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Due modelli a confronto in Brasile: la vittoria della speranza

Lula ha vinto. Per i brasiliani è una liberazione.

La maggioranza, anche se con solo il 50,9%, sente che è l’inizio della fine di un incubo.

Ha vinto la lotta alla fame, per la salute e l’istruzione diffusa, per il diritto ad avere una casa minimamente decente. Ha vinto l’attenzione all’Amazzonia, al recupero dell’equilibrio ecologico del polmone del mondo. Ha vinto la democrazia, nella sua essenza e nelle sue modalità di attuazione. Ha vinto una visione solidale della politica, della rappresentanza e della dialettica tra le forze politiche.

In definitiva, ha vinto un modello civile di convivenza.

È una vittoria di tutti: dei brasiliani che hanno votato con fede per tutto questo e di quelli che non ci hanno creduto sin dall’inizio. E molti non ci credono ancora. Ed è anche la vittoria dei cittadini del mondo che credono nella possibilità di fermare lo scivolamento a destra in corso un po’ ovunque e di cambiare in senso progressista il corso di questa fase storica.

Ma se veramente la vittoria di Lula rappresenta tutto questo, come mai lo scarto tra lui e Bolsonaro è stato così risicato? Che cosa è successo nel gigante sudamericano che ha fatto vacillare, fino all’ultimo, la certezza che i 156 milioni di elettori avrebbero fatto la scelta migliore? Che cosa ha impedito che fosse chiara per tutti la scelta che era in gioco?

In questi giorni diversi amici italiani mi hanno fatto questa domanda. 

Dico subito che non ho le risposte, ovviamente. Ho solo pezzi di riflessione che voglio annotare, qui, sempre con la speranza che possano servire anche a chi vive oltre oceano, in Italia e nella giovane “vecchia Europa”.

1 – Bolsonaro fedele interprete della cultura militarista

Bolsonaro è l’incarnazione della storia di un militare frustrato. A metà degli anni 80, con il grado di capitano, viene arrestato e cacciato dall’esercito per aver progettato un attentato a sostegno di una azione salariale per sé e per il suo gruppo. Ma l’ideologia militarista, quella che deve aver assorbito da giovane quando ha frequentato l’accademia delle “Aquile Nere”, gli è rimasta impressa. Bolsonaro ne è divenuto un fedele interprete, ma non avendola potuta applicare nell’ambiente militare, l’ha riversata nel suo “impegno politico”. Ci sono mille riferimenti possibili nel suo comportamento a sostegno di questa ipotesi. Vediamone alcuni.

La prospettiva di una visione militare è piuttosto semplice: ci si prepara alla guerra e l’obiettivo esplicito è la sconfitta del nemico, il suo annientamento. Non c’è una morale diversa possibile. L’etica è quella del fine che giustifica i mezzi. Qualsiasi mezzo è legittimo. Usare le fake-news, per esempio non è una casualità o una devianza. Le fake-news, in quest’ottica, sono un’arma tattica da usare a seconda delle possibilità fornite dal tipo di battaglia in corso e dalle debolezze manifestate dal nemico.

La regola praticata, e ampiamente assorbita dallamilitanzabolsonarista, è caratterizzata dall’identificazione con il capo e dalla fede assoluta sulle sue capacità: le scelte del capo, anche se non sempre comprensibili, sono indiscutibili perché sono sempre astute e finalizzate al bene. Deve essere fatto tutto il possibile perché ad ordine, i “combattenti” rispondano eseguendo, senza se e senza ma.

Il linguaggio del comando dev’essere semplice, non deve richiedere sforzi di ragionamento e deve essere facilmente assorbito e riproducibile, deve entrare nel quotidiano perché ciascuno, nelle proprie attività si senta un costruttore del “grande progetto”. È stata questa la matrice che ha generato la valanga di fakenews quotidiane, ma anche e soprattutto slogan quali “O Brasil acima de tudo, Deus acima de todos”,o quellocostantemente ripetuto, “Dio, Patria, Famiglia” molto utilizzato un po’ da tutti gli adepti del “mito”, nelle più diverse occasioni. 

