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Addio a Guido Baglioni

All’inizio di settembre, dopo una lunga vita, ci ha lasciato Guido Baglioni. Queste mie parole di commiato non conterranno certo un resoconto sulla sua carriera accademica e scientifica. Mi auguro che non mancheranno altre occasioni più opportune per svolgere questo compito. Anche se è bene ricordare almeno come egli fosse il decano della sociologia economica e del lavoro italiana, forse l’ultimo rappresentante della generazione di sociologi che aveva rifondato la disciplina negli anni della ricostruzione e poi del miracolo economico.

Ho pensato piuttosto alla sua lunga vita.  Sì, Baglioni ha avuto il dono di una lunga vita, che gli ha fatto attraversare tutte le fasi storiche del secondo dopoguerra, come sociologo imprevisto e inatteso, visto che aveva iniziato i suoi studi dalla storia dell’arte. Ed è la coscienza di questo dono ad accompagnare ma anche ad alleviare la tristezza del commiato.

Va detto che non tutti i fortunati beneficiari utilizzano bene, con riconoscenza e determinazione, il dono ricevuto. Guido invece ha utilizzato molto bene questo dono, con impegno costante e ammirevole. Fino agli ultimi giorni, da perfetto artigiano (forse sotto il lontano esempio del padre, incisore provetto nelle fabbriche di Gardone Valtrompia) non ha mai abbandonato il proprio “laboratorio”, il proprio atelier (il suo studio e la piccola scrivania). Un atelier che operava sotto l’impegnativa insegna del Nulla dies sine linea.  E, come per tutti i perfetti artigiani, alcuni “manufatti”, alcuni libri, raggiungevano lo status del capolavoro. Ne ricorderò due per tutti: Il problema del lavoro operaio del 1967 (scritto in collaborazione con Bruno Manghi) e L’ideologia della borghesia industriale nell’Italia liberale del 1974. Quest’ultimo, un grande libro, ancora oggi apprezzato e ammirato anche dagli storici dell’Italia contemporanea.

Persino il suo interesse, la sua attenzione, il suo amore per il sindacato (per la Cisl in particolare) presentavano questo carattere di artigianale continuità. Forse una passione fredda, ma continua, e fedele, che ha trascorso fino dai primi impegni sindacali e formativi a Brescia negli anni 50 fino all’ultimo libro sul destino innovatore della Cisl, apparso pochi mesi prima della sua scomparsa. Un impegno che non si è limitato allo studio ma che non ha declinato importanti ruoli direttivi nella formazione e nella ricerca.

Questa esemplare, continua, insistente attività si accompagnava, con indubbia coerenza, ad una grande disponibilità nella conduzione dei rapporti umani, con i colleghi, gli allievi, gli amici, i familiari. Rapporti mai abbandonati, sempre seguiti e curati con attenzione e coinvolgimento.

Posso testimoniarlo con la mia esperienza personale, iniziata nel 1963 quando alla Cattolica (ricordiamo che quasi tutti proprio da lì proveniamo) andai a domandargli la tesi di laurea, cosa non semplice allora visto il successo crescente della sociologia. Il rapporto è durato per più di sessant’anni e non si è mai interrotto. Certo, come in tutti i rapporti seri, non sono mancate talvolta delle tensioni, e delle incomprensioni. Il “baglionismo”, di cui in tono amichevole non mancavamo di parlarne proprio con lui, “inventore” e massimo rappresentante di tale disposizione, talvolta si faceva sentire. Era quasi una “categoria dello spirito”. Ma poi tutto si risolveva quando scoprivi come molte delle “razionalizzazioni” baglioniane erano tratte anche a tuo vantaggio, non essendo solo frutto di atteggiamenti autocentrati.

        Negli ultimi decenni le passeggiate piemontesi con Bruno Manghi (l’altro componente di questa triade) alla scoperta di borghi, castelli, santuari, abbazie, musei inesplorati della vecchia Torino, restano un indimenticabile esempio (da molti invidiato) di questi rapporti. Quei molti che ci dicevano “ma come fate, dopo tanti decenni, e tante vicende”?  Merito di Baglioni rispondevamo.

         Grazie Guido, grazie Baglioni, grazie professore.

*Professore emerito di Sociologia Economica e del lavoro nell’Università statale di Milano

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