bisogna sbullonare questo scambio. Non bastano le norme esistenti per contenere questa deriva pericolosa, specie per le giovani generazioni. Bisogna arrivare a definire sistemi di tutela giudiziaria soprattutto delle persone più fragili, a partire dai ragazzi e dalle ragazze, che di fatto realizzino l’obiettivo dell’eliminazione dell’anonimato nell’uso dei social e dell’IA. 

In definitiva, come indica il Papa, è vitale che la IA sia considerata da tutti un bene comune, condivisibile senza mercificazione e tutelato da speculazioni e alterazioni incidenti sull’evoluzione equilibrata della società umana e sulla tenuta delle democrazie. Queste non possono soccombere di fronte all’algoritmo. 

Lavoro (148 e seguenti)

C’è un’attenzione “competente” sul rapporto tra lavoro e Intelligenza Artificiale. Non la chioserò con dettaglio perché vale la pena di andare a guardare con vera curiosità le argomentazioni di questa parte dell’Enciclica. Da essa si deduce che ha la stessa lungimiranza della Rerum Novarum: non è disfattista ma pienamente realista. 

Il chiaro e lo scuro dell’economia digitale sono descritti con un convincimento preciso. Governare, non subire. Rendere le persone soggetti attivi della transizione dal vecchio modello industriale al nuovo e più sofisticato regime tecnologico. Di conseguenza, anticipare le difficoltà, non affrontarle quando divengono ingombranti e dolorose e pertanto più complicate nel trovare                 soluzioni soddisfacenti.

Il Papa appare consapevole che i tempi nuovi saranno a lunga lievitazione. Le novità che incorporeranno, si stenderanno sul lavoro in modo massiccio; riguarderanno tutte le gradazioni delle professionalità; investiranno ogni settore delle attività di studio, di ricerca, di produzione di beni e servizi; saranno determinanti per non fare della finanza una scuola di bulimia; caratterizzeranno lo stato sociale soprattutto per la prevenzione, la cura e l’assistenza agli anziani; influenzeranno l’organizzazione delle famiglie e delle comunità locali.

Di conseguenza, sollecita l’impegno per non giungere impreparati all’impatto con il cambiamento. In particolare, si rivolge ai rappresentanti del mondo del lavoro: “le organizzazioni sindacali, che la Chiesa ha sempre sostenuto, sono chiamate ad aprirsi alle nuove forme di lavoro e ai nuovi lavoratori, per rappresentarli e difenderli in uno scenario in cui, senza scelte coraggiose, si profilano più povertà e più disuguaglianze, con una moltitudine di esclusi circondati da macchine e sistemi automatizzati che hanno preso il loro posto”.  Li preavvisa: “non è più possibile affidarsi alla mano invisibile del mercato” ed elenca i criteri della trasparenza e della responsabilità, dell’inclusione e dell’accesso, dell’equità fiscale e della protezione sociale quali capisaldi di un’azione ispirata alla gestione della IA come bene comune e non come un prodotto commerciale.

Il lavoro non mancherà, l’occupazione sarà redistribuita, lo stato sociale si riadatterà soltanto se i soggetti della sua rappresentanza sapranno assumere quei criteri come linee guida di un modo più efficace di tenere in pugno la mutazione dell’esistente. In questo c’è l’essenza della concretezza dell’Enciclica, che non è né ottimista, né pessimista. Dice il cardinale Gianfranco Ravasi che “l’ottimista spiega che siamo nel migliore dei mondi possibili; il pessimista teme che possa essere vero”. Leone XIV è radicalmente realista.  

Educazione (139 e seguenti)

E’ una parola che suona come un allarme, nel linguaggio del Papa. “Le rapide trasformazioni tecnologiche mettono in luce quanto siamo impreparati sul piano educativo. La pervasività dei media digitali genera una cultura dell’immediatezza e dell’iperstimolazione, che alimenta stanchezza, noia e apatia di fronte alla fatica necessaria per cercare la verità”. 

L’analisi è cruda, ma non induce alla rassegnazione. Anzi invoca più educazione, da non esaurire nell’età giovanile ma che accompagni anche la fase adulta delle persone. Un continuum di impegno che consenta di non atrofizzare la comprensione umana, ma semmai l’arricchisca di contenuti nuovi e la eserciti sempre con senso critico.

Per realizzare questo obiettivo, individua tre grandi sfide: quella sociopolitica, quella pedagogica e quella intellettuale e sapienziale che hanno nella scuola la loro centralità, perché è lì che i giovani “possono imparare a cercare e amare la verità, a interrogarsi sul senso della vita e sulla dignità di ogni persona”. Il successo di questo obiettivo è affidato a un’alleanza tra la politica, le istituzioni educative e le famiglie. 

