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Dialogare, un avversario è sempre una persona

Signor Sindaco, autorità civili e religiose, care amiche e cari amici, vi ringrazio per questa cittadinanza e per le parole con le quali avete voluto accompagnarla. Riceverla è per me motivo di sincera gratitudine, ma anche di un’emozione particolare. 

Perché essere oggi a Bologna significa tornare in un luogo al quale devo una parte importante di ciò che sono. Bologna non è una città estranea alla mia storia. Qui ho vissuto anni importanti della mia formazione religiosa. Qui, nella chiesa di Sant’Antonio, ho fatto la professione solenne. Qui, nella cattedrale di San Pietro, sono stato ordinato sacerdote.

Non sono soltanto ricordi. Sono momenti nei quali ho affidato la mia vita a una promessa. Negli anni, quella promessa ha assunto volti, luoghi e responsabilità che allora non avrei potuto immaginare. Ma il suo significato essenziale è rimasto: non vivere soltanto per me stesso.

Per questo oggi penso anzitutto a quanto ho ricevuto. Ai fratelli con i quali mi sono formato, alla Chiesa che mi ha accompagnato, a questa città. Nessuno diventa ciò che è da solo. Anche quando la vita ci conduce lontano, portiamo con noi qualcosa delle persone e dei luoghi che ci hanno aiutato a crescere.

Bologna, dunque, era già parte della mia vita. Oggi voi mi dite che anch’io sono parte della vostra. Ed è questo, più di ogni altra cosa, che mi onora. Vorrei accogliere questo riconoscimento soprattutto come un legame. Essere cittadini significa appartenere a una storia, riconoscere dei legami e accettare che comportino una responsabilità. Significa che un luogo, la sua gente, le sue fatiche e le sue speranze ci riguardano.

Una cittadinanza, anche quando è onoraria, non dovrebbe restare soltanto qualcosa che si riceve. Dovrebbe diventare un legame di cui prendersi cura.

La vita mi ha poi condotto lontano da qui. Da molti anni il mio orizzonte quotidiano è Gerusalemme, la Terra Santa. Non vorrei costruire paralleli artificiali fra realtà tanto diverse. Ma c’è una

domanda che accomuna ogni città, ogni comunità umana: come vivere insieme?

Come vivere insieme quando siamo diversi per origine, cultura, religione, memoria, visione del futuro? Come trasformare uno spazio abitato da molti in una comunità? Come fare in modo che la differenza non diventi distanza e che il conflitto non diventi esclusione?

In Terra Santa queste domande hanno un peso particolarmente doloroso. Gli anni che stiamo vivendo ci hanno mostrato quanto sia fragile il tessuto della convivenza. Quanto rapidamente l’altro possa cessare di essere un vicino, un collega, una persona concreta, e diventare una categoria: uno di “quelli”, qualcuno da cui difendersi.

La guerra non distrugge soltanto case e vite umane. Distrugge anche parole, relazioni, fiducia. E quando la fiducia viene meno, ricostruirla è forse ancora più difficile che ricostruire gli edifici.

Davanti a chi ha perduto una persona amata, la casa, la sicurezza, non basta pronunciare la parola pace. 

Non possiamo chiedergli di lasciarsi tutto alle spalle, come se il suo dolore fosse un ostacolo da rimuovere. Occorre anzitutto fermarsi, ascoltare, riconoscere ciò che è accaduto. La fiducia,

infatti, non rinasce semplicemente perché qualcuno invita a fidarsi. 

Ci sono momenti nei quali la parola più onesta è ammettere che non sappiamo che cosa dire. Anche questo fa parte della vicinanza: non riempire il silenzio dell’altro con le nostre certezze. Restare accanto a qualcuno, senza pretendere di dare subito un senso a ciò che ha sofferto, è già un inizio.

Eppure, non possiamo neppure accettare che il dolore e l’odio diventino l’unica eredità da consegnare ai figli. Tra dimenticare ciò che è stato e restarne prigionieri deve poter esistere una strada. Non ne conosco una semplice. So però che non la troveremo smettendo di riconoscerci come persone.

È questa una delle prove più difficili: riuscire ad ascoltare la sofferenza dell’altro senza sentirla come una smentita della propria.

