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I paradossi del mercato del lavoro e i riflessi sulle retribuzioni

Per il terzo anno consecutivo cresce l’occupazione: nel quarto trimestre 2023 gli occupati aumentano del 2,3% rispetto ad un anno fa, mentre calano i disoccupati e prosegue da metà 2021 la riduzione degli inattivi (-3,9% nell’ultimo anno). A crescere è l’occupazione “buona”, quella a tempo indeterminato, con quasi 500.000 posti fissi in più in un anno e il calo di quelli a termine. Finalmente è in ripresa anche il lavoro autonomo, dopo le difficoltà post covid. E cresce l’occupazione femminile, raggiungendo il tasso di occupazione più alto di sempre, il 53,4%.

Sono dati senz’altro positivi, ma occorre sottolineare che il punto di partenza è assai basso, a causa delle note criticità del mercato del lavoro italiano: divario territoriale, primato negativo di Neet, fortissimo divario di genere, che, nonostante i miglioramenti di questi tre anni, restano elevatissimi.

Siamo in una fase complessa, non priva di paradossi. Innanzitutto l’occupazione sta crescendo più del Pil. La spiegazione di ciò non è univoca, probabilmente coesistono diverse concause. Il Pil è cresciuto solo dello 0,9%, ma a trainare la crescita occupazionale concorrono i settori ad alta intensità di manodopera come i servizi e l’edilizia, per la quale peraltro si trascina l’effetto bonus, alcuni ambiti del manifatturiero che nell’ultimo anno hanno beneficiato del calo dei prezzi dell’energia, gli investimenti del PNRR. Fattore non secondario è inoltre lo skill shortage, con la conseguente corsa delle imprese ad accaparrarsi i lavoratori necessari: in particolare diverse aziende, anche in un contesto di ciclo economico debole, hanno preferito mantenere i livelli occupazionali, per timore di non riuscire a trovare in seguito la manodopera necessaria rischiando di trovarsi impreparate in una successiva fase di maggiore crescita economica (labour hoarding). 

Quest’ultimo punto ci porta all’altro grande paradosso: sottoccupazione e inattività, soprattutto femminile e giovanile – per le quali purtroppo vantiamo il primato negativo a livello europeo – convivono con le difficoltà delle aziende a trovare il personale necessario. Complice la demografia avversa ma anche l’inadeguatezza del nostro sistema scolastico e formativo nonché di quello delle politiche del lavoro, sta emergendo con forza una carenza di competenze, che in questa fase gioca a favore spingendo le aziende ad assumere con contratti stabili e anche favorendo i rinnovi contrattuali, ma che potrebbe diventare a breve un freno alla crescita economica, da anni già piuttosto bassa. 

Inoltre, se non affrontato per tempo, lo skill shortage rischia di alimentare un bacino di lavoratori disoccupati o sottopagati a causa delle competenze inadeguate. È necessario iniziare a sciogliere la contraddizione della compresenza di aziende che non trovano le competenze ricercate con larghe fasce di inattività di donne e giovani, spesso inseriti in famiglie in difficoltà economica, anche perché monoreddito.

Contemporaneamente, ci troviamo di fronte a un’altra antinomia: mentre le aziende più produttive e innovative soffrono la carenza di personale, altre aziende, spesso nei settori esposti al lavoro in orari disagiati e nel weekend e alla stagionalità, non offrono adeguate condizioni di lavoro e retributive, motivo per cui le donne non sono sufficientemente incentivate ad entrare nel mercato del lavoro ed i giovani spesso rifiutano il lavoro o si dimettono, in cerca di condizioni migliori, condizioni alle quali, però, non sempre possono aspirare concretamente, perché non in possesso delle competenze richieste, in un circolo vizioso da cui non è semplice uscire. 

Occorrono interventi significativi e mirati per non esaurire la spinta positiva del lavoro in questa fase: accelerare sulle riforme del sistema scolastico, far ripartire il processo di potenziamento dei servizi per l’impiego ed accelerare  sulla riforma dell’orientamento, per concentrare percorsi di politiche attive su donne e giovani e per indirizzare ragazzi e, soprattutto, ragazze verso i titoli di studio richiesti dal mercato;  sostituire gli incentivi all’occupazione a pioggia con incentivi mirati per quelle platee ancora relegate all’inattività, in particolare premiando le aziende che introducano con accordo sindacale misure di conciliazione/condivisione equamente utilizzate da lavoratori e lavoratrici; investire sui servizi per consentire alle donne di lavorare, servizi che non si esauriscono negli asili nido, fortemente insufficienti, ma anche tempo pieno a scuola, centri estivi, accelerazione della legge sulla non autosufficienza.

Ma tutto ciò rischia di non essere sufficiente. Infatti è inevitabile una riflessione sulla crescita economica: un Pil che cresce poco, molto meno degli occupati e delle ore lavorate, suggerisce che ad aumentare è soprattutto il lavoro a più bassa produttività, e sappiamo bene quanto ciò influisca anche sulle retribuzioni. È vero, pertanto, che più persone trovano lavoro, anche più stabile, ma a fronte di lavori meno produttivi e retribuzioni basse. In queste condizioni l’andamento positivo dell’occupazione non potrà durare all’infinito.

 Occorre pertanto agire subito con misure di sostegno alla crescita per non rischiare che, una volta esaurite le spinte del rimbalzo post-covid, dei bonus e del Pnrr, il Pil e la produttività si attestino su un andamento troppo lento.

*da CISL Dipartimento Mercato del Lavoro, Report Lavoro n.0, 21/03/2024 

Il testo completo del Report

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