“Prima vennero a prendere i comunisti, e io non dissi nulla, perché non ero comunista. Poi vennero a prendere i socialdemocratici, e io non dissi nulla, perché non ero social-democratico. Poi vennero a prendere i sindacalisti, e io non dissi nulla, perché non ero sindacalista. Poi vennero a prendere gli ebrei, e io non dissi nulla, perché non ero ebreo. Poi vennero a prendere me, e non era rimasto più nessuno che potesse dire qualcosa”. Queste parole, attribuite al pastore protestante Martin Niemöller, nel 1946 conservano ancora oggi una straordinaria forza. Non soltanto per ciò che raccontano del passato, ma soprattutto per ciò che ci chiedono di comprendere nel presente.
Il loro significato è semplice e, proprio per questo, difficile da ignorare: la perdita della libertà non comincia necessariamente quando vengono colpiti tutti. Comincia quando qualcuno viene colpito e gli altri decidono che la cosa non li riguarda.
Naturalmente sarebbe sbagliato cercare nel presente una copia del passato. La storia non si ripete mai nello stesso modo e le analogie, quando vengono usate senza prudenza, rischiano di diventare strumenti di propaganda anziché di comprensione. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non vedere i segnali. Le recenti elezioni in alcune regioni della Germania, e in particolare nell’Est del Paese, devono essere analizzate senza superficialità.
Non si tratta semplicemente di un voto di protesta e non sarebbe serio liquidarlo attribuendolo esclusivamente all’estremismo o alla nostalgia. Esistono problemi profondi. C’è una popolazione che invecchia. Ci sono territori dai quali i giovani continuano a partire. C’è una differenza economica e sociale che, nonostante gli anni trascorsi dalla riunificazione, continua in molti casi a essere percepita. E c’è anche il peso della storia, con una parte della popolazione che conserva una memoria particolare della Germania orientale e della sua esperienza nella DDR.
A tutto questo si aggiunge una crescente distanza tra i cittadini e le istituzioni. Quando la politica non riesce a dare risposte, altri si offrono di fornire spiega-zioni. Sono spesso spiegazioni semplici per problemi complessi. E proprio per questo possono apparire convincenti. Il rischio, però, è quello di confondere la comprensione delle paure con la loro legittimazione.
Le paure vanno ascoltate. La politica democratica ha il dovere di farlo. Ma ascoltare non significa alimentare il rancore. Non significa trasformare ogni difficoltà sociale in una guerra contro qualcuno. Non significa cercare un colpevole ogni volta che non si riesce a trovare una soluzione. E qui che le forze democratiche devono ritrovare il loro ruolo. Non possono limitarsi a denunciare il pericolo, né possono pensare di sconhggere la destra radicale rincorrendone il linguaggio.
Quando la politica moderata comincia a usare le parole, gli argomenti e le paure degli estremisti, finisce spesso per rendere quelle posizioni più accettabili. Il risultato è un progressivo spostamento del confine. Ciò che ieri era considerato inaccettabile diventa discutibile. Ciò che era discutibile diventa normale. E ciò che era normale, alla fine, non appare più sufficiente. È un processo che non avviene improvvisamente.
Avanza lentamente, quasi sempre accompagnato dall’idea che si tratti soltanto di una fase passeggera o di un problema che riguarda qualcun altro. Ed è proprio qui che le parole di Niemöller tornano a inter-rogarci. Quanto accade in Germania non riguarda soltanto la Germania.. L’Europa è molto più vicina e interconnessa di quanto spesso immaginiamo. Le crisi economiche, le paure sociali, la sfiducia verso le istituzioni e la ricerca di risposte semplici attraversano i confini nazionali. Anche l’Italia deve interrogarsi. Non possiamo difendere la democrazia soltanto quando ci conviene.
Non possiamo invocare i diritti come principi universali e poi accettare che vengano messi in discussione quando riguardano una minoranza, uno straniero o qualcuno che semplicemente non appartiene al nostro gruppo.
I diritti fondamentali non sono un privilegio da concedere a chi consideriamo simile a noi. Sono il fondamento stesso della convivenza democratica. Allo stesso tempo, anche l’Europa deve comprendere la necessità di cambiare. Un’Europa troppo burocratica, troppo lontana dai problemi quotidiani e incapace di parlare con chiarezza ai cittadini alimenta inevitabilmente la sfiducia. Ma la risposta alle difficoltà dell’Europa non può essere meno Europa.
Abbiamo bisogno di un Europa migliore.
Più vicina ai cittadini, più capace di affrontare le disuguaglianze, più efficace nel creare opportunità per i giovani e più forte nella difesa della democrazia. Perché la risposta alla paura non può essere la rinuncia ai nostri valori. La sicurezza non può diventare discriminazione. La libertà non può essere difesa limitando quella degli altri. E la democrazia non può sopravvivere se i suoi cittadini cominciano a considerare normali le disuguaglianze nei diritti.
La citazione di Niemöller non è importante perché ci invita a guardare indietro con nostalgia o con paura. È importante perché ci obbliga a guardarci intorno. A domandarci quando il silenzio diventa indifferenza. E quando l’indifferenza, passo dopo passo, diventa complicità. Perché il problema non comincia soltanto quando vengono a prendere noi. Comincia molto prima. Comincia quando vengono a prendere gli altri e noi pensiamo che non sia affar nostro.
