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Verso un nuovo modello bancario

1. Nelle Considerazioni finali di qualche settimana fa, il Governatore Visco ha affrontato molti temi cruciali per l’Italia e per l’Unione economica e monetaria europea (UEM). Almeno il 30% del suo intervento è stato, peraltro, dedicato al settore bancario e all’erogazione di credito in Italia.

Pur sottolineando la solidità di fondo dei nostri gruppi bancari e pur rivendicando i meriti dell’attività di vigilanza svolta dalla Banca d’Italia in anni difficili, il Governatore non ha nascosto i problemi sotto il tappeto.

 

Egli ha innanzitutto riconosciuto che, dal secondo trimestre del 2011, le imprese non finanziarie italiane stanno subendo un forte credit crunch in termini di razionamento sia di quantità che di prezzo; egli ha poi aggiunto che tale razionamento è, in larga misura, imputabile alla negativa dinamica dei crediti problematici (sofferenze e incagli) che, a fine 2012, incidevano per quasi il 14% sul totale degli impieghi bancari; egli ha, infine, sottolineato che sia gli interventi della Banca d’Italia, volti a permettere alle controparti nazionali l’utilizzo di garanzie illiquide e di qualità più bassa, sia le emissioni obbligazionarie delle imprese, ancora troppo circoscritte ai grandi gruppi, non bastano a superare il problema dei vincoli di liquidità delle imprese non finanziarie.

Per giunta, il Governatore ha ribadito che, sebbene le restrizioni creditizie rappresentino un rilevante vincolo per la crescita economica, di fronte alla pesante incidenza dei crediti problematici la vigilanza della Banca d’Italia non può sottovalutare i problemi di stabilità del settore bancario. Così, egli ha riconosciuto che la valutazione severa circa l’adeguatezza delle rettifiche di valore e dei tassi di copertura, effettuate dai singoli gruppi bancari o banche, e circa il grado di patrimonializzazione degli stessi non potrà essere allentata; e ha aggiunto che, al fine di evitare che questi interventi di vigilanza aggravino il credit crunch, la Banca d’Italia deve limitarsi a sollecitare il reperimento di risorse interne ai singoli istituti creditizi mediante compressioni dei costi e dei dividendi erogati.

Sulla base di una simile analisi, non è sorprendente che Visco sia pervenuto a una conclusione radicale (cfr. p. 18): “le difficoltà nel finanziamento delle imprese devono stimolare una riflessione sull’assetto complessivo del sistema finanziario italiano, sullo scarso sviluppo dei mercati obbligazionari e azionari e sulla conseguente eccessiva dipendenza delle imprese dai prestiti bancari […]. Tale assetto riflette in parte la riluttanza ad aprirsi delle imprese italiane. Ma le banche non hanno spinto a sufficienza le imprese ad avvicinarsi ai mercati”.

2. Questa conclusione è condivisibile non solo perché indica le prospettive di medio termine aperte ma anche, e soprattutto, perché coglie il maggiore ostacolo da superare. Essa fa infatti emergere che la forte dipendenza delle imprese non finanziarie italiane, piccolo-medie e grandi, rispetto ai crediti bancari ha da tempo innescato un circolo vizioso.

Prima della crisi del 2011 e del connesso credit crunch, il nostro settore bancario ha accusato uno strutturale funding gap rispetto alla raccolta tradizionale; ciò ha spinto le banche italiane a indebitarsi sul mercato interbancario e su altri segmenti dei mercati finanziari internazionali ma, soprattutto, a emettere un elevato ammontare di obbligazioni e a collocarne una quota abnorme nei portafogli finanziari delle famiglie. Di conseguenza, il settore bancario italiano ha assunto un quasi-monopolio nell’intermediazione dei flussi finanziari che ha soffocato ogni altra attività finanziaria (azioni, corporate bond, …) e ogni altro intermediario (società di private equity, investitori istituzionali, …). Le crisi internazionali e le conseguenti crisi europee hanno, però, accresciuto sia l’avversione al rischio dei risparmiatori e dei piccoli detentori di ricchezza sia i rischi percepiti delle passività bancarie soprattutto nei Paesi periferici. Per il settore bancario italiano, ne sono derivati un maggior costo della raccolta e una crescente difficoltà a collocare passività di medio e lungo termine nei mercati retail.

