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L’Artigianato: contrattazione, relazioni industriali e bilateralità

Per chi si occupa di “rappresentanza”, di essere un corpo sociale intermedio, l’artigianato è certamente una sfida interessante.

Il sistema delle imprese artigiane e il lavoro artigiano rappresentano una realtà vera del sistema produttivo e sociale di questo Paese; una realtà composita, quasi caotica. Che si muove tra uno dei suoi limiti, il suo “provincialismo”, e le sue grandezze positive. Grandezze, quali la flessibilità, l’inventiva, la presenza sul territorio; ma anche la capacità di accettare sfide internazionali con la produzione di prodotti capaci di catalizzare l’attenzione di mercati esteri, per qualità e innovazione.

Il fatto di essere un insieme marcatamente disomogeneo non ne favorisce la sua unità, la capacità di essere un corpo sociale omogeneo, soprattutto fuori dal ristretto ambito locale.

Le dinamiche indotte dalla crisi economica, per gli effetti sulla finanza – con la contrazione del credito – stanno ora pesando in termini straordinari sulle imprese artigiane. Dopo una prima fase nella quale “la famiglia/impresa artigiana” ha retto, impegnando le riserve, anche personali, oggi siamo di fronte al rischio – appurato dai dati – di una contrazione delle imprese artigiane ed anche dei suoi addetti: meno imprese con meno dipendenti.

Sono oltre tre milioni e mezzo le persone impegnate – a vario titolo – nel lavoro artigiano. Certo, molte sono le imprese mono persona, ma le oltre 400.000 imprese con addetti hanno poco meno di 1,5 milioni di lavoratori dipendenti. Quindi, non poca cosa nel panorama dell’attuale mercato del lavoro.

Rilevante è il dato che registra come il 20% circa dei dipendenti da imprese artigiane opera in aziende con più di quindici dipendenti: considerato che l’azienda artigiana tipica ha un rapporto di lavoro medio di meno di tre dipendenti per singola impresa, questo dato rileva come la trasformazione industriale, di fine anni ottanta, abbia trasformato lo scenario del lavoro in questo Paese in generale e nell’artigianato in particolare.

Oggi c’è l’impresa artigiana tradizionale “artistica”, ma c’è molto lavoro manifatturiero da scorporo aziendale delle grandi imprese, c’è lavoro di filiera e lavoro mono committente.

In questo magmatico insieme è logica naturale che anche significativi cambiamenti ha assunto la rappresentanza sociale:

–       da una parte ha preso corpo una rappresentanza datoriale sempre più portata ad ampliare l’ambito di proprio bacino di riferimento (oggi CNA e CONFARTIGIANATO, le maggiori rappresentanza datoriali nel comparto, aggregano molte aziende PMI);

–       d’altra parte hanno sempre più rilevanza ruoli e funzioni nuove (nuove rappresentanze?), quali gli Studi commerciali e i Consulenti del lavoro.

Tutto questo ha effetti ordinari sulla rappresentanza e sulle relazioni tra Parti.

Per quanto attiene la rappresentanza sindacale, CGIL, CISL, UIL sono oggettivamente le uniche rappresentanze sindacali presenti nel comparto, pur con una contenuta rappresentanza di adesioni anche se con un elevatissimo e continuo rapporto con i lavoratori, attraverso il sistema bilaterale, le prestazioni da questo erogate.

Uno dei problemi che la complessiva situazione ha determinato e che permane, è quello della presenza di troppi CCNL nel comparto. Contratti “fantasma” e “pirata” – presenti non solo in questo comparto – sottoscritti tra sigle datoriali e sindacali che hanno acronimi importanti più della loro reale rappresentanza e rappresentatività. Sono però attrattivi: per il dumping contrattuale che li caratterizza e gli interessi – al limite della truffa – che li accompagna.

Questa situazione sarà risolvibile solo da un intervento – forse legislativo – a valle del percorso autonomo di misurazione della rappresentatività che CGIL, CISL e UIL hanno imboccato – anche in questo comparto – con i recenti Accordi Interconfederali in materia.

Questa problematica, le tre Confederazioni sindacali l’hanno assunta parallelamente al problema dell’ammodernamento del sistema relazioni/contrattazione con la proposta votata dai Direttivi congiunti di CGIL, CISL, UIL dello scorso Gennaio. E’ recente l’intesa complessiva (sottoscritta lo scorso 23 novembre dalle Parti Sociali artigiane nazionali), che conferma buone prassi e innova il modello relazionale e contrattuale.

Resta sullo sfondo anche il riuscire a riconoscere la reale rappresentanza datoriale, non disconoscendone il reale contenuto, mantenendo però fermo il confine degli ambiti contrattuali, che non possono inseguire improprie mutazioni della rappresentanza datoriale già sopra citate.

Nel comparto artigiano, per quanto attiene CNA, CONFARTIGIANATO, CASARTIGIANI CLAAI e CGIL CISL UIL, l’attuale concentrazione delle diversità del comparto in nove aree contrattuali (di cui due trasversali: quella degli edili e quella dei trasporti) e, di fatto, in sette aree contrattuali proprie del comparto artigiano, soddisfa il criterio di semplificazione contrattuale, che resta un obiettivo generale ma assente nel comparto.

