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I sindacati oggi: culture divise e mestiere incerto

Sono tempi difficili per i sindacati, in Italia, in Europa, in giro per il mondo. La travolgente crisi economico-finanziaria che si è scatenata negli ultimi mesi del 2008, nel mentre ha scosso molte certezze di quel “pensiero unico” (di impronta più o meno individualista e neo-liberale) che nel corso dell’ultimo quarto di secolo aveva vaticinato la progressiva inutilità dei sindacati se non la loro scomparsa, ha  svelato ancora di più le debolezze e le inadeguatezze della rappresentanza e della azione sindacali nel muoversi nei nuovi contesti dei mercati globali e delle identità perdute. L’avvento della crisi forse ha arrestato i giudizi sulla “inutilità” dei sindacati, ma ha potenziato quelli  sulla loro presunta “incapacità” di azione. Si susseguono le immagini del declino, più o meno inarrestabile, accompagnato dal dissolversi delle identità sociali. Uno dei più autorevoli studiosi del movimento sindacale ha usato una immagine in parte diversa dal declino, quella dell’accerchiamento (1), che non prefigura la scomparsa ma certo delinea non poche difficoltà per l’azione sindacale, destinata a perdere di rilievo e di significato.  Nell’insieme si respira un’aria non favorevole e non simpatetica per il sindacato. Un’aria critica, talvolta ostile o anti-sindacale. Proprio da queste critiche si partirà in queste note dedicate ai sindacati italiani, come soggetti e come attori (più o meno divisi) delle relazioni industriali, e alle loro posizioni nel corso degli ultimi mesi.

 

1.Molte accuse, alcune immotivate

 

     Le critiche ai  sindacati spesso si trasformano in accuse che ad aggravano l’atmosfera di scarsa simpatia che li circonda.  Alcune di queste critiche (o accuse) sono comprensibili e giustificabili anche da chi apprezza, e comprende, non solo la natura dei sindacati ma anche il ruolo storico da essi svolto  nella costruzione delle società pluraliste e degli assetti politici  liberal-democratici. Altre, fondate o meno che siano, svelano una incomprensione di questa natura e di questo ruolo, e come tali tendono a proporre non tanto una correzione o un adeguamento dei sindacati e del loro ruolo quanto, più semplicemente, la loro scomparsa o un loro drastico ridimensionamento. Conviene ricordare innanzitutto queste critiche, che vengono da lontano ma che sono riproposte periodicamente, quando il contesto politico, economico, sociale sembra alimentarle con rinnovato vigore. Proprio per la loro origine lontana si prestano ad essere controbattute con richiami a grandi autori dei passati decenni. In questi tempi di  fallimenti (2) clamorosi del mercato e della sua logica di regolazione, si rivestono di involontaria  ironia, ma questo non sembra trattenere o modificare i giudizi degli osservatori o dei commentatori.

     Una prima critica, forse la più diffusa e ricorrente, si traduce in una accusa di conservatorismo, secondo la quale i sindacati sarebbero in modo irrimediabile portati a perseguire scelte di conservazione, di protezione, di difesa di situazioni talvolta indifendibili.  Non è una accusa nuova; verso di essa il modo migliore per reagire, da parte di chi conosce il significato e il ruolo della azione sindacale, è quello di accettarla, richiamando il pensiero di uno dei grandi teorici del sindacato, Frank Tannenbaum che nell’incipit del suo famoso libro del 1951 affermava: “il sindacalismo è il movimento conservatore del nostro tempo” (3). La rappresentanza e la tutela del lavoro richiedono sempre dei tratti difensivi, di conservazione. Chi non accetta questo semplicemente non accetta il ruolo dei sindacati. Di certo i sindacati, nella nostra epoca, non possono essere solo questo, e sono costretti a misurarsi con l’innovazione e la disponibilità al cambiamento,  tuttavia poco capiremmo della loro natura profonda se non accettassimo, non solo in modo paradossale, la sfida di questa accusa.

     La seconda critica, connessa alla precedente, è formulata come  accusa di inefficienza, rammentando i numerosi ostacoli   frapposti dai sindacati alla mobilità del lavoro, alla flessibilità dei salari e del lavoro, ecc. Anche in questo caso è possibile rispondere con le parole di un altro grande autore, Karl Polanyi, ritornato alla memoria di molti proprio in questi tempi di crisi economica universale, tempi che richiamano per molti tratti quella certo più drammatica degli anni trenta del secolo passato. Sono le parole che ritroviamo in La grande trasformazione, il famoso libro apparso nel 1944, che sulla base di una ispirazione morale con venature di socialismo umanitario, cristiano, riflette sulle soluzioni adottate per fare rinascere la convivenza sociale dalle macerie della grande crisi. A questo tipo di accuse Polanyi replicava come fosse proprio scopo della azione sindacale: “quello di interferire sulle leggi dell’offerta e della domanda relativamente al lavoro umano e di togliere quest’ultimo dall’orbita del mercato” (4). Anche in questo caso chi formula l’accusa di fatto nega il ruolo della azione sindacale, che deve certo imparare a convivere con il mercato, ma in competizione con molti dei suoi criteri di regolazione.

