In Italia, oggi, ci sono circa tre milioni di lavoratori poveri. In 60 anni c’è stato un capovolgimento di prospettiva: prima la parola lavoro si coniugava con benessere e non con povertà. La globalizzazione senza regole non ha realizzato il binomio flessibilità/sicurezza ma si è andati a senso unico: flessibilità per le aziende, insicurezza per i lavoratori.
Guardando i dati Ocse, dal 1992 al 2024, in Italia il potere d’acquisto delle retribuzioni è arretrato, in media, di quasi 3 punti percentuali, cosa non accaduta in Francia e in Germania dove c’è stato invece un aumento superiore al 30%.
Il salario minimo può essere uno degli strumenti per costruire una soluzione, ma non l’unico. I 9 euro andrebbero aggiornati in base all’inflazione. Il Governo, sbagliando, dice no al salario minimo. Ma, andando al muro contro muro, la situazione non si sblocca.
Il Governo va sfidato aprendo dei varchi intanto per quelle categorie di lavoratori (si tratta di circa il 3% della forza lavoro) che non hanno ancora un contratto di lavoro di riferimento, come possono essere i rider: se non hanno un contratto devono avere intanto il salario minimo per legge.
Fatto questo, si possono recepire i minimi dei contratti di categoria maggiormente rappresentativi rendendoli inderogabili; infine, continuare sulla via della diminuzione strutturale del cuneo fiscale e rivedere l’Ipca, con un’indicizzazione dei salari che tenga conto anche dei fattori energetici.
Il problema, oggi, è che il Governo si basa molto sulla propaganda, anziché studiare a fondo i dati del mercato del lavoro. Abbiamo aumentato di un milione i posti di lavoro? Vero, ma in quale contesto? In Europa, nello stesso periodo, gli occupati sono aumentati di dieci milioni, in Francia di un milione e mezzo e in Spagna di due e mezzo: quindi, pur aumentando gli occupati, siamo scivolati in fondo alla classifica per quanto riguarda il tasso di occupazione.
Inoltre, il tasso di inattività è aumentato, soprattutto tra i giovani e nel 2025 la cassa integrazione si chiude con un incremento del 10%, soprattutto a carico della manifattura e c’è stato lo spostamento di ore lavorate dai settori più ricchi (appunto la manifattura) ai settori più poveri dei servizi, per non parlare di fenomeni di ritorno alla schiavitù intollerabili, come nel caso dei rider.
Va disboscata la giungla dei rapporti di lavoro: a chiamata, a termine, a progetto quando il progetto non c’è, con finte partite Iva, stage, tirocini. Sono per la flexstability, che vuol dire che è giusta la flessibilità della prestazione, ma in cambio ci deve essere la stabilità dell’impiego.
Tirando le somme, la politica non è stata in grado di imboccare la giusta direzione: anche a sinistra si è data un’interpretazione ottimistica della globalizzazione che ha spostato la fabbrica del mondo verso la Cina e l’Estremo Oriente.
Oggi ci accorgiamo che quei Paesi non producono solo le parti meno pregiate del ciclo produttivo, ma sono competitivi sulla innovazione e in molti casi la guidano. L’idea del reshoring, di far tornare ciò che abbiamo decentrato, è insensato.
La sinistra, a livello internazionale, ha commesso alcuni errori: penso ai Democratici che, con Clinton, hanno favorito il mercato finanziario a scapito della manifattura. Penso alla terza via di Toni Blair, importata, in salsa italiana, da Matteo Renzi.
Quando agli operai comunichi, con un Governo di centrosinistra, che, con il Jobs act diminuisci la tutela in caso di licenziamento ingiustificato, non ci stupiamo se il loro voto si sposta, illusoriamente, verso una destra che non ha come obiettivo il lavoro stabile e di qualità, ma che ne enfatizza propagandisticamente i fattori di ascolto e di identità che si sono smarriti.
