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Poveri Salari! Ridurre le diseguaglianze!!

Il salario netto mensile medio di un lavoratore Italiano nel 2023 è’ stato pari a 1.600 euro. L’ultimo rapporto Istat, presentato a metà’ dell’anno scorso, indicava in 27.000 mila euro la retribuzione lorda annua, che a fronte di un’inflazione cumulata nel biennio pari al 15% è cresciuta del 6,5% con una perdita secca di oltre 8 punti.

Il salario lordo annuo si attesta dunque a 29.000 euro, e non ai 31.100, come avrebbe dovuto, qualora avesse recuperato tutto l’incremento dei prezzi. Il mancato recupero dell’inflazione reale nel biennio 2022-23 pesa in termini cumulativi circa 3.800 euro. 

Per un nucleo familiare monoreddito, con un mutuo variabile, la rata mensile, quasi raddoppiata in relazione alla crescita dei tassi d’interesse, ha comportato una perdita cumulata tra mancato recupero del potere d’acquisto e costo del mutuo di circa 6.000 euro.

I crudi numeri di cui sopra conferma che si è poveri, lavorando. Questa è la triste realtà. L’ultimo rapporto Oxfam, ci segnala che negli ultimi 10 anni, i 5 Miliardari più ricchi al mondo hanno raddoppiato le loro ricchezze. In Italia il 10% delle famiglie più ricche ha visto crescere le proprie ricchezze anche in questo’ ultimo biennio. Gli extra profitti di questi ultimi anni tra imprese energetiche, farmaceutiche e bancarie sono stati stratosferici. Nelle sole banche, ci sono stati oltre 24 miliardi di profitti aggiuntivi, grazie ai tassi d’interesse. Il Governo Draghi quanto meno, aveva provato a recuperare 12 miliardi da extraprofitti, non riuscendoci. Il Governo Meloni ha sbandierato: “colpiremo gli extra profitti delle Banche”, salvo poi consentire alle stesse di ricapitalizzare ì patrimoni senza versare un solo euro nelle casse dello Stato.

L’OCSE aveva già segnalato, come, misurando le dinamiche salariali negli ultimi 30 anni (1990-2021), l’Italia fosse l’unico Paese ad evidenziare una dinamica negativa del -2,9% rispetto al + 33% della Germania e al + 30% della Francia. Questi dati, tradotti in salario reale, ci dicono che mentre i salari tedeschi e Francesi crescono rispettivamente di 15.000 e 12.000 euro, i nostri sono calati a parità di potere d’acquisto di circa 1000 euro.

Insomma il salario reale di oggi vale meno di 30 anni fa. Il salario netto ha trovato un leggero ma insufficiente sollievo, con la riduzione del cuneo contributivo e la riforma Irpef con le tre aliquote, ma del tutto insufficiente. Mediamente è stato tra i 50 e i 90 euro mensili, per i redditi da lavoro sotto i 35.000 euro, ottenuti con gli sgravi contributivi varati prima dal Governo Draghi e poi incrementati dal Governo Meloni. 

Questi ultimi, vale ricordare, che   non sono strutturali, non si sa se saranno riconfermati nel 2025 poiché servirebbero 14 miliardi che allo stato delle cose non ci sono e comunque non sono in grado di coprire l’impatto inflattivo che a novembre 2022 aveva raggiunto il picco del 10,4%. Certo l’inflazione prevista nel 2024 è in calo e si attesterà probabilmente al 2%, ma quel che si è perso nel biennio precedente resta perso per sempre.

Per dare il quadro completo, bisogna sempre ricordare, che circa 6 milioni di lavoratrici/ori non arrivano ai 12.000 euro l’anno, circa 1000 euro mese pari a 800 euro netti mensili. Questo ultimo dato segnala non solo la crescita abnorme del part time involontario, in percentuali più che doppie rispetto ad altri paesi europei, ma vede lì collocati gran parte dei circa 4 milioni di lavoratrici/ori con minimi contrattuali al di sotto dei 9 euro L’ora.

Aver affossato, da parte del Governo, la proposta di legge delle opposizioni di centrosinistra del Salario minimo per legge mai al di sotto dei 9 euro orari, è’ stato uno schiaffo immotivato a tutti coloro che per vivere hanno bisogno di lavorare.

Eppure, sempre l’Ocse, segnala con il titolo del Messaggero del 18 aprile “OCSE: Occupati Record in Italia” e che, come ricordava anche Affari e Finanza di qualche giorno fa, con 600 mila nuovi occupati nel 2023 vediamo il “grande ritorno del posto fisso”.