     Una terza  critica, avanzata in svariati contesti nazionali, ma che ha mostrato una vitalità inusitata nel caso italiano, riguarda la disponibilità dei sindacati ad utilizzare in modo distorto, al puro fine di preservare e di potenziare le proprie prerogative, le opportunità e le risorse (uomini, servizi, concessioni, ecc.) che i sistemi politici, in forme varie, mettono a loro disposizione. Potremmo definirla come accusa di opportunismo. Anche questa è una accusa ricorrente che colpisce i sindacati, almeno da quando i governi liberali e poi in modo più esplicito quelli liberal-democratici hanno ammesso la rappresentanza sindacale, in certi casi promuovendone l’azione. Chi la formula non tiene conto che se di opportunismo si tratta, esso è attuato per contrapporsi ad un altro opportunismo, ben più diffuso e devastante, quello di quanti (i cosiddetti free riders) sono interessati ad usufruire dei vantaggi e della tutela dell’azione sindacale, senza pagarne i relativi costi (5). E’ difficile che si raggiungano e si mantengano alti tassi di sindacalizzazione senza queste opportunità e protezioni. Solo con la gestione sindacale dei sussidi di disoccupazione, ad esempio, è spiegabile l’elevata sindacalizzazione dei paesi scandinavi. In Italia le distorsioni non sono mancate, e non mancano, come nel numero troppo elevato di “distacchi sindacali” nella pubblica amministrazione, ma le accuse recenti, più o meno strumentali rispetto a campagne più ampie e fondate come quelle nei confronti della c.d. casta politica, non mi sembra tengano molto in conto queste ragioni, connesse alla natura dei sindacati.

         Altre critiche sono invece avanzate anche da chi non nutre necessariamente intenti di ridimensionamento o di esclusione nei confronti dei sindacati. Su queste critiche i rappresentanti sindacali sono chiamati a riflettere con maggiore attenzione. Una critica, piuttosto  diffusa, si traduce in una accusa di discriminazione. Il termine è aspro, forse eccessivo, anche perché presuppone una intenzionalità che non è provata. Seconda tale accusa l’azione sindacale sarebbe rivolta a proteggere solo i lavoratori insiders, abbandonando nei fatti la difesa dei lavoratori più lontani dal centro della rappresentanza (come gli atipici). Le vicende italiane ne sono un esempio chiaro, se si comparano le condizioni di protezione messe in atto per i lavoratori delle grandi imprese (Alitalia in testa) con le attese non esaudite che durano da più di un decennio per l’ottenimento di un sistema allargato di protezione da applicare a tutte le condizioni di lavoro. Un’altra critica, forse la più adesiva alla natura e alla storia dei movimenti sindacali, può essere espressa sotto la forma di una accusa di inaridimento della offerta di rappresentanza. Il termine metaforico rende bene l’attenuarsi se non la scomparsa di quel qualcosa di più (socialità, mutualità, solidarietà,ecc.) che in tempi passati veniva offerto assieme alla rappresentanza degli interessi. Certo oggi Simone Weil  farebbe fatica a ritrovare quell’altra cosa che i sindacati fornivano assieme alla difesa degli interessi (6). Gli sforzi in direzione di tale riscoperta non mancano anche nelle esperienze sindacali dei nostri giorni e animano (specie negli Stati Uniti) alcuni programmi di ricostruzione o di rivitalizzazione dell’offerta sindacale. Nell’esperienza italiana, va detto, mi sembra non abbondino gli sforzi in tale direzione.

     Sono queste le critiche che segnano di questi tempi il cammino dei sindacati, nei loro compiti di rappresentanza e di azione. Sarà opportuno tenerle presenti, anche per evitare malintesi, e troppe incomprensioni. Sono le critiche e le accuse che, ad esempio, impediscono di apprezzare il ruolo che i sindacati, nei sistemi avanzati di relazioni industriali, continuano a svolgere nell’assicurare un tessuto di riferimento, partecipato e capillare, al funzionamento delle democrazie pluraliste, in quel declino generalizzato della partecipazione politica che ha condotto alcuni a parlare di post-democrazia (7). In fondo sono proprio i sindacati, con tutti i loro limiti, a permettere la partecipazione concreta in quello che resta del “modello sociale europeo”. Nel prosieguo di queste note, i riferimenti saranno concentrati sul caso italiano, anche se la attenzione non potrà essere del tutto distolta dall’esperienza europea. La considerazione sarà soprattutto sui sindacati come attori, delle relazioni industriali e dei rapporti con il sistema politico. Da questo punto di vista sarà necessario dare uno sguardo anche ai caratteri (mutati o meno) degli attori imprenditoriali, troppo spesso trascurati o lasciati sullo sfondo dagli osservatori più o meno benevoli delle vicende sindacali.

