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Rapporto Oxfam “An Economy for the 99%”

Il rapporto di Oxfam “An economy for the 99%”, pubblicato il 16 gennaio, alla vigilia del World Economic Forum di Davos, presenta nuovi dati ed evidenze sulla disuguaglianza economica che si va acuendo e che contraddistingue sempre più un sistema economico, di cui beneficia un’esigua minoranza di super ricchi, a discapito del resto del mondo, soprattutto delle fasce più povere della popolazione.

Partendo da un’analisi volta a sfatare i falsi miti alla base del neoliberismo, Oxfam propone una visione economica alternativa fondata su principi che salvaguardano il bene comune: l’economia umana.

IN PILLOLE ALCUNI MESSAGGI CHIAVE DEL RAPPORTO:

LE DIMENSIONI DELLA DISUGUAGLIANZA

L’estrema disuguaglianza economica nel mondo è oggi ancora più ampia di quanto stimato in precedenza. Secondo le nuove stime di Credit Suisse sulla distribuzione della ricchezza nel mondo che si avvalgono di miglioramento della qualità dei dati per i decili più poveri della popolazione in Cina e India, oggi 8 super ricchi possiedono la stessa ricchezza della metà più povera della popolazione del pianeta. Se la raccolta dei dati avesse manifestato un simile salto di qualità già lo scorso anno, la stima diffusa da Oxfam sarebbe stata di 9 miliardari (e non di 62) che nel 2015 detenevano la stessa ricchezza netta del bottom-50% mondiale. In sostanza, dai nuovi dati oggi a nostra disposizione emerge che la metà più povera della popolazione è ancora più povera di quanto precedentemente stimato.

UN MONDO DI CONTRASTI

La ricchezza accumulata da un’esigua minoranza di super ricchi sta crescendo a dismisura tanto che, a questo ritmo, nel giro di 25 anni potremmo trovarci di fronte al primo “trillionaire” ovvero ad un individuo che possiederà una ricchezza superiore ai 1.000 miliardi di dollari. Tutto questo a fronte di un contesto globale in cui ancora oggi 1 persona su 9 soffre la fame e 1 persona su 10 vive con meno di 2 dollari al giorno. Già, perché l’estrema disuguaglianza ci riguarda tutti: 7 cittadini su 10 nel mondo vivono in un Paese in cui la disuguaglianza è sensibilmente aumentata negli ultimi 30 anni. Se in questi anni, al contrario, fossero state intraprese politiche efficaci volte a ridurre il divario tra ricchi e poveri, oggi ci sarebbero 700 milioni di persone in meno intrappolate nella morsa della povertà.

LE CAUSE DELLA DISUGUAGLIANZA

I vincitori dell’attuale sistema economico occupano la posizione al vertice della piramide sociale: grandi corporation e individui super-ricchi.

Ø Le imprese sono attori economici essenziali in un’economia di mercato: se agiscono nell’interesse di tutti, hanno un ruolo fondamentale per la costruzione di società eque e prospere. Tuttavia, nell’attuale sistema economico le grandi corporation non sempre agiscono nell’interesse collettivo, e questo è chiaramente ravvisabile da alcune pratiche imprenditoriali orientate a:

– massimizzare i profitti degli azionisti: in Gran Bretagna, ad esempio, la percentuale di utili che negli anni ’70 veniva distribuita agli azionisti (e non reinvestita nell’impresa) era del 10%, oggi questa percentuale è salita al 70%.
- comprimere verso il basso i salari dei lavoratori: negli ultimi anni si è assistito ad una crescita esponenziale delle retribuzioni dei top manager e ad un divario sempre più marcato tra le loro retribuzioni e i salari dei lavoratori. Un amministratore delegato di una delle 100 compagnie dell’indice FTSE guadagna in un anno quanto 10.000 lavoratori del settore dell’abbigliamento in Bangladesh. La massimizzazione dei profitti comporta la necessità di minimizzare i costi di produzione. Ne è un caso esemplificativo la produzione di iPhone 4 nel 2010 che ha avuto un costo lavoro per la Apple di appena il 5,3% del suo valore complessivo di mercato.

