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Ascolto dal basso e coordinamento dall’alto

Concordo con chi mi ha preceduto sulla necessità di intraprendere un percorso che abbia come finalità una maggiore integrazione tra pubblico e privato nel sistema e nelle politiche attive del mercato del lavoro. 

In questa sede, non essendo oggetto dell’incontro, non mi soffermerò sulle dinamiche complementari, ma necessarie, per rendere efficaci le politiche in questione. Mi riferisco, in primo luogo, ad una vera e propria politica industriale che consenta lo sviluppo del sistema produttivo del Paese, in secondo luogo alla questione del riassetto istituzionale conseguente alla riforma delle province ed infine, a tutti quei servizi ulteriori che uno Stato che intenda favorire l’occupazione deve garantire: sostegno alla mobilità, politiche abitative, politiche di conciliazione e, più in generale, servizi sociali. Senza queste premesse, tutti gli sforzi potrebbero non bastare. 

Quali sono, allora,i punti che necessitano di una rapida definizione per essere veramente “pronti” tra 60 giorni a gestire in maniera efficace la “Garanzia giovani”? A mio avviso è necessario, innanzitutto, ripensare le modalità con cui le politiche attive per il lavoro sono immaginate. Sinora sono state dettate dall’alto, tanto a livello nazionale che regionale, lasciando poca scelta agli operatori – sia pubblici che privati – ai quali è stato è stato “imposto” di applicarle. Occorre rivedere questo processo: prima di agire su un determinato target o su un particolare territorio con un politica, è consigliabile preventivamente ascoltare gli operatori, comprese le parti sociali, che quelle politiche saranno, poi, chiamati a mettere in pratica.  Non si può prescindere da questa esigenza. Ultimamente la Struttura di Missione non ha dimostrato di essere in grado di invertire tale tendenza. Non mi risulta che gli operatori privati siano stati consultati, almeno ufficialmente, tutti assieme, per chiarire la definizione dei percorsi e i contributi che i differenti soggetti potrebbero garantire nell’attuazione della Garanzia nei  diversi territori. 

Secondo punto: è necessario il potenziamento dei servizi per l’impiego pubblici, che giocano un ruolo fondamentale per ottenere risultati positivi. I centri per l’impiego dovranno mantenere una centralità nei sistemi locali di politiche attive, garantendo il coordinamento dei soggetti che in questi operano. È stato messo in rilievo, inoltre, che gli stessi non avrebbero una distribuzione tale da garantire i servizi su tutto il territorio nazionale. 

In questo quadro, visto il ruolo che rivesto, non posso che far notare le potenzialità che in termini di presenza territoriale possiamo offrire come Fondazione Consulenti per il Lavoro. La Fondazione è forse l’unico soggetto che, potendo contare su un unico coordinamento nazionale, ha circa duemila punti operativi sul territorio. Di questi, 650 sportelli risultano aperti nel Sud Italia, oltre 500 nelle Regioni Convergenza. Questo evidenzia l’esistenza di una struttura capillare e già operante che, in presenza di una effettiva integrazione pubblico-privato, può essere messa facilmente e con immediatezza a disposizione della Garanzia Giovani, anche in collaborazione con gli altri operatori. 

Il potenziamento generale del sistema, a cui occorre provvedere nel medio periodo, presuppone, tuttavia, la scelta di un sistema di governance del mercato del lavoro. In altre parole, è arrivato il momento di riconsiderare il tabù dell’agenzia nazionale. Non è questa la sede per discuterne, ma per rendere efficaci i modelli organizzativi che i diversi operatori dovranno pianificare, occorre almeno chiarire da subito quale sarà il modello di governance e renderlo stabile, auspicabilmente, per un certo periodo. È diventato pressoché impossibile operare con diversificazioni così evidenti tra Regione a Regione: è difficile, per noi operatori nazionali, organizzare un servizio con modelli di riferimento così differenti, non si riesce a reggere, non solo da un punto di vista dei costi, ma anche da un punto di vista strettamente organizzativo. Non ho in mente un modello ben preciso, potrà essere nazionale o federale, i modelli di riferimento non mancano e dagli altri paesi comunitari possiamo apprendere molto. E’ chiaro, che in virtù delle complementarietà delle politiche attive con quelle passive e, in attesa del riordino di queste ultime, l’agenzia dovrà necessariamente operare su entrambi i versanti. 

Altro punto imprescindibile: la semplificazione normativa. Dalla Riforma del Titolo V della Costituzione in poi sono aumentate le differenze applicative su quegli istituti che – almeno nell’auspicio del legislatore – sarebbero dovuti essere gli strumenti principe per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro: i tirocini e l’apprendistato. Tutti gli operatori hanno salutato con favore gli Accordi sull’apprendistato e sui tirocini, ma, purtroppo, subito dopo, in sede di attuazione regionale, abbiamo dovuto registrare una nuova e notevole diversificazione nei contesti regionali. Non si riesce neanche a garantire l’istituto dei tirocini, che vista la situazione attuale di crisi riveste una centralità notevole nelle politiche attive. Se con la Garanzia Giovani dovremo garantire entro 4 mesi un percorso da proporre ai giovani, come faremo a rispettare i tempi previsti? Con Italia Lavoro stiamo provando a ragionare sulle modalità per rendere intellegibili le diverse norme regionali sui tirocini, provando ad informatizzare il sistema di gestione, ma con estrema difficoltà, soprattutto se il risultato deve tendere quantomeno all’attestazione delle competenze in uscita.

Infine, quali caratteristiche e quale ruolo devono avere i sistemi di accreditamento al lavoro previsti nelle diverse Regioni? A mio avviso è necessario un ripensamento dei servizi di accreditamento per il lavoro. Certo non è possibile imporre alle Regioni che non hanno istituito un sistema di accreditamento in dieci anni, di provvedervi in 60 giorni. Tra l’altro, anche i sistemi più “maturi” sono stati soggetti a ritocchi nell’ultimo periodo, per renderli più attuali, più dinamici, adeguati alle nuove modalità di attuazione delle politiche. Il risultato è quello di operare in alcune Regioni con l’accreditamento e in altre con la sola autorizzazione, creando un cortocircuito organizzativo alle strutture che hanno l’ambizione di operare a livello nazionale. Tra l’altro, nella maggior parte delle regioni, vigono due sistemi di accreditamento, uno per i servizi per il lavoro, l’altro per la formazione. Quest’ultimo, era stato pensato in un periodo in cui andavano per la maggiore le politiche passive, ed ha dimostrato nel tempo di non essere adatto ad un contesto nuovo, in cui si vuole premiare l’”attivazione” dei soggetti che sono alla ricerca di un impiego. Proprio per questi motivi, forse potremmo immaginare – nel breve e magari in via sperimentale – il superamento di questa rigida separazione tra accreditamento alla formazione e accreditamento ai servizi per il lavoro nella stessa regione. Perché se i concetti da valorizzare sono “la presa in carico”, la “formazione”, la “riqualificazione” e l’”inserimento”, gli operatori del mercato del lavoro, sia pubblici che privati, devono essere messi nelle condizioni di portare a termine l’intero percorso. Solo così avrà senso ragionare su costi standard, risultati, premialità e saremo in grado di garantire un adeguato ed efficace inserimento (non solo) dei giovani all’interno di un contesto aziendale.

 

 (*) Direttore della Fondazione Consulenti per il Lavoro

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