 

 

2. Gli attori: i sindacati e gli altri

 

            Gli attori collettivi sono un elemento non rinunciabile delle relazioni industriali, come logica e come pratica di regolazione (8). I sindacati e le altre associazioni di rappresentanza degli interessi rappresentano soprattutto per l’azione, e lo fanno in forma collettiva. Non è poi così scontato il ricordarlo, visto che molte delle critiche di cui abbiamo appena parlato troppo spesso se ne dimenticano. E’ possibile pensare alla politica, alle relazioni che intercorrono in un sistema politico, anche senza la presenza di partiti organizzati. Qualche osservatore, specie in riferimento ai recenti sviluppi del caso italiano, ha addirittura proposto delle categorie descrittive e interpretative della politica che sono quanto di più lontano si possa immaginare dalle relaziono fra attori collettivi organizzati, ad esempio quelle che si rifanno al linguaggio dei mezzi di comunicazione, al format televisivo, ad esempio (9). Ma per l’arena delle relazioni industriali questo non è possibile, senza gli attori l’arena semplicemente non esisterebbe, trasfigurata verso il mercato, o riportata verso la regolazione tradizionale, o assoggettata al dominio della legge (ma di quella hard , non di quella soft, che sempre degli attori ha bisogno).

          Certo  la natura degli attori che rappresentano le due parti dei rapporti di lavoro non è omogenea. Le associazioni sindacali sono  molto più vulnerabili dall’opportunismo dei free-riders, ovvero di quelli che pretendono di ottenere i vantaggi della azione collettiva senza pagarne i costi. Inoltre per il lavoratore singolo non è immaginabile un suo ruolo concreto, diretto, nelle relazioni industriali. Diverso è quanto accade per le imprese, che possono misurarsi con i sindacati, anche senza la mediazione degli attori collettivi, o con una mediazione solo formale, come accade nella contrattazione decentrata almeno per le imprese di medie o grandi dimensioni. Ma in fondo la stessa impresa singola, può essere vista per molti aspetti come un attore collettivo, specie se si sottolinea come i suoi obiettivi si rivelino frutto della competizione fra i diversi comparti organizzativi e istituzionali, stockholders o stakeholders che siano. Va detto tuttavia che la pienezza del metodo delle relazioni industriali la si ritrova solo quando le relazioni (soprattutto negoziali) avvengono fra attori (e soggetti) collettivi in senso proprio, dotati di strutture organizzative di rilievo, a loro volta sedi di processi negoziali interni. Il carattere collettivo si costituisce dunque come elemento essenziale delle relazioni industriali. Dopo la diffusione delle politiche neo-liberali, con le connesse ventate individualiste, è importante ricordarlo. Le accuse di inefficienza proprio di questo carattere si dimenticano.

          Gli attori collettivi inoltre sono associazioni di rappresentanza, e anche questo carattere non andrebbe dimenticato. O, detto in altri termini, la rappresentanza nelle relazioni industriali è esercitata attraverso soggetti collettivi. I meccanismi della rappresentanza possono funzionare più o meno bene, essere più o meno “democratici”,  ma sono essi a fornire alcune delle risorse più importanti per la logica delle relazioni industriali, dalle possibilità di mediazione fra i diversi interessi rappresentati, al dovere di legittimare le scelte effettuate con il ricorso a criteri di equità. Sono risorse che la semplice regolazione attraverso il mercato non possiede e non attiva. Va notato che il carattere della rappresentanza, e il requisito della rappresentatività, vengono spesso ricordati per i sindacati, quasi mai per le associazioni imprenditoriali. Molti sondaggi (10) vengono effettuati sul chi, sul cosa, sul come rappresentano i sindacati con riferimento alle confederazioni, raro incontrarsi in un sondaggio che sottopone a simili giudizi di opinione organismi, scelte, politiche della Confindustria.

          Lo Stato, lo sappiamo bene, non è mai del tutto neutrale dalle vicende degli attori delle relazioni industriali: si muove con ruoli diretti come attore nelle relazioni in cui compare come datore di lavoro o quando si muove entro relazioni trilaterali, assume ruoli indiretti quando con le sue politiche promuove o scoraggia l’utilizzo del metodo delle relazioni industriali, con le connesse attribuzioni e prerogative degli attori.  Questi ruoli indiretti sono di importanza decisiva, anche se sono anch’essi sottovalutati da parte di molti osservatori. Da questo punto di vista non esistono mai nella pratica modelli del tutto “volontaristi” di relazioni industriali. 

