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1° Maggio: un anniversario necessario che ancora ci parla

La festa nazionale del lavoro, fissata il Primo Maggio, sembra estranea a questo nostro tempo. Tanto è vero che il titolo di questa breve riflessione pare un tentativo maldestro e naïve di giustificarne il senso, in un mondo in cui il lavoro subisce continue trasformazioni, spesso così velocemente da non riuscire a registrarne modalità e conseguenze.

Gli argomenti citati in questa occasione li abbiamo in parte già sentiti: si pensi, tra gli altri, alle morti sul lavoro, allo sfruttamento, al lavoro nero, a quello minorile, a una politica di redistribuzione del reddito che spesso nasce da prese di posizioni ideologiche e quindi sono per la gran parte inadatte all’equità, alle discriminazioni di provenienza e di genere negli ambienti professionali, a quelle legate alle carriere. All’ignobile questione dei bassi salari, che tormenta l’Italia da almeno due decenni e che nessun Governo finora ha ritenuto di volervi provvedere in modo strutturato.

Importantissimi e vitali, come si può vedere, eppure non sembra che abbia ancora senso convergere sul Primo Maggio per far sentire le voci dei lavoratori e delle lavoratrici, perché qualcosa si muova, perché la “forza lavoro” sia ancora tra i protagonisti della nostra storia.

Forse due elementi fra gli altri possibili su cui si può ragionare riguardo all’insignificanza attuale del primo maggio e a una sua doverosa riscoperta, per tornare ad essere efficace avvio di processi di cambiamento, si possono individuare.

Il primo potrebbe essere indicato nell’assenza di passione verso il proprio lavoro, agganciandosi quindi ad un disagio prevalentemente personale; il secondo nella paura che il proprio lavoro non sia significativo per gli altri e le altre, per la società intera, agganciandosi quindi a concetti di indole comunitaria e sociale. Vediamoli separatamente.

Che il proprio lavoro debba appassionare è un pensiero mai ovvio, in quanto mai reso concreto abbastanza. L’imperativo che ha guidato i passi della nostra generazione, ma non solo, nel cercare di trovare una leva di competenza per entrare nel mondo del lavoro non è mai stato quello che dovesse essere appassionante, ma quello che dovesse provvedere alla propria autonomia economica e a quella della famiglia. Cosa senz’altro fondamentale, ma non sufficiente. Non oggi.

La mancanza di passione nel vivere che oggi attraversa tutti i livelli della società italiana, è diventata endemica dopo la pandemia da Covid-19 e si è strutturata con l’aumento di guerre e follie che hanno distrutto le basi della convivenza civile. Se si volesse dare un nome cristiano a questo fenomeno si potrebbe dire che sia per larga parte diagnosticabile un’acuta perdita della speranza nella possibilità di un futuro sereno. Lo sapeva bene papa Francesco, che ha indetto il Giubileo della Speranza; lo sa bene papa Leone, le prime parole del quale sono state “Pace a voi!”.

L’impatto di questa dinamica profonda ed esistenziale sul lavoro è feroce. Esso diviene il collo di bottiglia nel quale si incastrano insoddisfazioni, piccinerie, privazioni che si vivono in ambienti professionali tossici, rarefatti, senza relazioni che offrano sostegni strutturati, ancora pervicacemente bloccati in leadership piramidali, studiate ovunque come responsabili non solo di licenziamenti diffusi, ma anche di delusioni strutturali e diminuzione di produzione (se si vuole anche il dato economico).

Senza speranza, senza pace, è possibile affermare che il lavoro per necessità diventa un incubo e quello di elezione una parentesi. In entrambi i casi, la passione del futuro che si genera dall’innovazione e nelle relazioni virtuose (e per questo produttive) è una chimera. 

Il valore del Primo Maggio potrebbe e forse dovrebbe trovarsi anche qui.

Il secondo punto citato sull’insignificanza del lavoro per la società, si regge su più di un pilastro; forse il più significativo è l’ingresso dell’AI generativa nel mercato del lavoro. In effetti, secondo varie ricerche (una prestigiosa del 2025 di Harvard), le professioni junior iniziano a essere sostituite dall’uso dell’intelligenza artificiale. Si tratta cioè di un cambiamento che sembra avviarsi a una certa strutturazione: laddove i compiti sono “semplici” e “ripetitivi” non è necessario che siano svolti da un giovane o da una giovane che entra nel mercato del lavoro, ma possono essere delegati a una macchina con costi decisamente inferiori.

Qui si possono aprire due scenari sincronici che a mio avviso giustificano tutte le manifestazioni del primo maggio, a qualunque titolo le si voglia organizzare. Anzi, le rendono necessarie e quanto più possibile partecipate.

Il primo scenario riguarda la marcia inarrestabile che il Paese sembra aver intrapreso contro l’ultima sua generazione demografica. Non si tratta qui solo di avere possibilità di accedere equamente al mercato del lavoro; a mio avviso si tratta anche del legame fra quanto li abbiamo a cuore e come li formiamo e li accompagniamo.

Sembra invece che il loro nucleo effettivamente problematico non importi a nessuno. Una società che non si fa domande, una politica che risponde solo minacciando e condannando, una scuola senza strumenti efficaci, politiche pubbliche non strutturali, ma estemporanee, sia per le famiglie, sia per i giovani. Nessuna considerazione delle differenze, delle aspirazioni, delle potenzialità, della loro voce, del loro esserci e vivere più a lungo di ciascuno dei loro genitori. In una parola, insignificanti.

MI chiedo come sia possibile non celebrare il Primo Maggio senza pensare a loro, ai ragazzi e alle ragazze, alla loro rabbia nei nostri riguardi, al loro disinteresse, alla loro paura di non avere il futuro che invece noi abbiamo avuto. Dovrebbero essere al nostro fianco venerdì e spero che siano in molti e molte.

Il secondo scenario strettamente legato al desiderio di dare un senso al lavoro: non si può lavorare solo per i soldi. Tutte le ricerche intervenute dopo le Grandi Dimissioni, all’indomani della fine della pandemia, hanno riportato come fosse meno significativo per i lavoratori e le lavoratrici quanto guadagnato, rispetto alla tossicità dell’ambiente di lavoro, all’impatto visibile della propria professione sulle persone e sulla natura, alla possibilità di mantenere e curare le proprie relazioni significative. I soldi non sono l’unica risposta al proprio impegno; è quella che consente di portare significato ad altro. Al lavoro in quanto tale, alle relazioni, alla propria serenità, al futuro.

Se si vuole costruire un ponte fra quanto fin qui esposto e la dottrina sociale della chiesa, si può senz’altro sottolineare come la riflessione del magistero ecclesiale sul lavoro sia sempre ruotata intorno alla dignità della persona umana. Lo è nella Laborem excercens di Giovanni Paolo II (1983), lo è nella Laudato si’ (2015) e nella Fratelli tutti (2020) di Francesco. 

Il Primo Maggio è una ricorrenza laica – l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro, come dice l’art. 1 della Costituzione –, ma è un fatto rilevante che anche la riflessione ecclesiale sia proprio oggi dalla stessa parte, aumentandone così significato, portata e partecipazione.

*Insegna Dottrina Sociale della Chiesa, Pontificia Università Gregoriana 

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