Questo non significa mettere tutto sullo stesso piano. Le responsabilità devono essere riconosciute, le ingiustizie chiamate per nome. Significa però non permettere che il conflitto cancelli il volto dell’altro. Nessun dolore diventa meno vero perché anche un altro chiede di essere ascoltato.

Non vorrei, tuttavia, portare qui soltanto il peso delle sofferenze della Terra Santa. Vorrei che questo riconoscimento facesse spazio anche a quanti, senza notorietà, continuano a prendersi cura della vita degli altri. È a loro che desidero associarlo: a chi cura, a chi educa, a chi accompagna una famiglia, a chi tiene aperta una possibilità di incontro.

Il loro lavoro ci ricorda che non bisogna aspettare di poter risolvere tutto per cominciare a fare qualcosa. Una persona aiutata non è certo la soluzione di un conflitto. Ma per quella persona è la differenza fra essere abbandonata e sapere che qualcuno si è accorto di lei.

Che cosa c’entra tutto questo con una cittadinanza a Bologna?

Credo c’entri molto. Le città sono i luoghi concreti dove la convivenza non è una teoria. È una strada, una scuola, un quartiere, un ospedale, un’università. È incontrarsi ogni giorno con persone che non abbiamo scelto e con le quali tuttavia condividiamo una parte della nostra vita.

Una città non è soltanto uno spazio nel quale persone diverse abitano una accanto all’altra. Diventa davvero una comunità quando quelle persone, pur nelle differenze e persino nei conflitti, riescono a riconoscersi dentro una storia comune, a comprendere che il futuro dell’una riguarda anche quello dell’altra. 

Bologna, con la sua tradizione universitaria, culturale e civile, conosce bene il valore dell’incontro, della discussione e della partecipazione.

Mi ha particolarmente colpito sapere che il Consiglio comunale ha approvato questa cittadinanza all’unanimità. Desidero ringraziare il Sindaco, la Presidenza e ciascun consigliere, nelle diverse sensibilità che rappresentate.

Permettetemi di dirlo: vorrei soffermarmi non tanto su ciò che questo riconoscimento dice di me, quanto sul legame che può creare fra tutti noi.

Dignità della persona, rispetto, dialogo, pace, responsabilità verso chi soffre: sono parole che non appartengono a una parte. Sono un terreno comune. E forse questa è una delle cose di cui abbiamo più bisogno: non eliminare ciò che ci distingue, ma custodire ciò che ci permette di restare comunità anche quando non siamo d’accordo.

Dalla Terra Santa ho imparato che il dialogo diventa particolarmente necessario proprio quando le ragioni per interromperlo sembrano essere più forti di quelle per continuarlo. Dialogare non significa rinunciare alla verità o alle proprie convinzioni. Significa rifiutarsi di ridurre l’altro alle sue

posizioni, ai suoi errori o alla sua appartenenza. Significa continuare a riconoscere una persona là dove saremmo tentati di vedere soltanto un avversario.

Per me questa responsabilità nasce dalla fede. Ma non ho bisogno che l’altro condivida la mia fede per sentirmi responsabile della sua vita. Possiamo arrivare a questo impegno da strade diverse e sostenerci nel mantenerlo.

Accolgo, dunque, questa cittadinanza con il desiderio che essa diventi un legame vivo. Da molti anni la mia vita appartiene a Gerusalemme e alla Terra Santa. Da oggi porterò con me, in una forma nuova, anche Bologna. Vorrei che un poco delle sofferenze, delle attese e delle speranze della Terra Santa potesse trovare qui ascolto e casa. E che un poco di ciò che Bologna mi ha dato continuasse ad accompagnarmi là dove sono chiamato a vivere e a servire.

Quando tornerò a Gerusalemme, questo vostro gesto mi ricorderà che anche una responsabilità difficile può essere condivisa, che non tutto deve essere sostenuto da soli. Porterò con me Bologna non soltanto come la città nella quale ho pronunciato una promessa da giovane, ma come una città che oggi mi accompagna nel tentativo di esserle fedele.

Grazie per avermi accolto tra i vostri cittadini. Vorrei onorare questo legame continuando a prendermi cura delle persone che mi sono affidate e sentendomi, da oggi, ancora più vicino alla vita di questa città.

Perché essere cittadini, in fondo, significa questo: sapere che la vita degli altri ci riguarda.

Grazie di cuore.

* Cardinale, Patriarca di Gerusalemme; Ringraziamento per la cittadinanza onoraria di Bologna

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