      I governi possono promuovere o escludere le relazioni industriali, favorendo o limitando il ruolo degli attori, dei sindacati soprattutto. Possono inoltre contribuire a definire, o a correggere, le scelte degli attori. Saranno le politiche dei governi a far sì che i sindacati non si rinchiudano in comportamenti conservatori, magari con scelte inefficienti dal punto di vista economico. In generale sono i governi di sinistra, o di centro-sinistra, a rivelarsi maggiormente disposti a promuovere le relazioni industriali e le attribuzioni degli attori, talvolta adottando con strumenti più o meno soft politiche correttive delle scelte degli attori, favorendone il ruolo innovatore. Saranno i governi di destra, o di centro-destra, ad adottare politiche di esclusione, o a procedere con rigidi interventi correttivi. Saranno i governi con maggioranze parlamentari deboli, o con forti caratteri “tecnici”, a ricorrere con maggiore determinazione alle potenzialità delle relazioni industriali e alla collaborazione degli attori collettivi. Le vicende italiane dell’ultimo quindicennio mostrano bene questi ruoli della politica e questi atteggiamenti dei governi: dall’accordo fondamentale del luglio 1993 (con governo tecnico di centro-sinistra), decisivo per l’ingresso dell’Italia nel sistema della moneta unica all’altro patto di luglio, quello del 2007 (governo di centro-sinistra con debole maggioranza), per passare ai numerosi segnali di labour exclusion dei governi di centro-destranel 2001-2006 , poi riproposti in questi mesi del 2008, dopo le elezioni di aprile.

 

 

3. Le culture degli attori, e le identità perdute

        

     Sono, quelle appena formulate sulle accuse ai sindacati e sulla natura degli attori, delle premesse necessarie per cogliere, al di là delle polemiche giornalistiche, ragioni e caratteri del comportamento degli attori stessi nelle relazioni industriali e nei rapporti con il sistema politico. Ad un primo sguardo, se ci si riferisce all’ultimo biennio dell’esperienza italiana, si coglie innanzitutto una crescita della rivalità, se non della rissosità (11), fra i sindacati confederali e un aumento nei fatti, anche se non tanto nella forma, della esposizione di tutti gli attori nei confronti della politica. Per quanto attiene ai sindacati l’interpretazione più diffusa (e in fondo riproposta anche nel recente già citato libro di Baglioni) è costruita sull’approfondirsi di una divisione fra quelli (la Cisl e la Uil) che, pur nelle difficoltà della crisi economica, continuano a ricercare delle soluzioni nella arena delle relazioni industriali, sia pure con il supporto dei governi, e quanti (la Cgil e molte federazioni affiliate) continuano ad attribuire un sovraccarico politico alle scelte sindacali, un sovraccarico che renderebbe non apprezzabili, o non perseguibili, gli obiettivi di carattere negoziale. Ne seguirebbe, come corollario, che i primi sarebbero disposti alle “riforme” o alle “innovazioni”, sfuggendo in parte alle accuse di cui sopra, i secondi si ritroverebbero irrimediabilmente trascinati verso la conservazione, nell’attesa di meno avversi tempi politici. 

      E’ questa, tuttavia, una interpretazione che non convince appieno, anche se sembra render conto delle dinamiche e delle apparenze più vistose e più immediate. Non convince perché sottostanti agli atteggiamenti nei confronti della politica, scopriamo l’operare di culture sindacali che non si ricompongono e che, nel declino delle prospettive unitarie, fanno sentire le proprie incompatibilità, più che i tratti omogenei, svolgendo compiti di rassicurazione, di rafforzamento e di conferma per i gruppi dirigenti. Non convince perché tutti gli attori, nessuno escluso,  Confindustria compresa, nonostante segnali di “risindacalizzazione” portati dal cambio di presidenza, sembrano incapaci di ritrovare in modo autonomo soluzioni di rilievo nell’area delle relazioni industriali. Gli atteggiamenti e le scelte (quando si esprimono) della Cgil  appaiono segnate da una insofferenza e da una riprovazione verso il governo di centro-destra che certo non favoriscono i processi di negoziazione, ma forse sorprendono ancora di più gli atteggiamenti se non collusivi, almeno adesivi, mostrati di recente dalla Cisl nei confronti del governo e di alcuni suoi ministri. Atteggiamenti che mal si conciliano con la tradizione di autonomia di questa confederazione, provata anche nei lunghi periodi dei governi a guida democristiana.