– eludere il fisco: ad esempio, facendo ricorso a paradisi fiscali per ‘ottimizzare’ i propri profitti globali, erodendo le basi imponibili in paesi a fiscalità medio-alta; oppure siglando accordi fiscali segreti o assicurandosi esenzioni fiscali dai Governi di alcuni Paesi in cui operano. Il FMI stima che la perdita di gettito dovuta all’elusione fiscale delle grandi corporation nei Paesi OCSE sia dell’1% del PIL. L’UNCTAD stima che i paesi in via di sviluppo perdono, a causa di simili forme di abuso fiscale, circa 100 miliardi di dollari ogni anno, quanto basterebbe per riportare a scuola 124 milioni di bambini.

– alimentare un capitalismo clientelare: corporation di ogni settore (finanziario, farmaceutico, tessile, estrattivo, informatico…) usano il loro schiacciante potere e la loro influenza perché regole e normative nazionali ed internazionali giochino a loro vantaggio. Ad esempio, in Nigeria, grandi corporation del settore petrolifero, tra cui la Shell, hanno fatto lobby verso il Governo per prevenire qualsiasi aumento delle imposte sugli utili di impresa.

Ø Secondo la lista Forbes del 2016, i miliardari nel mondo sono 1.810, prevalentemente uomini (l’89%) Detengono complessivamente una ricchezza di 6.500 miliardi, quanto posseduto dal 70% più povero dell’umanità. Gli interessi maturati, anche con tassi bassi, sulle enormi fortune dei super- miliardari ne incrementano notevolmente la ricchezza, esasperando ulteriormente gli squilibri distributivi. In questo quadro, l’industria della gestione patrimoniale è riuscita negli ultimi anni ad incrementare la ricchezza dei propri clienti ben al di là di qualsiasi giustificazione razionale che possa sostenerne l’utilità sociale. Secondo l’analisi di Oxfam, avallata anche da altre ricerche di The Economist, 1/3 della ricchezza dei miliardari è ereditata, mentre il 43% è dovuta a relazioni clientelari.

Questa categoria di super ricchi non è solo beneficiaria di un sistema economico che gioca ampiamente a loro vantaggio, ma ne alimenta anche meccanismi e pratiche rappresentando ad esempio la cerchia di azionisti a favore della quale le corporation cercano di massimizzare i profitti a discapito della sostenibilità d’impresa e dei salari dei lavoratori.

E come se non bastasse, il contributo fiscale fornito da questi individui è andato decrescendo nel corso del tempo. Il FMI ha rilevato che a partire dagli anni ’80 i sistemi fiscali in tutto il mondo sono diventati meno progressivi, le aliquote massime sui redditi hanno subito un drastico calo così come le imposte sulle rendite finanziarie, sui patrimoni e sulle eredità.

I FALSI MITI DEL NEOLIBERISMO

1. Il mercato ha sempre ragione e il ruolo dello Stato deve essere minimizzato. Lasciato senza controllo, il mercato non assicura di agire per il bene di tutti. Basti pensare alla massiccia deregolamentazione che ha riguardato il settore finanziario e la conseguente crisi finanziaria che ne è scaturita a partire dal 2008. Vi sono poi servizi pubblici essenziali come sanità ed istruzione che, se privatizzati, rischiano di precludere l’accesso alle fasce più povere della popolazione.

