Newsletter

Verso le elezioni politiche, come recuperare gli astensionisti

Che si parli con largo anticipo delle elezioni politiche è un fatto positivo. Ciò che questo Governo poteva dare, l’ha dato. Più di quel tanto o poco che ha prodotto, non può più aggiungere niente. Gli manca l’ossigeno principale: una vera vocazione riformistica. Emblematicamente, Meloni l’ha espresso nel suo autoelogio a Bari sulla stabilità, quando ha affastellato (leggendole velocemente) cose spicciole e meno spicciole, ma certo non eclatanti, fatte dal suo longevo Governo. 

Né chiude in bellezza, specie se anticipa la fine della legislatura, con questa nuova legge elettorale  Che ha creato tanti malumori finanche nella maggioranza, e chissà se passerà al vaglio della verifica di costituzionalità; in ogni caso, resterà famosa per un’inedita novità mondiale: il capolista blindato e la competizione preferenziale che riguarda soltanto gli altri candidati, che così diventano di serie B. Sicuramente, di per sé, non sembra attrattiva della gran massa di astenuti che da un po’ di anni conferma la propria propensione a non esprimersi.

Invece, i partiti orgogliosi del loro ruolo, dovrebbero porsi seriamente la questione dell’astensionismo. E non solo a parole. Partire, parlando soltanto ai propri mondi, è muoversi con il piede sbagliato. Come sarebbe sbagliato corporativizzare le proposte – come sta già avvenendo, soprattutto tra le file del centro destra – perché si sa che esse, anche se non sono accompagnate dal rullio dei tamburi, sono divisive e per nulla aggregative. Speriamo che ciò non avvenga.

Non è presunzione sostenere che tutti i potenziali elettori italiani, anche quelli che non masticano politica tutti i giorni, sanno che nei prossimi anni dovremo affrontate – con più determinazione e meno sufficienza di come si è fatto finora – tre grandi emergenze, che implicano cambiamenti profondi. Quella climatica, quella tecnologica e quella demografica (che riguarda anche la questione dell’immigrazione). Roba da far tremare i polsi. A meno che non si sia negazionisti e quindi pronti a ballare spensieratamente sul Titanic Terra.

Francamente, non essendo catastrofista, non riesco a capire come si possa parlare di politica senza avere idee chiare su questi tre fronti, che sono intrecciati e ciascuno per suo conto, carichi di complessità. La principale che l’accomuna: le scelte saranno sempre più difficili e la scappatoia del rinvio sempre meno praticabile. Per aggiunta, necessariamente travalicanti la dimensione nazionalista. Non c’è bisogno di dettagliare. Ciascun Paese deve fare la propria parte, ma il surriscaldamento della Terra, lo spostamento di popolazioni dal caos e dalla fame al benessere, la rivoluzione digitale e dell’IA, l’invecchiamento delle popolazioni che riguarda l’Occidente ma anche l’Asia e l’Africa sono temi a dimensione planetaria, che neanche la logica di guerra di aggressione riesce a ridimensionare.

Il cittadino rischia di rimane schiacciato dall’enormità delle questioni e cerca nel messaggio che gli arriva dai soggetti della politica, non dico lumi ma qualche utile indicazione, priorità d’azione, condizioni per realizzarle. Allo stato sono a disposizione due orientamenti principali.

Il primo è quello di minimizzare e finanche di presentare le questioni epocali come spauracchi per intimidire le persone. I ghiacciai si sciolgono, le acque si surriscaldano, i pesci scompaiono? 4000 anni fa, successe lo stesso. L’AI   può far diventare l’uomo succube della macchina? Finchè è gratis, non condizioniamo niente, neanche lo strapotere delle Big Tech. Non si fanno più figli? La colpa è degli immigrati che vogliono diventare padroni in casa nostra. Questa impostazione alimenta il sovranismo, la chiusura in sé stessi, la perdita di ogni visione solidaristica. Il futuro non trova spazio in questa politica; ciò che conta è il qui e subito.