     La cultura della Cgil  è uno strano composto fra la “cultura della classe” tipica dei primi decenni del dopoguerra e quella “cultura dei diritti” che ha, con l’ispirazione di Bruno Trentin (12), inaugurato un nuovo corso della confederazione agli inizi del decennio ’90. La prima cultura era segnata da due preoccupazioni costanti, quella nei confronti dei particolarismi e dell’articolarsi della rivendicazione, e quella che si traduceva nel timore del distacco dalla propria base causato da incomprensioni o dalla assunzione di responsabilità in senso lato di tipo gestionale. Sono tratti che ritroviamo nelle resistenze nei confronti delle proposte di decentramento della contrattazione e, per il secondo timore, nella insofferenza verso le forme varie di composizione delle controversie e nella diffidenza nei confronti dei ruoli gestionali assunti dalle istituzioni della “bilateralità”, sia nel controllo del mercato del lavoro che sui temi del welfare. Entrambe queste culture, o la combinazione delle due, o la trasformazione della prima nella seconda con la scomparsa dei meccanismi di identità sociale forniti dalla “classe”, non favoriscono certo l’utilizzo innovativo e flessibile dei processi di contrattazione. L’accusa di conservatorismo in questi casi sembra più fondata che in altri. Non solo, queste culture sembrano condurre verso una vera e propria ritrosia negoziale, una sorta di “sindrome della firma” (13), con tratti del tutto atipici nel panorama dei grandi sindacati europei. Ma sono caratteri non leggibili in modo esclusivo attraverso una sorta di riduzionismo politico, che attribuisca alla Cgil una irrimediabile etichetta di politicità partisan.

     La cultura prevalente nella  Cisl continua ad essere  quella del “pluralismo e della contrattazione”,  nella quale la contrattazione collettiva non è considerata solo come lo strumento principe della azione sindacale, ma anche come forma di integrazione e di partecipazione del lavoro nella società più ampia e nei suoi processi di sviluppo. La cultura pluralista/contrattuale, officiata e riproposta con insistenza dai gruppi dirigenti confederali, richiederebbe però, proprio per evitare un suo ripiegamento o una sua riduzione a dichiarazioni di principio, una dose di innovazione  e di fantasia sia organizzativa che contrattuale che non  è facilmente praticabile nei contesti produttivi e di mercato che non sono più quelli dei decenni tipici dell’età industriale. E richiederebbe anche delle controparti private e pubbliche in grado di favorire l’innovazione e di rilanciare l’arena delle relazioni industriali per la soluzione dei maggiori problemi del sistema economico e produttivo, primo fra tutti quello del rilancio della produttività (un tema di bandiera nella tradizione contrattuale della Cisl). Senza questa innovazione e queste controparti, la stessa cultura del mestiere sindacale tende ad appannarsi, e a non fornire prove eccellenti, come mostrato dalla vicenda Alitalia e da quella, non del tutto trasparente, dell’accordo con il governo sul pubblico impiego (ottobre 2008). Su questo sfondo l’etichetta a-partisan sembra configurarsi soprattutto come una rassicurazione per il gruppo dirigente, ma nella pratica non sembra tradursi in coerenti comportamenti sindacali. La cultura contrattuale della Cisl, avrebbe bisogno di una sorta di Intersind  per il nuovo secolo, ma con la sensibilità piuttosto scarsa che l’attuale governo prova per le relazioni industriali, e per la loro autonomia, non sembra una prospettiva realistica.

     Di indubbio interesse è stato un certo cambiamento nella cultura delle relazioni industriali che la Confindustria ha registrato con il passaggio di presidenza attuatosi nei mesi scorsi (14). Si sono rivelati agli inizi atteggiamenti più attenti alle opportunità delle relazioni industriali, e meno attratti dal coinvolgimento nella politica, che hanno condotto ad un avvicinamento con Cisl e Uil e alla stesura di un protocollo di intesa sulla riforma della struttura contrattuale non  di eccezionale portata innovativa, ma che è comunque di rilievo per i comportamenti contrattuali della maggiore associazione imprenditoriale italiana, e che costituisce un passo avanti sui contenuti e sul metodo rispetto al documento-piattaforma presentato alle confederazioni sindacali nel  settembre 2005.

 

 

 

4. Come spiegare le  divisioni fra gli attori

 

      Per render conto delle differenze nel comportamento degli attori altri osservatori, specie dal versante delle discipline economiche, più che alle culture sembrano rifarsi alla composizione professionale o socio-economica degli iscritti, dei rappresentati, lavoratori o imprese che siano. Il ciò che un attore fa dipenderebbe insomma dal chi rappresenta.  E’ un percorso interessante, anche se non facilissimo da condurre. Dubito però che alla fine del percorso, raccolti i dati necessari per sostenere o respingere la tesi, si arrivi a delle spiegazioni convincenti. 