2. Le corporation devono massimizzare profitti e i dividendi da distribuire agli azionisti. Della massimizzazione dei profitti beneficiano soltanto le élite già ricche che sono ai vertici manageriali o nella cerchia degli azionisti delle grandi corporation. Ma i costi che ne conseguono sono altissimi. Costi che riguardano l’ambiente se non si investe in modelli di business sostenibile, il benessere dei lavoratori a cui vengono corrisposti salari non adeguati, e nel lungo periodo costi che riguardano l’intera società dal momento che i consumatori si troveranno con sempre minor potere di acquisto. Come messo in evidenza dal recente rapporto sull’accesso ai medicinali pubblicato da un panel di esperti per conto del Segretario Generale delle Nazioni Unite, tali logiche di mercato possono spesso andare a detrimento di servizi essenziali come la salute pubblica: una delle conseguenze che ne deriva nel settore farmaceutico è l’aumento dei costi dei medicinali a carico dei cittadini.3. L’estrema ricchezza individuale fa bene ed è un segnale di successo che non inficia i livelli di disuguaglianza. E’ diffusa la convinzione che i super ricchi stiano contribuendo alla crescita economica e poco importa come le loro fortune economiche siano state accumulate. Spesso si attribuiscono meriti e talenti a chi è al vertice della piramide sociale mentre 1/3 della ricchezza dei miliardari è ereditata ed il 43% è riconducibile a relazioni clientelari. Di tanta ricchezza, nelle mani di pochi, in realtà non beneficia la società nel suo complesso e vi sono evidenze tratte anche da studi del FMI, secondo cui in Paesi in cui vi sono minori livelli di disuguaglianza vi è una crescita maggiore e più duratura.

4. La crescita del PIL deve essere il criterio guida per la definizione delle politiche economiche. Il PIL inteso come indicatore di progresso di una nazione e la cui crescita rappresenta l’obiettivo mainstream di politica economica di quasi tutti i governi, non permette di cogliere i livelli di disuguaglianza nei Paesi e di valutare altri parametri importanti per il benessere di una comunità. Ad esempio guardando alla sola misurazione della crescita del PIL risulta che tra il 1998 e il 2010 lo Zambia abbia registrato una crescita media annua del 6%; peccato però che da questa misurazione nulla ci evinca sulla distribuzione dei proventi di tale crescita economica, i cui benefici sono andati soltanto alle classi più agiate. In questo stesso lasso di tempo, infatti, il tasso di povertà nel Paese è cresciuto dal 43% al 64%, provocando in termini assoluti un aumento di 4 milioni di persone del numero di coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà.

5. L’attuale modello economico non discrimina per genere. La convinzione che il duro lavoro e i talenti siano le leve attraverso cui farsi strada e che i risultati del proprio successo non siano influenzati dall’essere uomo o donna, è smentito dalla realtà dei fatti in un contesto in cui le donne sono spesso relegate ai livelli più bassi della società e impiegate in misura prevalente in settori con salari bassi e lavori precari. E’ inoltre in carico alle donne gran parte del lavoro di cura non retribuito, un ambito che il PIL non rileva sebbene sia fondamentale per il funzionamento delle nostre economie e società. Proprio per questo loro carico di lavoro aggiuntivo, i tagli nei servizi pubblici spesso colpiscono le donne in misura maggiore. Persiste inoltre il divario retributivo di genere per cui si stima che all’attuale trend alle donne servirebbero 170 anni per poter guadagnare quanto gli uomini.

6. Il nostro pianeta ha risorse illimitate. La crescita economica è avvenuta a spese dell’ambiente. Per oltre 40 anni lo sfruttamento delle risorse naturali è stato superiore alla capacità di rigenerazione del nostro pianeta. Ci vorrebbero ora 1 anno e sei mesi per permettere al nostro pianeta di rigenerare le risorse consumate dall’uomo in un anno. Anche nell’uso delle risorse naturali e nel contributo dato alla determinazione del cambiamento climatico vanno riconosciute responsabilità differenziate dovute a stili di vita provocati dai crescenti livelli di disuguaglianza: il 10% più ricco della popolazione mondiale è infatti responsabile per metà delle emissioni prodotte.

QUALE ALTERNATIVA? UN’ECONOMIA UMANA

Il modello di Economia Umana proposto da Oxfam parte dal presupposto che il mercato da solo non è in grado di rispondere in maniera adeguata ed equa ai bisogni di tutti i cittadini e di rispettare l’ambiente. Pertanto è necessario l’intervento dei Governi per tutelare i diritti di tutti e per salvaguardare il bene comune.

