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Soltanto i bassi salari sono stati tutelati dall’inflazione

La Cisl ha da poco pubblicato un Report sulla contrattazione in cui si afferma che il risultato congiunto di contrattazione e benefici fiscali dati dal governo hanno permesso alle retribuzioni di fatto di recuperare gran parte dell’inflazione del periodo 2019/25, smentendo quanto affermato da vari commentatori che si fermano alle sole retribuzioni contrattuali.

M. Leonardi in un articolo ha contestato duramente il Report della Cisl criticando in primo luogo al Report dal punto di vista tecnico l’uso del denominatore per calcolare la retribuzione da lavoro dipendente di fatto. Il report usa gli occupati, mentre secondo Leonardi il denominatore corretto sono le ore lavorate.

Verrebbe facile citare Trilussa e la statistica, e in parte si coglierebbe il punto. In effetti il denominatore usato nel Report Cisl è quanto meno anomalo, non mi risulta usato di norma per calcolare la retribuzione di fatto dei lavoratori dipendenti. L’Istat si riferisce normalmente alle retribuzioni e al costo del lavoro per ULA e qui introduciamo un terzo denominatore che personalmente ho sempre usato nel calcolare le retribuzioni di fatto con i dati di contabilità nazionale.

Le unità di lavoro (ULA) misurano il numero di posizioni lavorative ricondotte a misure standard a tempo pieno. L’insieme delle unità di lavoro è ottenuto sommando alle posizioni lavorative a tempo pieno, le posizioni lavorative a tempo ridotto ricondotte a tempo pieno, un lavoratore part-time al 50 per cento conta come 0,5 Ula.

L’Istat a marzo ha pubblicato i dati grezzi di C.N. relativi al 2025 con una tavola che contiene dati  con valori pro capite fino al 2025. In questa tavola vi sono i valori delle Retribuzioni interne lorde per occupato dipendente,  delle Retribuzioni interne lorde per unità di lavoro dipendente e delle  Retribuzioni interne lorde per ora lavorata da occupato dipendente.

Possiamo quindi considerare tutto il 2025 e l’intero periodo che va dal 2019 all’intero scorso anno. In questi 6 anni le tre variabili hanno subito questa variazione confrontata con l’andamento dell’indice NIC dei prezzi e con l’indice Ipca.

Variazioni % 2019/2025

Retribuzioni interne lorde per unità di lavoro dipendente  14,2
Retribuzioni interne lorde per occupato dipendente  16,2
Retribuzioni interne lorde per ora lavorata da occupato dipendente  12,9
Variazione NIC19,1
Variazione IPCA20,4

È ovvio che le considerazioni che si possono trarre dalla tabella sono diverse a seconda della variabile che si prende in considerazione.

Intanto se si considera l’intero 2025 e non solo i primi trimestri, come nel report Cisl, si vede come anche la retribuzione interna lorda per occupato dipendente mostra di non aver recuperato rispetto all’inflazione, con un gap di 3 punti sul NIC e di 4 punti sull’IPCA. Ben maggiore naturalmente il mancato recupero della retribuzione per U.L.D. e soprattutto per ora lavorata come afferma Leonardi.

L’attività contrattuale, le indennità di vacanza contrattuale, gli aumenti di merito e quant’altro non sono stati quindi sufficienti dopo la crisi del biennio di inflazione 2022/23 a recuperare il gap inflazionistico sommato alla crisi Covid.

Molto poi hanno inciso i ritardi nei rinnovi contrattuali. Negli ultimi mesi del 2025 sono stati chiusi alcuni contratti pendenti da tempo, alcuni da anni come quello del Commercio, ma altri restano ancora non rinnovati e, nel pubblico impiego ci sono salti di tornata contrattuale con inflazione non recuperata. Solo il contratto dei metalmeccanici prevede con una clausola di garanzia un recupero di inflazione anche in assenza di rinnovo contrattuale.

Per le retribuzioni sotto i 35.000 euro vi è stata certamente una compensazione a livello fiscale, iniziata con il governo Draghi e proseguita dall’attuale governo.

Se prendiamo i valori indicati dalla Contabilità nazionale 2026 come Retribuzioni interne lorde per unità di lavoro dipendente, queste nel periodo considerato usufruiscono pienamente del taglio contributivo e grazie a questo recuperano il gap inflazionistico esistente a livello lordo.