           Per quanto riguarda i sindacati, non solo le composizioni degli iscritti delle confederazioni sembrano avvicinarsi negli ultimi anni, ma l’aumento della eterogeneità del lavoro (il processo da molti definito con il termine di “individualizzazione” del lavoro (15)) conduce per molte strade ad erodere le identità tradizionali. Di conseguenza eventuali differenze fra i sindacati in una composizione degli iscritti per tutti di gran lunga più eterogenea rispetto alle fasi del predominio della industria taylorista-fordista, dovrebbero tradursi in conseguenze di minore rilievo sul comportamento dei singoli sindacati. Per di più, anche le macro-differenze di cui siamo a conoscenza non sembrano fornire dei fondati meccanismi esplicativi. Possiamo ritenere che una presenza maggiore di lavoratori blue collar nella Cgil, conduca a render conto del maggiore radicalismo rivendicativo di alcuni sindacati affiliati, Fiom in testa. Ma non riusciamo del tutto a spiegare come la maggiore disponibilità (o moderazione) della Cisl nel settore pubblico nelle trattative degli ultimi mesi sia spiegabile con la tradizionale forza rappresentativa della confederazione nel settore. La via delle culture sindacali, e della loro declinazione nei mutati equilibri politici, sembrerebbe più promettente.  In breve, più che ai rappresentati sarà ancora necessario rifarsi ai rappresentanti, visto che quando si parla di culture sindacali proprio a questi ultimi siamo costretti a fare riferimento. Si tratta comunque di un gruppo esteso, di diverse centinaia di migliaia di soggetti, se si considera, oltre ai funzionari sindacali distaccati o a tempo pieno  (circa 15-20 mila) tutto l’insieme dei rappresentanti che fanno parte in modo volontario dei direttivi sindacali ai vari livelli, territoriali e di categoria. Del resto, per quanto possono valere, i dati dei sondaggi di cui disponiamo per questi temi, su campioni generali della popolazione, mostrano una preferenza per le soluzioni sindacali “unitarie” che sembrerebbe non riconoscersi nelle aspre divisioni delle confederazioni (16).

      La relazione fra il ciò che fanno gli attori e il chi si rappresenta sembra invece fornire spiegazioni almeno in parte più convincenti per le associazioni imprenditoriali. L’influenza dei rappresentanti sui rappresentati sembrerebbe in effetti minore nelle associazioni imprenditoriali rispetto ai sindacati, confederali soprattutto. E’ questo un tema di riflessione ancora poco praticato dagli osservatori delle relazioni industriali, anche a causa della tradizionale minore trasparenza delle associazioni di imprese rispetto ai sindacati dei lavoratori, con la eccezione dell’Aran (per il lavoro pubblico), la meno imprenditoriale e autonoma delle associazioni di datori lavoro, sulla quale sappiamo praticamente tutto (17)

      La riflessione sul panorama delle rappresentanze imprenditoriali e sui loro comportamenti negoziali, per altri versi, è frenata dal ruolo che la Confindustria continua ad esercitare nelle relazioni industriali italiane. La confederazione ha perso la maggioranza fra gli imprenditori italiani, ma non ha perso la egemonia sulle relazioni industriali. Con la scomparsa dalla scena delle rappresentanze delle imprese a partecipazione statale (Intersind e Asap) nessuna associazione imprenditoriale è stata in grado di sfidare tale egemonia. Ma almeno per le relazioni industriali in senso stretto una maggiore attenzione andrebbe concessa ai metodi e ai contenuti negoziali di altre associazioni (nell’artigianato e in agricoltura ad esempio).

      Ritornando a Confindustria è innegabile che i rapporti fra il ciò e il chi (o fra il fare e l’essere) siano influenzato dalla origine imprenditoriale del presidente, un modo indiretto per rappresentare e valorizzare le differenze  nella composizione economico-professionale dei soggetti affiliati. Come altre volte accaduto negli ultimi decenni quando a presidenze espressione diretta o indiretta delle grandi imprese storiche  (di una soprattutto) si succedono presidenze provenienti o dalle imprese medio-grandi o comunque da imprese con minore ascolto istituzionalizzato nel sistema politico, aumenta l’interesse e l’attenzione per le relazioni industriali e si riducono le ambizioni di protagonismo politico. Questo è avvenuto anche con l’ultimo cambio di presidenza, sia pure in una tendenza di  crescente esposizione  alla politica e alle politiche, una esposizione accentuata dalla crisi e dalla recessione, che la Confindustria condivide  con i sindacati confederali, nessuno escluso, sia pure con forme e accenti diversi.                                                    

        

 

5. Sindacati divisi, mestiere incerto

 