L’Economia Umana può realizzarsi attraverso:

– Governi che si adoperano per arginare l’estrema concentrazione di ricchezza, così da porre fine alla povertà. Può essere realizzato aumentando le imposte sulla ricchezza e sui redditi più alti e assicurando sistemi fiscali più progressivi che permettano di recuperare risorse da investire in servizi pubblici come sanità e istruzione oltre che in politiche di sostegno al lavoro. 


– Governi che cooperano, invece di competere in una corsa al ribasso sulle politiche fiscali e sui diritti dei lavoratori. Deve essere posta fine alla dannosa corsa al ribasso in materia fiscale perpetrata da molti Governi per attrarre investimenti di grandi multinazionali e devono essere adottate efficaci misure di contrasto agli abusi fiscali di grandi corporation e ricchi individui così da recuperare utili risorse per i bilanci pubblici. Inoltre, i Governi dovrebbero cooperare per assicurare che in un mercato del lavoro globalizzato la logica del massimo profitto non vada a detrimento dei diritti dei lavoratori e che venga, invece, loro corrisposto un salario dignitoso. 


– Governi che sostengono modelli di business non orientati alla sola massimizzazione dei profitti, ma attenti al benessere dei propri lavoratori e al contributo che l’azienda porta al bene comune della società. Esistono già modelli 
imprenditoriali orientati in questa direzione che hanno dimostrato di funzionare. E’ perciò fondamentale che a queste imprese si dia il giusto sostegno per far in modo che il loro modello diventi mainstream e non sia confinato a mere sperimentazioni di economia sociale. 


– Governi attenti a garantire pari opportunità di sviluppo a uomini e donne. Questo significa abbattere quelle barriere economiche che oggi non sempre permettono alle donne di realizzarsi al pari degli uomini. Assicurare ovunque nel mondo che le donne godano di pari accesso ai servizi educativi e sanitari. Non permettere che siano le norme sociali a predeterminare il ruolo della donna nella società e riconoscere, ridurre e ridistribuire il lavoro di cura non retribuito. 


– Governi che incoraggiano l’innovazione tecnologica a condizione che vada a 
beneficio di tutti. E’ cruciale il ruolo dei Governi nell’assicurare che lo sviluppo tecnologico non persegua esclusivi interessi di mercato (dettati ad esempio dalla necessità di rispondere ai bisogni di consumatori più abbienti disposti a pagare un costo più alto per l’accesso alle tecnologie), ma sia sempre orientato al raggiungimento di un maggior benessere per tutta la società. Anche nelle trasformazioni del mondo del lavoro, è fondamentale che i decisori politici pongano particolare attenzione nel soppesare i benefici e i rischi nel lungo periodo dati da un crescente uso delle tecnologie in sostituzione del lavoro umano. 


– Governi che promuovono una transizione verso l’uso di energie rinnovabili per il funzionamento della nostra economia. L’attuale modello economico, a partire dalla rivoluzione industriale, si è sviluppato facendo ampio ricorso all’uso di combustibili fossili. Questo modello è incompatibile con la sostenibilità ambientale ed il benessere della maggioranza della popolazione. Basti pensare alle vittime provocate a livello globale dal cambiamento climatico e dai fenomeni connessi e ai danni subiti dalle comunità più povere e vulnerabili. E’ quindi essenziale una transizione energetica verso fonti rinnovabili. Per mantenere il surriscaldamento globale entro i 2°C è necessario abbandonare del tutto l’uso dei combustibili fossili entro il 2045-55. 


– Governi che promuovano lo sviluppo guardando ad una molteplicità di 
indicatori relativi al benessere dei cittadini e non soltanto alla crescita 
economica misurata attraverso il PIL. E’ necessario infatti poter cogliere l’effettiva distribuzione di redditi e ricchezza all’interno di un Paese e non misurare soltanto la dimensione dell’attività economica complessiva. È altresì fondamentale contabilizzare i costi ambientali così da poter meglio salvaguardare il pianeta per le generazioni future, e integrare quelle attività ad oggi non contemplate nel PIL come ad esempio il lavoro di cura non retribuito che pure è parte fondamentale del funzionamento delle nostre economie. 


 

 (*) Rapporto OXFAM 

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