La propaganda: è un altro degli elementi essenziali della strategia militare. Una propaganda preventiva, e continuata durante la campagna presidenziale, finalizzata a rendere il nemico un mostro agli occhi di tutti, per portare milioni di persone a diffidare del nemico e a combattere contro la minaccia rappresentata da un prototipo criminale, pericoloso per la tua sopravvivenza e quella della tua famiglia. Qui si è cercato di creare con ossessiva insistenza, e anche con un certo successo, direi, l’immagine di un Lula immorale, filo-gay, abortista, anche propenso alla liberalizzazione delle droghe, ateo, e perfino satanista (!) oltre che corrotto e corruttore, ovviamente.

Il saccheggio e la rapina. È stata una prerogativa concessa ai propri ministri e agli alti dirigenti di nomina presidenziale, riconoscendo, di fatto, il diritto di utilizzare gli incarichi ufficiali e le relative responsabilità istituzionali, per gestire e ricevere benefici in proprio favore, includendo, eventualmente, anche propri amici e familiari. I casi che sono venuti alla luce, finora, riguardano i responsabili apicali di dicasteri quali quelli della Scuola, della Sanità, della Cultura e dell’Ambiente, solo per citare alcuni degli scandali più clamorosi emersi recentemente. Anche la vita pubblica dello stesso Bolsonaro e quella dei suoi figli (tutti in carriera politica) sono già oggetto di indagini della magistratura. Ma tranquilli: avvalendosi di un privilegio previsto dalla legge brasiliana, il presidente uscente ha posto sotto sigillo tutti gli atti del proprio governo per 100 anni. Sembra incredibile, ma così è.

 Il “Bilancio Segreto”. Gli ultimi mesi del governo Bolsonaro sono stati una fiera di laute prebende distribuite tra i parlamentari amici. Le elargizioni sono state istituzionalizzate in un capitolo apposito del bilancio federale, ma… coperto da segreto. Formalmente, si tratterebbe del finanziamento di progetti presentati da singoli parlamentari, senza che venga, però, pubblicato il nome del proponente, il beneficiario finale, l’oggetto del progetto e l’importo del finanziamento. Sono fondi assegnati ad insindacabile criterio dei presidenti delle Camere. A questa voce di bilancio hanno avuto accesso, di fatto, solo quei parlamentari che hanno garantito la maggioranza alla presidenza di Bolsonaro in questi quattro anni di governo. Gli osservatori politici definiscono questa manovra la più grande operazione di corruzione (istituzionalizzata) della storia del Brasile. Solo nel 2022 sono stati spesi col bilancio segreto 19 miliardi di Reais (circa 4 miliardi di Euro), mentre, per il 2023, ne sono già stati programmati 38 miliardi (quasi 8 miliardi di Euro). Sul piano strettamente politico si configura come la più grande distrazione di fondi, in un bilancio bloccato da vincoli di spesa predefiniti per ogni capitolo.

Nelle settimane precedenti il voto, Bolsonaro ha elargito, per decreto, aiuti per le famiglie più povere e anche per alcune fasce di piccoli esercenti, compresi i tassisti. Sono aiuti corrispondenti a circa 120 Euro mensili, 200 per i tassisti. Una caratteristica di queste provvidenze, però, è che termineranno il 31 dicembre prossimo, rivelando la finalità strettamente elettorale dei provvedimenti adottati.

Il Popolo di Bolsonaro. Dio, Patria e Famiglia, come abbiamo visto è stato lo slogan che ha unificato i fascisti più o meno dichiarati o consapevoli, i fondamentalisti evangelici e quelli cattolici, i militari della truppa e delle gerarchie, i sanguinari propagatori della diffusione delle armi e i menefreghisti di ogni risma, comunque reazionari, difensori dei propri privilegi (aggregando perfino nostalgici del periodo in cui la schiavitù era permessa). Ma attenzione: c’è stata l’adesione anche di una fetta della popolazione formata da persone definibili “per bene”. Gente tranquilla, abitudinaria, che vive nel suo mondo fatto di contatti familiari e di amicizie consolidate. Sì, gente moderata in ogni sua manifestazione, ma non necessariamente reazionaria. Che cosa spinge queste “persone normali” ad optare per un’avventura antidemocratica? Qual è la barriera che li separa dal “pericolo Lula”? E pericolo per che cosa? Per il loro modello di vita, probabilmente, quello costruito con tanti sacrifici… quello trasmesso loro dai genitori e dai genitori dei genitori, magari usciti solo da un paio di generazioni da una condizione di povertà, attraverso tanti sforzi e ora, finalmente, “stabili nel loro benessere precario”. Sì, precario, perché instabile è ogni sicurezza che abbia le radici nella povertà e nell’insicurezza altrui…