    Le critiche e le accuse ai sindacati, l’abbiamo visto, contribuiscono a delineare un ambiente e a creare una atmosfera non favorevoli ai sindacati e al loro ruolo come attori collettivi. Ambiente e atmosfera che iniziano a influenzare gli atteggiamenti dei cittadini, come già rivelano alcuni sondaggi, anche se queste rilevazioni vanno considerate con cautela, nelle relazioni industriali e nelle questioni sindacali più ancora che nelle vicende politiche. Nulla di significativo si è tradotto nei tassi di sindacalizzazione che restano tutto sommato stabili dopo la sensibile (ma non drammatica) discesa negli anni ’90 (18), ma gli andamenti potrebbero cambiare nei prossimi anni. Il governo di centro-destra, come i suoi simili quasi sempre negli altri contesti europei (e negli Stati Uniti), persegue obiettivi di labour exclusion, rilevabili non tanto e non solo nelle intemperanze di alcuni ministri (non a caso i ministri del lavoro e della funzione pubblica), ma soprattutto nei risvolti di alcune politiche, che sfuggono alla polemica giornalistica o al dibattito politico più generale. Ricordiamo fra queste i provvedimenti in tema di flessibilità degli orari di lavoro, che prevedono deroghe alle disposizioni legislative non solo attraverso la contrattazione collettiva (secondo la tradizione italiana) ma anche tramite la contrattazione individuale, e la previsione di sgravi fiscali per le retribuzioni di produttività anche qualora le erogazioni siano decise unilateralmente dal datore di lavoro. Inoltre, e questo è più anomalo in Europa, l’esclusione viene ricercata dal governo anche con intenti espliciti di selezione fra gli interlocutori sindacali. In questa “selezione” sembra indulgere anche la Confindustria, e questo può risultare sorprendente specie sugli argomenti che riguardano regole o procedure di carattere generale (interconfederale) come quelli legati alla riforma della struttura contrattuale, per i quali mal si conciliano le intese parziali, stese “con chi ci sta”.

     Questa atmosfera è a sua volta resa ancora più fosca dal clamoroso peggioramento delle relazioni unitarie. Sono tempi grami per quanti (fra i partecipanti e gli osservatori) hanno sempre perseguito l’obiettivo dell’unità sindacale, con motivazioni non solo di tipo ideologico o sentimentale. Di questi ultimi tempi è apparso un motivo ulteriore di preoccupazione, ovvero il peggioramento del “mestiere” del sindacato come conseguenza delle aspre, e progressive, divisioni. Un mestiere già in declino, soprattutto sugli aspetti rivendicativi. I sindacati sembrano in grado di portare a termine con successo solo operazioni difensive, ad esempio nelle ristrutturazioni aziendali, ma in difficoltà clamorosa nell’aprire e gestire, con la mobilitazione collettiva corrispondente, delle vere e proprie vertenze rivendicative, specie sul piano salariale. In questi compiti difensivi l’apprezzamento delle controparti imprenditoriali per questo ruolo insostituibile dei sindacati è molto elevato, facendo suonare come paradossale l’accusa di conservatorismo di cui abbiamo parlato agli inizi.

      Il mestiere decade perché, fra le due serie di obiettivi che i sindacati sempre perseguono  nelle vertenze e nelle trattative, obiettivi di contenuto per i rappresentati e obiettivi di “riconoscimento” da parte degli stessi rappresentati  e da parte degli “altri” (altri sindacati, attori politici, attori imprenditoriali, osservatori, ecc.), in situazioni di aspra competizione e rivalità i secondi tendono a prevalere, con effetti raramente virtuosi sugli espliciti contenuti negoziali. Fra gli obiettivi di “firmare” in tempi stretti e comunque (perseguiti da Cisl e Uil) e quelli di “non firmare” (tipici della Cgil) sono i contenuti degli accordi a non trovare le risoluzioni migliori, sia pure realistiche. Qualcosa di questo tipo è accaduto in due negoziati dello scorso ottobre, quello con la Confindustria sulla struttura contrattuale e quello con il  governo sui temi delle relazioni sindacali nel settore pubblico. Il futuro non sembra arridere con tratti positivi. Forse una svolta potrebbe accadere con un cambiamento di scenario, e con uno sforzo dei sindacati confederali di rispondere in modo diretto e esplicito alle altre due accuse, quella di discriminazione e quella di inaridimento, formulate da quanti hanno a cuore i destini del movimento sindacale. Il cambiamento è possibile, reso più problematico ma anche più richiesto dalla crisi economica in corso, ma non so quanto probabile.

  

Note

1 Mi riferisco al recente libro di Guido Baglioni, L’accerchiamento. Perché si riduce la tutela sindacale tradizionale, Il Mulino, Bologna, 2008.