Il secondo è quello di prendere atto che le questioni sono serie, ma di lasciarle sullo sfondo della dialettica politica. Si aderisce anche a opzioni di un certo spessore (non si dice di no al premio Nobel Giorgio Parisi che propone un CERN europeo per l’autonomia della gestione e controllo dell’AI) ma non lo si fa diventare questione popolare, priorità significativa. Si opta per temi più legati all’immediato, come la situazione disastrosa della sanità pubblica, la precarietà del lavoro, l’emergenza energetica, la tutela dei diritti delle donne, dell’informazione, dell’educazione, la pace. E’ sacrosanto che la politica si occupi dell’uguaglianza nel benessere delle persone, del loro vivere dignitoso, civile e pacifico ma ormai per le loro soluzioni e per l’allargamento del consenso attorno ad esse non sono più sufficienti. Sia perché, per molte di esse, la connessione con le sfide epocali sta sempre più acquistando spessore; sia perché senza visione del futuro, non si convince chi è disilluso di una politica che sia soltanto amministrazione del potere nel presente. Sia chiaro, il problema della assenza di proposte risolutive non riguarda solo la destra, ma anche la sinistra e le forze sociali.

D’altro canto, sarebbe altrettanto inutile evocare una politica che si spenda unicamente sulle grandi sfide. Deve necessariamente tenere insieme le esigenze più immediate, ma senza scadere nel populismo. Il meno tasse è il mantra del governo e, nella traduzione più immediata, quella verso i giovani occupati annunciata da destra, rimane uno specchietto per allodole (proporre meno tasse su bassi salari, specie in entrata al lavoro, sarebbe meno di una mancia).

Lo si può fare. Con una scelta di merito, di contenuti. E con una di metodo.

La prima scelta è quella di scartare la strada del programmone. Questa scelta può servire alle élites politiche per trovare la mediazione migliore per non avere sorprese qualora dovessero vincere. Piuttosto, occorre individuare le dieci scelte prioritarie e comprensibili, o comunque una rosa di scelte molto circoscritta e robusta, che caratterizzeranno il Governo appena si insedierà, in una combinazione equilibrata e convincente tra questioni congiunturali e questioni strutturali, tra obiettivi di breve periodo e quelli di medio e lungo periodo, tra responsabilità nazionali e quelle europee o mondiali.

La scelta di metodo è quella di metterci la faccia, sia nella campagna elettorale ma soprattutto nella fase ad essa precedente. Le priorità devono diventare un vissuto popolare, dovranno essere costruite, adattate, affinate nel corso di una discussione aperta a tutti. Un modo per assicurare robustezza alla proposta   e un allargamento di consenso tra quanti finora sono stati lontani dal voto.  Per conseguire questo obiettivo è indispensabile abbandonare il vezzo che ha attraversato l’intera classe politica degli ultimi due decenni, a partire dalla discesa in campo di Berlusconi: l’idea di una comunicazione diretta tra il leader e il cittadino elettore, anche utilizzando i social in maniera disinvolta, quando non pretestuosa o volutamente forviante. Questo bombardamento continuo, spesso vuoto di contenuto e senso, aumenta la disaffezione, rinforzando nell’elettore il convincimento di una Politica spicciola, attenta più ad utilizzare la cronaca per veicolare messaggi strumentali che ad influenzare gli eventi.

Occorre ristabilire la catena di trasmissione tra i decisori e chi li seleziona, tra chi è chiamato a scegliere e le reali esigenze e le legittime aspirazioni di classi sociali, comunità e territori. Questa impostazione consente di radicare le politiche economiche e sociali in un patto autentico ed ex ante, così da evitare la disperata rincorsa ad un consenso che si dimostra sempre più estemporaneo e volatile, che premia e seppellisce partiti e movimenti nell’arco di una stessa generazione. 

E soprattutto per evitare che il voto diventi un evento ancor più residuale di quanto lo sia stato sino ad ora e per non lasciare spazio ad una destra populista e nazionalista che ha come obiettivo ultimo lo smantellamento di quanto costruito sino ad oggi in termini di stato sociale, coesione sociale e valori condivisi in Europa.   

Condividi su:

Scarica PDF:

image_pdf
Cerca

Altri post

Iscriviti alla newsletter

E ricevi gli aggiornamenti periodici

NEWSLETTER NUOVI LAVORI – DIRETTORE RESPONSABILE: PierLuigi Mele – COMITATO DI REDAZIONE: Maurizio BENETTI, Cecilia BRIGHI, Giuseppantonio CELA, Mario CONCLAVE, Luigi DELLE CAVE, Andrea GANDINI, Erika HANKO, Marino LIZZA, Vittorio MARTONE, Pier Luigi MELE, Raffaele MORESE, Gabriele OLINI, Antonio TURSILLI – Lucia VALENTE – Manlio VENDITTELLI – EDITORE: Associazione Nuovi Lavori – PERIODICO QUINDICINALE, registrazione del Tribunale di Roma n.228 del 16.06.2008

Iscriviti alla newsletter di nuovi lavori

E ricevi gli aggiornamenti periodici