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Una posta in gioco che può fare storia

Ma cos’è in gioco attorno al totem dell’articolo 18? L’accelerazione della dialettica tra i partiti, nei partiti, tra questi, il Governo e i sindacati e tra gli stessi sindacati, con incursioni impreviste come quella della Cei o spregiudicate come quella di Della Valle o sorprendenti come quella di De Bortoli è un sintomo non negativo della rivitalizzazione della società italiana, che sembrava condannata a scivolare sempre più nello scollamento di una storica e collaudata coesione sociale. Certo, occorre – come sempre – distinguere il grano dal loglio. Capire, appunto, quali sono le ragioni effettivamente in gioco.

Non è in gioco, se non marginalmente, un redde rationem tra primato della politica e primato del sociale. Il primo resta nelle velleità dei partiti, ma questi sono – purtroppo, da tanto tempo – ancora troppo deboli culturalmente e strategicamente per potersi imporre come punto di riferimento primario nei confronti dell’opinione pubblica. Si sono  impoveriti per molte ragioni, ma principalmente per l’avvento dei partiti personali se non padronali,  piccoli o grandi. Questo ciclo, dopo quasi un ventennio, è nella sua ultima fase declinante e con esso un modello di partito. La vaccinazione del popolo italiano contro l’illusione di affidarsi al demiurgo si è rafforzata e di questo ne dovranno tenere conto tutti gli attuali e futuri leaders politici. Ma il cammino per un ripristino del primato della politica è ancora lungo e le vicende dentro il PD ne marcano le difficoltà.

D’altra parte, anche per il vuoto della politica, il primato del sociale potrebbe imporsi se i corpi intermedi della società italiana fossero carichi di stabile e diffusa legittimazione. Le scomposizioni delle professioni, dei mestieri, delle competenze e degli interessi  che la crisi economica ha soltanto accentuato e accelerato, ma che preesistevano già ad essa, hanno sparpagliato le identità, facendole ripiegare su sé stesse, in atteggiamenti sostanzialmente difensivi se non neo-corporativi. Il fenomeno riguarda tutti e la deriva rappresentativa della Confindustria ne è un esempio. Ma il soggetto più esposto, il sindacato, ha messo in mostra un indebolimento serio, sia riducendo la sua capacità mobilitativa, sia scomponendo l’unità confederale, sia non contrastando a sufficienza l’invadenza legislativa sulle questioni lavoristiche. In queste condizioni, la pretesa di imporre un primato del sociale è quasi più esercitabile dai volontari del terzo settore che dai lavoratori organizzati in sindacato.

Non è in gioco neanche una resa dei conti tra decisionismo e partecipazionismo. Il pendolo in questi anni purtroppo non ha oscillato tra questi due poli, ma è rimasto drammaticamente fermo nella zona di nessuno della toppa, dell’aggiustamento, del rinvio. Né ora si può confondere per decisionismo, la voglia della gente, innanzitutto, di assumere delle decisioni definitive e preferibilmente sensate. Il tempo dell’indecisione volge al termine. La crisi è sempre più dura, l’Europa incalza, le persone diventano sempre più intolleranti verso soluzioni blande e inefficaci. Certo, ci vuole partecipazione e se il premier si rifiuta di ricevere il sindacato non è segno di corrette relazioni. Ma il problema non è il tavolo di confronto ma cosa e come decidere per andare avanti. Chi punta a non cambiare niente dell’esistente, a decidere di non decidere rischia impopolarità. Ma soprattutto vuol dire che a prevalere non è il senso di responsabilità, ma scansarsi dalla durezza delle questioni.

Non è, infine, in discussione se a prevalere deve essere il conservatorismo o il progressismo. Renzi ha calcato la mano su questa contrapposizione, ma era evidente la strumentalità. In sé e per sé, cancellare l’articolo 18 non è progresso, come difenderlo non è conservazione. Soltanto in un secondo tempo, Renzi ha delineato una strategia di allargamento della platea dei tutelati in cambio del ridimensionamento del reintegro per i licenziati nelle aziende oltre i 15 dipendenti. Va detto che, nella declinazione del Presidente del Consiglio, la proposta di scambio suona come un evento storico. Peccato che la declinazione renziana non corrisponde al dettato della delega Lavoro che si sta discutendo in Parlamento (l’ho già dettagliato nel n. 138 di questa newsletter). Ma questa divaricazione apre e non chiude ampi spazi di mediazione per un sindacato che vuole dimostrare che, come per il passato, è portatore di vero riformismo.

In gioco, a mio parere, c’è la ricomposizione della rappresentanza, sia per i partiti che per il sindacato. Per i primi, basti pensare alla prudenza che tutti, tranne M5S (ma non aveva alternative e né molto da perdere), continuano ad avere verso la prospettiva di elezioni anticipate. Per il secondo, la questione è semplice e complessa nello stesso tempo. Devono aprirsi ad un mondo del lavoro che, specie ora nella crisi, è in crescita (sempre meno che il lavoro nero): le tante facce del lavoro non standard. Facile a dirsi, più arduo praticarlo, perché implica meno legge e più contrattazione, meno verticalizzazione e più orizzontalizzazione della presenza, più visione lunga che corta, più aggressività micro che rivendicazionismo macro. Un vero e proprio capovolgimento di prospettiva che le tre principali confederazioni stanno affrontando in ordine sparso, con approcci  disomogenei, a divergenti livelli di consapevolezza.

Per i gruppi dirigenti del sindacato la sfida è aperta e va oltre l’attuale vicenda del Jobs Act. Ed è affrontabile se non vi sono dimissioni di responsabilità. Come è successo in altri momenti della storia del sindacato. Ce ne stiamo accorgendo: “niente sarà più come prima” disse Padoa Schioppa all’indomani del crac della banca Lehman Brothers. Ed è stato sempre nella “nottata” e non quando le cose andavano bene per l’economia e per l’occupazione, che il sindacalismo confederale ha dato il meglio di sé nel fornire ai lavoratori e al Paese sicurezza, prospettiva, spinta al progresso. Anche con scelte dolorose, poco comprese da alcuni ma assunte con grande visione del futuro dai dirigenti sindacati dell’epoca. Penso, per citarne alcuni, all’accordo sui licenziamenti dell’inizio  degli anni 50, a quello di San Valentino del 1984, al superamento della scala mobile del 1992/3. Furono grandi occasioni di assunzione di responsabilità, apprezzate dai lavoratori e non solo da essi. Una nuova occasione si sta profilando, una nuova fase si sta aprendo. Bisogna tifare perché sia colta con determinazione.

 

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