Un’ultima annotazione riguarda il concetto di democrazia. Tipico di questa subcultura è il seguente ragionamento: se i numeri sono a mio favore, la democrazia va rispettata, se vado in minoranza, non mi riguarda. Ancora una volta emerge la visione militarista: ha ragione chi vince il conflitto. Ma, durante una guerra, non si contano i voti: si contano i morti che il nemico lascia sul campo di battaglia. E, in effetti, è di morti, di uccisioni, di sterminio di petisti che Bolsonaro ha sovente parlato. Più in tempi passati, in verità, che recentemente, ma sono questi gli appelli che hanno galvanizzato gli animi e sono rimati impressi nella mente e nei propositi di molti suoi seguaci. Tanto è vero che, solo nell’ultima settimana, prima delle elezioni, ci sono stati due casi in cui esponenti nazionali del bolsonarismo (un ex deputato già sotto inchiesta e una deputata recentemente eletta) hanno risposto, armi in pugno, il primo ad un mandato di cattura che veniva eseguito dalla Polizia Federale e l’altra ad un battibecco elettorale che si era creato in un crocicchio, in una zona centralissima di San Paolo. I due, ora sono stati fermati e saranno processati anche per questo. Ma una notizia dell’ultima ora dice che la deputata è già scappata negli Stati Uniti.

2 – A questo punto è pertinente la domanda: “ma come si è mosso l’altro esercito in campo?”

Beh, prima di tutto va detto che quello che ha sostenuto la campagna di Lula, non è mai stato un esercito. Non lo è stato nei fatti e non lo è neppure nella percezione che la militanza lulista ha di sé. È stata una aggregazione sociale e politica che, in parte, ha delle radici antiche, oggi in cambiamento e, in parte, ha visto sorgere nuovi soggetti, che si sono uniti in una alleanza che si è formata e riformata anche nel corso della stessa campagna presidenziale. A sostegno di Lula, questa aggregazione si è impegnata in una competizione democratica che, va detto con chiarezza, non è mai stata vissuta come una guerra. Neppure nelle ultime settimane e, ancor meno, oggi, dopo la vittoria ottenuta sul campo.

La compagine democratica ha cercato costantemente di muoversi cercando un confronto sui contenuti e rispettando i limiti imposti da una concezione etica della politica. Nell’opporre questa visione, diversa di contenuti e di metodo, in un contesto di confronto già deteriorato, si è avuta perfino la sensazione, in alcuni momenti della competizione, di un’inadeguatezza della compagine democratica di un’incapacità di sostenere il confronto, di smascherare l’avversario e, soprattutto, di raggiungere l’elettorato con messaggi incisivi. 

La candidatura di Lula, lanciata inizialmente solo dal PT, è diventata, in breve la candidatura di una coalizione di sinistra che ha unito il PT al PV (Verdi) e al PCdoB (comunisti del Brasile). Successivamente si sono stretti patti elettorali con altre federazioni di sinistra e di centro: quella formata dal PSOL (Socialismo e Libertà) e dalla Rede e quella formata da altri cinque partiti, PSB (Socialisti) SOLIDARIEDADE (partito creato da un leader della Centrale Força Sindical) e di formazioni minori, come AGIR, AVANTE e PROS.

Dopo il primo turno si è registrato il sostegno ufficiale del MDB (storico partito di Centro) e del PDT (laburismo brasiliano). Infine, nel corso della campagna, hanno manifestato il loro sostegno alla candidatura di Lula diverse personalità della scienza dell’accademia e della cultura, senza partito di riferimento, così come esponenti della politica brasiliana anche precedentemente suoi avversari, che hanno annunciato la loro adesione indipendentemente dalle posizioni assunte dai propri partiti di origine.

Perché intorno a Lula?

