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Puntare sui servizi, basta bonus a pioggia serve una svolta contro le disuguaglianze

Un radicale cambio di rotta delle politiche pubbliche è indispensabile, non da oggi. Lo chiedono: il susseguirsi parossistico di «crisi», frutto di scelte sbagliate, da invertire; il fermento sociale e imprenditoriale del Paese che suggerisce le strade da prendere; la domanda di servizi fondamentali a misura delle persone nei luoghi. Proposte concrete per la nuova rotta esistono. 

Il Forum Disuguaglianze e Diversità (Forum DD) e altre reti della società le hanno messe sul tavolo. Continueranno a farlo. Condizione per le nuove politiche è una scossa potente alla macchina amministrativa pubblica. Altrimenti, non resterà che continuare a erogare bonus, fare bandi che distribuiscono soldi a pioggia, erigere infrastrutture senza curarsi dei servizi, proteggere singole corporazioni, «semplificare» come sinonimo di «irrigidire» in un mondo che invece chiede flessibilità. Il governo che nasce, fra tante difficili eredità, si ritrova qui con un vantaggio. 

Il precedente governo ha sdoganato la centralità dell’amministrazione pubblica ma non ne ha tratto risultati. Quale occasione migliore per accantonare ogni idea di ricominciare da capo con strabilianti riforme e andare invece sul concreto, mirando a produrre un effettivo cambiamento dei comportamenti a norme date? 

In quattro direzioni: partecipazione; uso critico del digitale; geografia istituzionale; reclutamento, motivazione e formazione dei dipendenti pubblici. In primo luogo, il nuovo metodo di azione pubblica richiede l’apertura dell’amministrazione a co-programmazione e co-progettazione. La rispondenza delle politiche, per tutti i servizi fondamentali, alle aspirazioni e saperi delle persone nei luoghi richiede un confronto pubblico acceso e informato, a livello di sistema e luogo per luogo, in fase ascendente e discendente delle decisioni. E richiede una trasparenza che metta la cittadinanza in condizione di monitorare continuamente l’attuazione delle politiche per poter intervenire su di esse. Si deve rivedere il Pnrr? Si parta da qui. 

E’ poi necessario che la digitalizzazione della Pa abbia come obiettivo qualità dei servizi e uguaglianza nell’accesso. Anziché portare il digitale in amministrazioni sostanzialmente identiche a sé stesse, si tratta di portare le amministrazioni nella dimensione digitale usandola per ripensare processi e relazioni tra amministrazioni e tra queste e le persone. Si tratta di assicurare l’accesso aperto a tutti i dati pubblici raccolti, per consentire verifica dei risultati e creatività imprenditoriale. 

La geografia istituzionale delle amministrazioni, accantonando ogni idea iniqua di regionalismo differenziato, deve ripartire dal panorama opaco lasciato dalla Legge 56/2014, per eliminare duplicazioni e orientare le amministrazioni a missioni strategiche chiare. Va risolta la mortificante incertezza che tocca oggi le province e la governance di area vasta. Le unioni dei comuni, le funzioni associate hanno partorito, salvo eccezioni, topolini. Una strategia come quella delle aree interne che promuoveva alleanze strategiche fra comuni minori è stata contraddetta da bandi pubblici che hanno favorito la divisione fra i comuni. 

Infine, il tema primario: il lavoro nella Pa. E’ dalla sua capacità e motivazione a esercitare la discrezionalità richiesta dal cambio di rotta che dipende gran parte del successo. Le norme ci sono, ma le carenze nell’attuazione hanno sinora fatto sì che la straordinaria opportunità dello sblocco del turnover non sia stata colta. La scarsa partecipazione o l’insuccesso di tanti concorsi non è il frutto di presunte basse retribuzioni offerte, ma della scarsa attrattività per giovani capaci, del fatto che le amministrazioni non avevano affatto chiaro il proprio fabbisogno, dei metodi di selezione adottati. 

Occorre migliorare radicalmente l’intero processo di assunzione, utilizzando le migliori esperienze italiane, quelle che Forum PA, Forum DD e Movimenta hanno raccolto in un Vademecum già nel 2021, e poi accompagnando le amministrazioni nelle varie fasi. Si tratta di esplicitare nei bandi la sfida insita nei posti offerti, il potere che assunte e assunti avranno. Si tratta di scegliere Commissioni di qualità e remunerarle adeguatamente, attuare una comunicazione chiara delle funzioni, usare con attenzione titoli e test multi-risposta, considerare centrali la qualità delle prove usando le nuove tecnologie per verificare le attitudini e la capacità di risolvere problemi, fronteggiare imprevisti, dialogare con la cittadinanza. E si tratta di curare l’accoglienza dei neoassunti coinvolgendo gli «anziani» più motivati. 

Valorizzare le persone vuol dire anche curarne la formazione. Anche qui i piani ci sono, ma è mancata sinora una coerente attuazione. Si può creare un hub formativo che renda disponibile una molteplicità di corsi, validati dal Dipartimento della Funzione Pubblica, che ogni dipendente possa usare per creare un proprio percorso formativo assistito e certificato.

Infine, e solo qui mettendo mano alle norme, si tratta di riprendere la questione della dirigenza, che vive oggi in un limbo legislativo e in una frammentazione che è divenuta una giungla retributiva ed organizzativa in cui ciascuno, pur a disagio per condizioni di lavoro spesso inadeguate, tiene stretti i propri piccoli o grandi privilegi. E necessario rispettare l’indipendenza «al solo servizio della Nazione», esaltare la responsabilità, la professionalitàe l’autonomia, ma sottolineare anche la necessaria dimensione di rischio e discrezionalità propria di ogni manager e la dipendenza da risultati trasparenti e condivisi. 

Siamo velleitari nel chiedere che sia questo uno dei terreni di sfida democratica alta fra Governo e opposizione, nell’interesse del Paese e della giustizia sociale? 

*da La Stampa 18/10/2022

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