Altrettanto non avviene per le retribuzioni sopra i 35.000 euro che non hanno beneficiato del taglio contributivo e delle modifiche fiscali.

Il mercato del lavoro italiano è  notevolmente frammentato. Abbiamo il lavoratore metalmeccanico o chimico della media o grande impresa, il bancario, tutelati dalla contrattazione nazionale a cui si accompagna una contrattazione di secondo livello. A queste si affianca un sistema di welfare di categoria con previdenza e sanità integrative e vantaggi fiscali legati a fringe benefits e a premi aziendali contrattuali.

Ma esistono anche lavoratori che non godono di queste tutele, che hanno solo la contrattazione nazionale, che non hanno le risorse per aderire al welfare aziendale, che non hanno la contrattazione aziendale e i vantaggi fiscali che questa comporta.

E naturalmente c’è  anche chi sta peggio.

È  giusto certamente dire che il dato sulle retribuzioni contrattuali non esaurisce il quadro della dinamica retributiva, ma certamente è quanto meno azzardato affermare che la contrattazione oggi così  come è  strutturata ha tutelato in buona misura tutti i lavoratori in questa prima metà  del decennio ed è in grado di farlo nel futuro.

Credo che nelle tesi del Report Cisl pesino due fattori, uno tradizionale nel sindacato tutto, uno specifico nella Cisl attuale.

Il primo è la convinzione di rappresentare tutti e/o che il mondo del lavoro finisca con i propri iscritti. Ne ebbi la rappresentazione più vivida nel lontano 1992 quando Amato portò  l’età  della pensione di vecchiaia da 55/60 a 60/65 anni. Non mi ero mai occupato di pensioni, ci capivo poco. Immaginavo i metalmeccanici sul sentiero di guerra. Con mia sorpresa trovai a Bologna, a un Consiglio generale unitario Fim-Fiom-Uilm, i segretari generali piuttosto freddi sul tema e uno alla fine mi disse ( non ha importanza chi, erano tutti e tre d’accordo in proposito) “a noi non ci ha toccato”. Fu un vecchio compagno della Fiom che aveva assistito al dialogo e aveva compreso la mia perplessità a spiegarmi che i metalmeccanici non erano stati toccati perché Amato non aveva toccato il pensionamento a 35 anni. Quella era l’età di pensionamento tipica dei metalmeccanici, i 55/60 riguardavano gli altri. Tre anni dopo durante la trattativa per la 335 questa distinzione fu chiarissima, il “vituperato” dalla Fim D’Antoni ricevette un’ovazione dai fimmini quando al Consiglio generale della Fim, in prossimità delle trattative, affermò che i 35 anni non sarebbero stati toccati.

Quindi il sindacato ha sempre teso a guardare a quanto accade ai propri iscritti.

Poi ho l’impressione che oggi vi sia anche un fattore di linea politica tendente a giustifica una posizione di vicinanza o quantomeno di non scontro a priori con questo governo.

Infine, che effetto ha avuto la perdita di potere di acquisto delle retribuzioni sulla distribuzione del reddito nazionale? 

Una prima risposta si può avere dai dati di Contabilità Nazionale. Il forte aumento di inflazione del biennio 2022-23, con la netta caduta dei salari reali, aveva determinato una consistente redistribuzione del reddito. Secondo i dati di Contabilità Nazionale la quota di Valore Aggiunto era scesa dal picco del 45,3% raggiunto nel 2020 al 42,8% del 2023 con una brusca caduta. Nei due anni successivi i dati indicano invece un progressivo recupero con una quota di Valore Aggiunto che va in retribuzione pari al 44% nel 2024 e al 44,7% nel 2025, tornando quindi ai livelli preCovid.

Il recupero è dovuto in parte agli aumenti retributivi degli ultimi due anni, 2024/25 rispetto ai precedenti, ma soprattutto alla crescita dell’occupazione che ha determinata un aumento sensibile della massa salariale. Il recupero della quota di reddito spettante al lavoro è confermato anche dal rapporto Mediobanca con riferimento alle aziende private.

% Redditi da lavoro dipendente /Valore Aggiunto

(Totale economia)

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