Perché Lula è stato considerato l’unico candidato in grado di mettere insieme un fronte ampio e perché gli è riconosciuta la perizia di tenere unito il popolo più povero, con i ceti intellettuali, i giovani e le donne portatori delle loro rispettive speranze e prerogative, con figure iconiche della democrazia brasiliana e il loro seguito (piuttosto esiguo, in termini di voti, ma importante in termini di opinione). Un fronte dove si sentissero in casa le diverse etnie locali unite alla parte progressista e più sensibile della cultura brasiliana, in una dimensione che abbraccia significativamente, e alimenta costantemente, l’intera produzione culturale del paese.

Lula, con la sua storia, con la sua lotta infaticabile, con le sue caratteristiche umane e la sua lungimiranza politica, non solo è stato individuato come il migliore interprete di tutto questo, ma è stato, contemporaneamente “caricato” di questa immensa responsabilità. Lui ha dato subito il segnale della consapevolezza del suo compito, chiarendo sin dall’inizio che avrebbe portato avanti la sua missione “nonostante tutto”: nonostante la sua età, la sua antica malattia alle corde vocali, la sua fama macchiata dalla condanna (poi cancellata) per corruzione e dai 580 giorni di prigione e affrontando con coraggio anche i rischi oggettivi per la vita sua e dei suoi cari.

Lula ha così ripreso la sua lunga camminata in mezzo al popolo brasiliano. Questa è la presenza, l’attività, la relazione che lo anima di più. Abbracciare ed essere abbracciato, stringere centinaia, miglia di mani, salire sul tetto di un camion, per parlare usando tutta la voce disponibile, per dire, ovunque, che “O Brasil tem jeito” e che “nós vamos reconstruir este país” (“il Brasile può farcela e noi ricostruiremo il nostro paese”). Così come credo che siano significative le parole che ha pronunciato anche pochi minuti dopo la proclamazione dei risultati. Dopo aver ringraziato il Signore per averlo protetto in questa difficile camminata, Lula ha dichiarato: “Ho 77 anni, ma non mi sento vecchio. È vecchio chi non ha una motivazione e una finalità nella vita. La mia motivazione è il Brasile, è il popolo brasiliano e combattere la miseria è la mia finalità. E ne potete stare certi, lo farò fino all’ultimo giorno della mia vita”.

Questo impegno per la “ricostruzione del Brasile” sembra essere il collante che ha unito questo variegato corpo sociale e che ha accompagnato e costituito il grande movimento che ha portato Lula per la terza volta alla Presidenza del suo paese. 

Questo popolo con le sue diversità ha scommesso tutto sulla democrazia. Su una democrazia che abbia cura degli ultimi, che colmi le differenze, che valorizzi le diversità, che salvaguardi l’ambiente e che restituisca al Brasile il protagonismo internazionale che gli spetta.

Questo popolo ci ha creduto, ha scommesso e ha vinto. 

UN CONFRONTO VINTO, LE QUESTIONI APERTE

Forse è presto per fare bilanci su ciò che abbiamo appena vissuto in questa parte del mondo, ma credo che vadano almeno annotati i titoli dei temi che sembrano essere emersi in tutto questo percorso. Ci proverò, anche se è da segnalare che non si sono ancora quietati tutti i tafferugli post elettorali, e ancora circolano notizie preoccupanti, nonché scellerate fakenews, che tentano ancora di mettere in discussione la validità del voto o addirittura preannunciano fantasiosi interventi delle Forze Armate. 

In controtendenza a questo, va detto che si è già costituita la commissione mista che si occuperà del passaggio dei poteri. A presiederla saranno i due vicepresidenti, quello uscente, il Generale Mourão e il vice neoeletto, Geraldo Alkmin. È un segnale di distensione e di razionalità, anche se Bolsonaro, a distanza già di una settimana, non ha ancora riconosciuto la sua sconfitta.

Ma che cosa emerge, dalle riflessioni post elettorali? La grande maggioranza della popolazione brasiliana osserva perplessa le manifestazioni di violenza che ancora occupano le cronache, ma sente che passeranno e si comincia a guardare avanti. Seguendo i dibattiti on-line e i messaggi che circolano sulle reti sociali si può dire che per i brasiliani si manifesta, ogni giorno di più, la necessità di capitalizzare intelligentemente questo grande risultato.