Certo, le Associazioni datoriali gradirebbero una ulteriore riduzione dei CCNL, arrivando a due aree (servizi e manifatturiero): questa soluzione la vedo molto difficile per l’attuale struttura del Sindacato confederale. Percorribile è invece una unificazione di comparto (trasversale, comune a tutti i sette CCNL di Area) di molti contenuti contrattuali, come quelli relativi agli strumenti bilaterali, quelli relativi al mercato del lavoro ma anche un innovativo sistema classificatorio potrebbe essere portato a un’unica sintesi. Questa sarebbe una vera e possibile innovazione.

Prima di entrare nel merito del nuovo modello contrattuale, va sfatato un mito negativo: questo comparto ha una contrattazione (di primo e di secondo livello) non ottima ma buona.

Dal 1992 il comparto si è dato una regolamentazione tipica; poi, nel primo decennio del nuovo millennio è stato rivisto il sistema relazionale/contrattuale. Il contenitore c’è, i contratti nazionali –con un po’ di ritardo – si rinnovano; il secondo livello è praticato – con soddisfazione quantitativa –perché è presente per il 40% dei dipendenti e insoddisfazione per l’assenza di questa pratica in molte regioni.

I contenuti contrattuali peccano del ritardo generale in materia di classificazione e inquadramenti; invece sono funzionali per i capitoli riguardanti il mercato del lavoro ed anche in merito alla gestione degli orari.

Tornando all’esperienza in essere e a quella in prospettiva appare significativo sia il pregresso –confermato – che affidava al secondo livello una titolarità modificativa di molteplici materie – tra le quali l’orario – fortemente incentivante l’interesse a sviluppare un negoziato locale. Il problema sta nel fatto che l’ambito contrattuale precedente era prevalentemente quello territoriale regionale: quindi distante dall’impresa. Il nuovo modello riconferma questa tipicità – insuperabile – ma lo apre alla possibilità di negoziati aziendali, laddove oggettivamente utili e possibili. Il tutto, motivato anche dalle più recenti norme legislative in materia di detassazione e decontribuzione del salario da produttività.

Fatto questo utilissimo riassunto, per contrastare, almeno in parte, uno dei veri problemi di questo comparto riguarda il costo contrattuale, non come alta retribuzione, ma bensì come alto costo per l’impresa e contenuto ritorno per il lavoratore, stante il gravame di contribuzione e tassazione.

Un ragionamento sul comparto artigiano non può esser completo senza una disamina attenta di quanto la contrattazione ha sviluppato – nel tempo – in termine di strumentazione bilaterale e che è un contenitore, pronto, per i nuovi interventi di welfare.

Va detto che questa storica (trentennale) esperienza artigiana ha favorito anche il consolidarsi di una nuova bilateralità “ex lege”. Bilateralità attraverso la quale il legislatore affida alle Parti sociali il compito di occuparsi di tematiche di interesse collettivo e diffuso: previdenza complementare, formazione, sanità integrativa e, ultimo, gli ammortizzatori sociali sostitutivi dell’intervento pubblico (con la costituzione di uno dei due Fondi Alternativi previsti dalla L.92/2012 e dai recenti D. Lgs sul lavoro).

Questi campi sono il nuovo: ma sono il proseguimento di un percorso che, dal 1983, ha visto le Parti sociali artigiane individuare negli Enti Bilaterali Regionali – e nel sistema nazionale – lo strumento di completamento dei CCNL, individuando campi di intervento dove la “partecipazione” aiutava il lavoro artigiano, con interventi gestiti dalle stesse Parti Sociali sottoscrittrici i CCNL, nei confronti dei lavoratori e delle imprese.

E’ un’esperienza straordinaria, oggi già oggetto di studio. Certo, favorita dalla struttura d’impresa del comparto: la sua impresa micro strutturata, la sua diffusione e dispersione sul territorio. La sua difficile propensione all’aggregazione.

Dai problemi veri, sono scaturite altrettante vere risposte: non ideologiche – non solo ideologiche – ma pratiche. Per questo nel comparto si è consolidato un sistema relazionale che ha retto anche nelle fasi di maggior tensione tra le Parti Sociali, garantendo una continuità che ha aiutato il lavoro.

Ovviamente non si ha di fronte un sistema immodificabile: aldilà dei correttivi sempre necessari agli equilibri trovati, i cambiamenti sono imposti dal contesto. Ancora di più da un contesto che in gran parte registra una supremazia della domanda sull’offerta. Ecco che questa mutazione intervenuta affida all’artigianato nuovi campi di intervento: per la sua citata flessibilità endemica al suo stato.

C’è un tema che rende molto utile dotarsi di una contrattazione innovativa e praticata. Praticata, perché è proprio la microimpresa il mondo di confine tra il “nero” – ancora tanto diffuso – e il regolato; innovativa, perché tutti i sociologi ed anche gli esperti di economia – conoscitori della piccola e media impresa – affermano che il futuro di questa impresa è strettamente correlato a un investimento sul “capitale umano”.

I CCNL, ma soprattutto i CCRL (i contratti regionali di secondo livello) devono essere attenti a meritocrazia, risultati, organizzazione flessibile. Con ciò aiutando il senso di appartenenza e lo scambio di competenze tra generazioni. La qualificazione della soddisfazione del personale, della sua motivazione, sono fattori di crescita produttiva.

E’ questa la nuova sfida del nuovo modello contrattuale: stabilizzare una contrattazione nazionale e favorire una nuova contrattazione locale, che partendo dall’esperienza regionale – consolidata nelle relazioni artigiane – riesca a favorire il regolamentare flessibilità utili all’impresa, al lavoratore: al lavoro artigiano.

 

 (*) Responsabile Coordinamento Nazionale Lavoratori dell’Artigianato UIL

 

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