2 Uso questo termine nel senso proprio di market failure, che descrive situazioni nelle quali il mercato non riesce a realizzare o a consegnare ciò che promette. Ricordo che una parte rilevante del pensiero economico (quella di impronta neo-classica) respinge questa espressione ritenendola niente più che un ossimoro. Il mercato come tale, per definizione, non potrebbe generare fallimenti. Sulla base delle recenti vicende del capitalismo finanziario lascio al lettore il giudizio sulla fondatezza di queste tesi.

3 Il titolo del libro, nell’edizione americana, era A Philosophy of Labor. L’ultima edizione italiana è Tannenbaum F., Una filosofia del sindacato, Edizioni Lavoro, Roma 1995.

4 La citazione è dall’edizione italiana: Polanyi K., La grande trasformazione, Einaudi, Torino, 1974, p.227.

5 Richiamo qui gli argomenti di uno dei testi più famosi di teoria economica e sociale della seconda metà del XX secolo: Olson M., La logica della azione collettiva, Feltrinelli, Milano, 1982 (I ediz. originale 1965).

6 Il richiamo è alla  bellissima Lettera aperta a un operaio iscritto ai sindacati scritta nel 1937, dopo l’esperienza di fabbrica: “non credere che il sindacato sia semplicemente un’associazione di interessi. I sindacati padronali sono associazioni di interessi; i sindacati operai sono un’altra cosa” In Weil S., La condizione operaia, SE, Milano, 1994, p. 211. Sul qualcosa d’altro legato alla rappresentanza sindacale, cfr. anche Ferraris P., Domande di oggi al sindacalismo europeo dell’altro ieri, Ediesse, Roma, 1992.

7 E’ il termine lanciato in Crouch C. Postdemocrazia, Roma-Bari, Laterza, 2003.

8 Sugli attori nelle relazioni industriali cfr. i contributi (fra cui quello di chi scrive) contenuti in  L’annuario del diario del lavoro. Un anno di relazioni industriali, Roma, Il diario del lavoro, dicembre 2008.

9 Come ha fatto qualche settimana fa Edmondo Berselli sulle colonne della Repubblica.

10 L’ultimo fra questi, condotto da Renato Mannheimer, sul Corriere della Sera del  10/11/2008.

11  Il quadro sembra addirittura peggiore rispetto a quello tratteggiato in un mio contributo, di alcuni anni addietro, proprio su questa rivista, v. L’unità sindacale possibile, “Aggiornamenti sociali”, 54, n.2, febbraio 2003, pp. 123-133.

12 Si vedano gli scritti di questo grande dirigente, scomparso nel 2007, raccolti in Trentin B., Lavoro e libertà, a cura di M.Magno, Roma, Ediesse, 2008.

13 Sono molti gli episodi che testimoniano l’operare di questa ritrosia, o di questa sindrome, alimentate dai timori dei particolarismi e, soprattutto, del distacco. L’ultimo in ordine di tempo riguarda il contratto degli artigiani (novembre 2008), concluso con la sottoscrizione di Cisl e Uil ma non della Cgil che, pur riconoscendo nell’accordo “un’ipotesi che rappresenta avanzamenti positivi e condivisi” (così nelle dichiarazioni di un autorevole segretario confederale), rinvia l’assenso ricercando un più completo “percorso di valutazione”, giustificato dalle “caratteristiche del settore artigiano” che rendono difficile “esercitare una diffusa rappresentanza” (v. Il Sole 24 Ore, 23/11/2008). E’ difficile, con questi timori, giocare un ruolo responsabile e credibile come attore negoziale.

14 Si veda su questo il contributo di G.Berta nel già citato Annuario del diario del lavoro.

 

15 Per una presentazione di queste tesi v. Paci M., Nuovi lavori, nuovo welfare, Il Mulino, Bologna, 2005. Per una discussione cfr. gli interventi contenuti in “Polis”, n. 2, 2006, pp. 229-265.

16 Il sondaggio SWG  del 2008 mostra come il 53% del campione ritenga importante l’unità sindacale e il 57%  ammetta esplicitamente che vada rafforzata (dal 68% della classe d’età 18-24 anni, al  49% degli oltre 64 anni). Le domande su questo argomento, tuttavia, nascondono un pregiudizio, in quanto la parola unità è comunque contrassegnata in senso positivo.

17 Per uno dei contributi più recenti cfr. Dell’Aringa C. e Della Rocca G., a cura di, Pubblici dipendenti. Una nuova riforma?, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007.

18 Nel 2007 il tasso complessivo di sindacalizzazione di Cgil,Cisl,Uil fra gli occupati (lavoratori dipendenti) si aggirava attorno al 33%, collocandosi così ad un livello medio nel panorama europeo

 

 * già Professore di Sociologia economica Università di Milano

  L’articolo è stato pubblicato su Aggiornamenti Sociali n.2, 2009; è la rivista del Centro S.Fedele dei Gesuiti di Milano

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