Leggendo questi titoli ho pensato al film di Checco Zalone. La realtà invece ci dice che pur avendo raggiunto i 23,7 milioni di occupati, la precarietà e l’incertezza per il futuro per le nuove generazioni non è’ venuta meno in quanto:

– la crescita occupazionale è fatta di lavoro povero con bassi salari;

– i contratti a termine sono vicini ai 3 milioni e i part involontari sono cresciuti;

– continua ad esserci un differenziale di 10 punti nel tasso di occupazione rispetto ai principali paesi Europei;

– la disoccupazione giovanile non scende mai sotto il 20%;

– donne e giovani sono i più penalizzati tra precarietà, bassi salari e diseguaglianze crescenti

Inoltre, è’ utile ricordare ai fini della chiarezza che circa 3 milioni tra lavoratrici e lavoratori operano nel lavoro sommerso, in nero, non tutelati e senza il rispetto dei Contratti di Lavoro. Il che accompagna l’altro dato che ci vede maglia nera in Europa con gli oltre 90 Miliardi di Evasione Fiscale.

Le analisi dei diversi centri studi confermano non solo la necessità del salario minimo per legge per rispondere al lavoro povero, ma danno ancora più valore e ruolo da protagonista nel tutelare il salario e i diritti al Contratto nazionale e alla contrattazione.

Qui vorrei solo ricordare che il Contratto Nazionale continua a rappresentare lo strumento principale per la tutela del salario reale. Infatti, nell’analisi di lungo periodo i Contratti nazionali, se rinnovati nei tempi giusti, hanno tutelato il salario reale, mentre l’alta pressione del fisco e la bassa produttività derivata da bassi investimenti hanno impedito la loro crescita. 

Ricordiamo sempre che, in una economia sana, i salari dovrebbero crescere in linea con l’inflazione reale e con la produttività redistribuita al lavoro. Per questo ho sempre sostenuto, e, non ho cambiato idea, che la sfida per la crescita della produttività compete anche al movimento sindacale a partire dal rilancio degli investimenti, del Pnrr e del Progetto paese necessario per stare al passo con i grandi cambiamenti tecnologici a partire dall’Intelligenza artificiale. 

Certo, in questi anni è’ cresciuto molto lo Smart Working, ma l’orario medio italiano è’ pari a 1.760 ore annue; quello tedesco non supera le 1.400 ore annue eppure i loro salari sono cresciuti e i nostri sono rimasti fermi.

A proposito di Contratti nazionali, è’ utile ricordare che nel 1995 i Ccnl depositati al CNEL erano 198. Oggi sono 970. Eppure i 220 Ccnl sottoscritti dalle Confederazioni maggiormente rappresentative, Cgil Cisl e Uil coprono 12,4 milioni tra lavoratori/ci. I restanti 750 Contratti non arrivano a coprire 380 mila persone. 

E questo ci porta a parlare dei Contratti Pirata. Nel 1998 mi toccò, da Segretario generale dei Tessili Cgil, fare i conti con il primo Contratto Pirata firmato da conto terziasti di Chieti e un sindacato giallo al servizio di quelle imprese e non certo delle lavoratrici. Era il tempo del Governo Prodi, Ministro del lavoro Bassolino. A distanza di 26 anni penso risulti chiaro che se ci fosse stata una giusta legge sulla rappresentanza e rappresentatività dei Sindacati e delle Imprese, i Contratti Pirata non sarebbe neanche nati. Oggi vanno superati. Come? Varando la legge sulla Rappresentanza.

Qualche mese fa il Governatore di Banca d’Italia Panetta, affermò la necessità di aumentare i salari rinnovando i Contratti, poiché non si sarebbe prodotta nessuna spirale inflazionistica. Alcuni Contratti importanti sono stati rinnovati negli ultimi 12 mesi. Penso ai Bancari con 435 euro di aumento salariale, agli Alimentaristi con 280 euro è ancora al contratto dell’energia o degli assicurativi. Tutti sopra i 200 euro di aumento mensile lordo. Finalmente, dopo 5 anni, anche il Contratto nazionale del Commercio a marzo di quest’anno anno è’ stato rinnovato. Ma non con Federdistribuzione, la quale ha irrigidito le proprie posizioni al punto da rendere impraticabile il rinnovo, costringendo la categoria a ulteriori mobilitazioni.

Sono state presentate altre piattaforme per i rinnovi, a partire da quella dei metalmeccanici con la richiesta di 280 euro di incremento per il triennio ma la risposta negativa di Federmeccanica, almeno da quanto apparso sulla stampa, non si è fatta attendere. I Contratti pubblici sono tutti da rinnovare e le risorse messe in campo dal Governo sono assolutamente insufficienti. Nei fatti, tra pubblici e privati, parliamo di oltre 9 milioni di persone che lavorano in attesa di rinnovo dei loro Contratti.