È stata un processo complicato che ha unito tanti democratici, ma contemporaneamente ha anche diviso, profondamente, tanti cittadini, contrapponendo colleghi, vicini di casa, parenti e amici.  Certo, può essere l’effetto del meccanismo elettorale che, nel ballottaggio finale, polarizza e contrappone, ma questa volta, qui in Brasile, si è andati oltre. Ci sono stati passaggi di questa campagna che hanno fatto temere il peggio. Ed ora c’è una forte necessità di pacificazione. 

Molti si proiettano già nell’attesa di vedere Lula vestire la fascia presidenziale, di ascoltare le sue priorità e di vederlo firmare i primi atti del nuovo governo. Tra i più si afferma la convinzione del ritorno ad una normalità, anche se sarà, prevedibilmente, ancora altamente conflittuale. Sarà un processo non facile, ma questo dipenderà anche dalla destrezza politica e sociale del governo e dell’alleanza che lo sosterrà. A Brasilia come in ogni angolo del paese.

Già, una riconciliazione che non si può fare solo a Brasilia. Ce n’è per tutti. Quando i dibattiti televisivi saranno solo un ricordo, si potrà ripensare, per riprogettare, anche e con un minimo di visione strategica, la modalità per affrontare le smargiassate del Bolsonaro di turno e cioè di chi non è minimamente interessato ad un confronto costruttivo sui contenuti, e preferisce la strada delle menzogne e della negazione dell’evidenza. Nella compagine democratica, occorrerà riflettere sull’uso delle reti sociali, ponendosi il problema di come usarle per “comunicare con gli altri” e non utilizzarle solo per ripassare notizie e convinzioni “a chi già è convinto”.

In questo ambito, le fakenews meritano un’attenzione speciale: non possono circolare libere, senza nessun limite e controllo di legge. Questo facilita gli spregiudicati e i violenti. Disinformano e abbassano irrimediabilmente il dibattito politico. Un intervento su questo tema appare come una priorità democratica, una discriminante che può impegnare in modo riconoscibile tutti i sinceri democratici, indipendentemente dal partito di appartenenza.

Bisognerà ripensare a quale può essere, anche in una campagna presidenziale, il ruolo delle forze sociali, delle associazioni, delle varie istanze della società civile, che non possono sospendere, mai, il proprio ruolo e la loro funzione di stimolo verso la politica. Non si delega a nessuno la rappresentanza e l’organizzazione degli interessi, di cui si è autonomamente portatori. La rappresentanza sociale ha la funzione, insostituibile, di corroborare il confronto politico.

Altro tema su cui interrogarsi sarà quello di trovare come collegare le istanze delle manifestazioni di piazza con l’iniziativa istituzionale. Occorre evitare, per il futuro, che due protagonisti essenziali dell’azione e della dialettica democratica investano e si spendano per obiettivi sostanzialmente convergenti, ma ciascuno senza la preoccupazione di creare collegamenti anche minimi, di dialogo, di azione e di convergenza necessari.

In conclusione, i Brasiliani, da questa esperienza possono aver imparato una lezione importante: non ci si può permettere di perdere la democrazia. Non si trova tutti i giorni un “restauratore” del livello di Lula. La democrazia, anche la meno funzionante, va quindi “curata con affetto”, per farla crescere, con gli strumenti che il sistema democratico stesso ci mette a disposizione.

La vera discriminante è tra un sistema che permette le sue modifiche e regimi autoritari più o meno mascherati, che le negano. 

In questa fase storica, l’uso dell’informazione è equivalente, se non addirittura più potente della legittimazione che deriva dal voto. L’informazione ha bisogno di essere libera, certo, ma non può giocare con la sprovvedutezza dei cittadini. Occorre rinvigorire il gusto per l’informazione plurale e verificabile. Anche questo è un investimento democratico irrinunciabile.

L’informazione, è sempre più uno strumento essenziale, anche, per organizzare la partecipazione, la mobilitazione e le lotte dei cittadini. La mobilitazione e la lotta e ogni forma di partecipazione, fanno crescere, in chi le pratica, la fiducia in sé stessi e nelle proprie potenzialità, crea nuove leadership e forma i giovani (di cuore di mente e anche di età). 

Buon lavoro Brasile!

*F. P. ex dirigente della Cisl Marche e dell’INAS Brasile – autore del libro “Democracia Necessária” edito nel 2021 in Brasile

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