L’anormalità della congiuntura, caratterizzata dalle generose immissioni di liquidità da parte della Banca centrale europea (BCE) e dal credit crunch, ha impedito che tali vincoli di raccolta si traducessero in un immediato aggravamento del funding gap. Anzi, oggi le banche italiane godono di ampia liquidità. Resta tuttavia vero che, una volta superata la fase acuta della crisi europea, in Italia non si potrà tornare al modello bancario pre-2011: le banche incontrerebbero crescenti difficoltà per colmare lo strutturale funding gap, tipico del loro passato assetto. D’altro canto, questo stesso assetto ha frenato lo sviluppo degli altri segmenti del mercato finanziario italiano, cosicché non vi sono alternative “belle e pronte” al finanziamento bancario delle imprese operanti nell’industria e nei servizi.

Quanto detto fa emergere la necessità di perseguire “quella profonda revisione del modello di attività delle banche”, di cui parla il Governatore. Al riguardo, le Considerazioni finali si limitano a tracciare prospettive di fondo. L’auspicio è che: le banche sfruttino i loro vantaggi informativi per “favorire il ricorso delle imprese al mercato”; i fondi pensione e gli investitori “con orizzonte di lungo periodo” acquisiscano un peso rilevante anche nel mercato finanziario italiano; le novità regolamentari europee, e in particolare la complessa costruzione dell’Unione bancaria europea, superino le nuove segmentazioni del mercato interno all’area dell’euro e facilitino soluzioni europee.

3. Non è qui possibile valutare analiticamente la fattibilità dei suggerimenti offerti dal Governatore Visco. Bastino perciò tre notazioni.

Primo. Tali suggerimenti si collocano in un orizzonte di medio-lungo periodo. Nel breve periodo, resta la necessità di allentare il credit crunch così da eliminare uno degli ostacoli alla ripresa della nostra economia. Al riguardo, in assenza di interventi ad hoc, la strategia del settore bancario italiano non può che essere quella di riassorbire gradualmente l’ingente ammontare di crediti problematici e di riequilibrare i propri bilanci mediante un lungo processo di deleveraging. Ciò equivale, però, a riprodurre nel tempo il credit crunch. E’ quindi necessario prevedere meccanismi che consentano la liquidazione di una parte dei crediti bancari problematici, minimizzando i costi per il bilancio pubblico e salvaguardando i depositanti. La BCE ha avanzato qualche proposta di mercato, che potrebbe trovare attuazione a livello europeo. L’Italia dovrebbe essere pronta ad anticipare le mosse della BCE.

Secondo. L’Italia è caratterizzata da una struttura produttiva, schiacciata sulle piccolissime e sulle piccole dimensioni di impresa, e dalla debolezza dei tradizionali investitori istituzionali. Pertanto, fra i suggerimenti offerti dal Governatore, quelli che appaiono fattibili in un orizzonte non troppo lungo riguardano l’apertura del mercato dei corporate bond alle emissioni delle piccole e medie imprese e il rafforzamento dell’ottica di lungo termine dei fondi di investimento. Al riguardo, è però necessario superare almeno due ostacoli. Rispetto all’apertura del mercato dei corporate bond, si tratta di ridurre gli svantaggi connessi alle emissioni su piccola scala; il che si può ottenere disegnando forme garantite di centralizzazione delle singole emissioni piuttosto che incentivando i cosiddetti mini bond. Rispetto ai fondi di investimento, si tratta di sottrarli al controllo proprietario e distributivo del settore bancario; diversamente, l’operare di questo investitore istituzionale atipico rimarrebbe subordinato ai problemi di liquidità e di redditività delle banche.

Terzo. Il settore bancario italiano ha interesse a modificare il suo modello di attività, dal momento che i suoi passati assetti promettono una redditività molto bassa nella UEM del dopo crisi. Tali modifiche sarebbero però facilitate se, anche per i gruppi bancari di medie dimensioni, il mercato di riferimento divenisse quello dell’euro e non più il mercato nazionale. Al riguardo, il passaggio fondamentale è rappresentato dall’attuazione in tempi brevi dei tre pilastri dell’unione bancaria, cui ha fatto riferimento il Governatore nelle sue Considerazioni finali. Il che offre una motivazione anche egoistica perché l’Italia si adoperi per il successo di questa iniziativa europea.

(*) Professore ordinario in Economia Tor Vergata 

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