I numeri ci ricordano cosa può significare per una lavoratrice è un lavoratore aver difficoltà ad arrivare alla fine del mese, ma ci parlano anche di un paese nel quale se non si dà un futuro, se non si dà una speranza a quel padre di famiglia, a quel giovane uscito dall’Università, a quella ragazza ingegnera che ha rifiutato il posto di lavoro a 700 euro al mese.

È’ il Paese stesso che rischia di non avere futuro. Per questo è necessario riflettere sia sulla necessità che i Contratti nazionali andrebbero rinnovati sulla base dell’inflazione reale superando l’Ipca depurata dal costo dell’energia, sia che gli aumenti salariali fossero detassati, incentivando il rinnovo entro 12 mesi dalla scadenza.

Vedere che passano tra i 36 – 60 mesi, in alcuni casi, prima di veder rinnovato un Contratto non è più accettabile. La Ministra del Lavoro e il Governo dovrebbero essere chiamati in causa per sbloccare tutti i Contratti bloccati per troppo e lungo tempo.

Certo in tutto questo non va assolutamente trascurato il differenziale di produttività creatosi con Germania e Francia che ha visto negli ultimi 20 anni una forbice di 30 punti rispetto agli zero virgola del nostro paese.

Così come non andrebbe trascurato non solo l’ingiusto peso delle tasse solo su chi lavora o è in pensione ma anche il fatto che in questi 20 anni i salari dei Contratti dell’industria sono comunque cresciuti più dell’inflazione, mentre i pubblici sono rimasti praticamente fermi e i servizi privati dove si annida bassa produttività e basso valore aggiunto si sono consolidati anche i bassi salari. 

Per l’insieme di queste ragioni, dalla sicurezza sul lavoro, al contrasto alla precarietà a salari netti più alti, sia rinnovando i Contratti che realizzando la riforma fiscale proposta dai sindacati è partita la mobilitazione dei lavoratori/ci nei mesi passati culminata nello Sciopero dell’11 aprile e poi nella Manifestazione nazionale a Roma di sabato 20 aprile promossi da Cgil e Uil.

La Cgil è anche impegnata nella raccolta di firme per lo svolgimento di Referendum abrogativi finalizzati a contrastare la precarietà e l’insicurezza sul lavoro:

  • ripristino nei fatti dell’art 18, con il diritto alla reintegra nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo, 
  • superamento dell’eccessiva liberalizzazione dei contratti a termine  
  • responsabilità piena del committente in caso di appalto e subappalto.

Sono percorsi di mobilitazione importanti inseriti in un programma teso a durare nel tempo. Purtroppo, pur essendoci alle spalle una piattaforma unitaria dei sindacati nei confronti del Governo, la mobilitazione non riesce ad essere unitaria. Anche lo sciopero dell’11 aprile, centrato sulla sicurezza sul lavoro, dopo la tragedia di Suviana, è stato promosso da Cgil e Uil. La Cisl si è limitata ad uno sciopero di 4 ore nel solo gruppo Enel. Continuo a pensare che l’Unità Sindacale è un valore aggiunto che va conquistato sconfiggendo, con una battaglia delle idee aperta e chiara, le posizioni sbagliate. Forse era eccessiva la forza della parola chiave degli anni 70 “Uniti si vince” ma di sicuro la divisione sindacale rende più debole il mondo del lavoro e più forte il governo e le imprese. È’ L’ ABC del fare Sindacato, era valido ieri e lo è ancora di più oggi.

La verità è’ che bisognerebbe avere il coraggio di riprendere in mano il Protocollo Ciampi del Luglio del 93 che come diceva sempre Gino Giugni rappresentava la vera carta Costituzionale delle relazioni sindacali. Sì, tutti gli accordi dal patto di Natale del 99 all’accordo senza la Cgil del 2009 (è lì che viene introdotta l’Ipca depurata dall’energia, motivo per il quale la Cgil non firmò e avevamo ragione) ivi compreso il Patto per la fabbrica del 2018 andrebbero oggi riattualizzati con un nuovo Patto Sociale. 

Servirebbe una grande vertenza salariale, guidata unitariamente dalle confederazioni. Peccato, che alla Destra al Governo le viene l’orticaria al solo sentir parlare di concertazione con le parti sociali e che il Sindacato Confederale, pur essendo in campo con percorsi di mobilitazione importanti decisi da Cgil e Uil ma non dalla Cisl, non riesca a ricostruire quella Unità sindacale indispensabile per costruire un nuovo compromesso sociale capace di far tesoro dei pregi e anche dei limiti del patto del 1993.

*Già Segretario Nazionale Cgil

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