Questo comune sentire la responsabilità di agire in sintonia, nel nostro Paese non è scontato. Anzi, prevale più il caos che l’armonia, più lo scaricabarile che la cooperazione, più la logica punitiva che quella educativa nell’impedire che i giovani siano esposti alle scorribande della comunicazione di ogni tipo, dei suggerimenti di spregiudicati influencers, delle fake news. 

Una ricucitura dei rapporti tra decisori pubblici, insegnanti e genitori, in presenza di una IA sempre più invasiva per cui “le persone sanno molte cose ma faticano a dare un orientamento                 alla propria vita”, rappresenta un impegno straordinario e metodico, fondato su un dialogo continuo, sulla disponibilità di risorse adeguate allo sviluppo di questo processo, su una programmazione dell’adeguamento della didattica al più corretto uso degli strumenti digitali.

Soltanto in questo modo, è possibile concretizzare quello che l’Enciclica auspica: “la scuola non è chiamata a inseguire la velocità del mondo digitale, ma ad offrire ciò che il digitale da solo non può dare: tempo condiviso per apprendere e relazioni affidabili”. 

Ma l’IA, man mano che si diffonde, acuisce una contraddizione: ha bisogno di competenze nuove e distrugge molte di quelle più tradizionali. Nascita di nuove professionalità e posti di lavoro e morte delle une e degli altri procedono inevitabilmente con discontinuità e asimmetrie. Possono provocare conflitti, esclusioni, squilibri sociali e territoriali. Prevenire significa non solo assicurare che nei luoghi di lavoro tutto ciò sia oggetto di contrattazione, ma che si predispongano le condizioni per una gestione della transizione adeguata ai bisogni delle persone interessate. 

La formazione continua può giocare un ruolo di ammortizzatore sociale adeguato. Quella per gli adulti, in Italia, è stata sempre marginalizzata. Non ci sono esperienze sistemiche; qua e là ci sono best practies, ma è assente un disegno strutturale di organizzazione della formazione che accompagni per tutta la vita lavorativa l’individuo che perde il lavoro. 

Con il salto tecnologico che provoca la IA, questa esigenza acquista una dimensione mai vista nel nostro Paese. Ci si deve attrezzare per tempo e le organizzazioni sindacali ne dovrebbero fare il perno della loro strategia di governo della mobilità da posto di lavoro a posto di lavoro. Soltanto così si corrisponderebbe all’auspicio dell’Enciclica di evitare di trovarsi “di fronte ad un paradosso di progresso materiale e regressione antropologica, in cui verrebbero meno le condizioni per una pace sociale giusta e stabile”.  

Partecipazione (240)

E’ felice la scelta dell’accostamento di due modi di vedere come si plasma il futuro: Babele “una costruzione grandiosa, ma disumana” e Gerusalemme per la quale Neemia “mattone dopo mattone, ricostruisce con il popolo le mura”. La verticalità del comando   opposta all’orizzontalità della partecipazione.

Il pendolo della storia sta oscillando verso Babele: i linguaggi sono confusi, i comportamenti diventano imprevedibili; le regole del vivere comune forzate o divelte; molte delle realtà aggregative – dalla più piccola alla più grande – sembrano ben predisposte a far ricorso al comando, alla concentrazione delle decisioni sempre più in alto e sempre più monocratiche; il passaggio all’uso della forza per far valere le proprie opinioni, desideri, convenienze è continuamente dietro l’angolo.

L’Enciclica è un buon tentativo per mettere in moto il pendolo nella direzione opposta. Ma Gerusalemme non la si rifà a chiacchiere. Richiede un duro lavoro e tanta partecipazione. Del primo si è già detto ed è trasparente che bisogna far valere visioni alternative e sempre più convincenti. Esse non possono essere improvvisate, ma frutto di scelte ponderate, verificate, selezionate. 

Quanto alla partecipazione, essa non deve essere di facciata e neanche formale. Quanta partecipazione di questo tipo, che sfocia finanche nell’unanimismo consensuale, resta Babele, perché i soggetti coinvolti continuano a credere, pensare, agire in modi diversificati, fingendo di essere tutti d’accordo? 

La partecipazione deve avere la caratteristica dell’orizzontalità. Deve essere diffusa, non può riguardare una ristretta parte del tutto, sia essa una piccola comunità, che una grande organizzazione o un consesso internazionale. Deve essere rispettosa delle diversità culturali, sociali, educative, economiche Deve essere dialogante – fino al litigio, ma non al ricorso della violenza – che sbocchi sempre in una ricomposizione alta, mettendo da parte le mediocrità delle convenienze e la miseria delle pretese. Deve essere continua, perché necessita di coinvolgimento, di verifiche, di valutazioni, di reciproca fiducia dei soggetti coinvolti.

Soltanto con questo esercizio tenace e credibile è possibile che la Gerusalemme della pace, del bene comune, della giustizia, della solidarietà sia edificata nuovamente nella coscienza dell’umanità. 

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