L’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, con le sue straordinarie capacità, rispetto agli stadi evolutivi precedenti, di elaborare una mole notevole di dati in tempi rapidissimi, ma soprattutto di potenziare creatività e produttività, si propone come l’occasione per riflettere sulla distinzione esistente tra il linguaggio computazionale, tipico delle macchine (il mezzo) e il linguaggio simbolico, quello del senso, caratteristica solo dell’essere umano, e perciò della possibilità ulteriore per l’uomo di migliorare le sue condizioni di benessere (il fine).
Certo, a condizione che i benefici dell’innovazione tecnologica abbiano un dividendo sociale il più ampio possibile. In questo senso, chi più di un rappresentante sindacale può testimoniare quanti vantaggi in termini di liberazione di tempo per sé delle persone e di alleggerimento dei carichi di lavoro ha portato nel tempo, grazie anche all’azione contrattuale, l’introduzione di nuove tecnologie nelle aziende?
Non si tratta dunque di alimentare lo sterile e stucchevole dibattito tra tecnofobici e tecnoentusiasti, ma di tenere presenti alcune questioni che possono iscrivere l’AI nel campo del potere, inteso come nuove possibilità per l’emancipazione dell’umanità, oppure come dominio di pochi sugli altri. In tal senso non bisogna trascurare due aspetti salienti.
Il primo è di carattere culturale, antropologico: l’uomo è tecnologico per natura, in quanto grazie all’innovazione della tecnica avvenuta nel tempo ha potuto allargare le sue conoscenze, che a loro volta hanno consentito significativi salti tecnologici: tra cultura e tecnologia vi è dunque reciprocità. Ne consegue che ogni atteggiamento difensivo verso il progresso tecnico non ha alcun senso.
Il secondo è di carattere (geo)politico, visto che l’AI è entrata a pieno titolo nelle strategie di governi e apparati militari e della sicurezza per il riposizionamento sullo scacchiere politico mondiale, anche attraverso l’uso della guerra, “selvaggia”, come l’ha chiamata nella sua Enciclica Magnifica humanitas, papa Leone XIV.
C’è al riguardo una forte sottovalutazione dell’elaborazione di pensiero che muove alcune grandi società che lavorano nel campo dei Big Data, capaci di influenzare e contribuire a realizzare scelte strategiche, e non solo di carattere commerciale, in chiave geopolitica. Dietro alla progettazione degli algoritmi c’è un immaginario, una visione del mondo. Si pensi, solo per fare un esempio, al peso culturale e politico assunto da Palantir, società leader nei servizi di AI, che vede il suo fondatore Peter Thiel, allievo di grandi pensatori come Leo Strauss e Renè Girad, scrivere libri e andare in giro per il mondo a tenere lezioni di filosofia e teologia, scomodando addirittura l’Apocalisse e l’Anticristo!
Va da sé che per creare dei contraltari adeguati, non ci si può limitare a definire solo un disciplinamento normativo e etico (certo indispensabile) dell’uso dell’AI, ma c’è la necessità di aprire spazi e luoghi di elaborazione di un pensiero della cittadinanza del XXI secolo che vada a vantaggio di tutti. In altre fasi storiche, per rimanere al campo del lavoro e della produzione, contestualmente alle rivoluzioni industriali, crescevano anche un pensiero e una coscienza operaia; oggi scontiamo un forte ritardo rispetto a un capitalismo della sorveglianza e delle piattaforme che restituisce rappresentazioni della realtà attraverso il digitale capaci di incidere sul pensiero e sull’immaginario soggettivo e collettivo.
Per queste ragioni non possiamo che salutare positivamente la promulgazione dell’enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas, che mette a tema senza indugio la custodia della persona nel tempo dell’AI, sottolineando a chiare lettere, sin dall’introduzione, l’altezza della posta in gioco: “Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto” (Magnifica humanitas, Introduzione, pag.7, Libreria Editrice Vaticana).
Dignità, giustizia e fraternità sono le condizioni antropologiche e politiche per garantire il bene assoluto della persona e di ogni persona: la libertà dentro un quadro di valori orientati verso i più deboli.
Tra le realtà e attività dell’uomo più significative ai fini del conseguimento della libertà e come metro di misura dell’impatto sociale dell’AI – possibilità o dominio? – c’è il lavoro. Evocando la Rerum Novarum e documenti importanti della Dottrina sociale e del Magistero dei suoi predecessori, Leone XIV dedica l’intero quarto capitolo dell’Enciclica al tema, tornando in maniera radicale sul senso e sull’etica del lavoro per la vita delle persone e delle comunità.
Nel lavoro dignitoso si diviene appieno soggetti autonomi e si può esercitare quella libertà che porta ciascuna persona a decidere di sé e a progettare la sua vita; in questo senso si potrebbe dire che è il lavoro a fare la persona, e non il contrario, perché l’aiuta a comprendere chi è, esprimendo i suoi talenti, nella relazione con l’altro e nella produzione di un bene per la comunità. Scrive il pontefice: “il lavoro non è un semplice strumento, ma esprime e accresce la dignità della nostra vita. È un’esigenza inscritta nella condizione umana, un cammino ordinario verso la maturità, lo sviluppo e la realizzazione personale” (Magnifica humanitas, n.149).
Qualsiasi cambiamento nell’organizzazione del lavoro, a maggior ragione se influenzato dal paradigma dell’intelligenza artificiale, deve perciò tenere conto dell’intangibilità della dignità umana. Papa Leone sembra avvertire il rischio cogente, stando a ciò che si inizia a vedere nelle ristrutturazioni aziendali, anche nel nostro paese, che altre logiche, peraltro unilaterali, presiedano a questi processi di innovazione, per molti versi inevitabili, non solo creando disoccupazione ma ampliando le disuguaglianze sociali, e generando anche nuove alienazioni.
“Nulla nel mondo dell’AI è immateriale o magico”, chiosa significativamente l’Enciclica, riferendosi in particolare alle nuove schiavitù prodotte dall’AI, che riguarda quell’esercito invisibile di lavoratori sfruttati e sottopagati (adolescenti e bambini) impiegati in quegli ambiti che ogni giorno alimentano il mondo del digitale. Alla pari potremmo aggiungere dei rider che si muovono nelle nostre città.
Il convitato di pietra della Magnifica humanitas, a cui l’Enciclica sembra alludere, sono le oligarchie tecno-capitaliste che si muovono sul pianeta senza regole. “In effetti – scrive Leone XIV – come accade per ogni grande svolta tecnologica, l’IA tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati. Alla luce del bene comune e della destinazione universale dei beni, questo fenomeno desta seria preoccupazione: piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici e incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio, contraddicendo la giustizia sociale e la solidarietà tra i popoli” (Magnifica humanitas, n.108).
Quali presidi è allora possibile attivare per custodire la persona umana in un tempo così complesso? Tra questi Leone XIV richiama il ruolo delle organizzazioni sindacali, che, afferma, “la Chiesa ha sempre sostenuto, sono chiamate ad aprirsi alle nuove forme di lavoro e ai nuovi lavoratori, per rappresentarli e difenderli in uno scenario in cui, senza scelte coraggiose, si profilano più povertà e più disuguaglianze, con una moltitudine di esclusi circondati da macchine e sistemi automatizzati che hanno preso il loro posto (Magnifica humanitas, n. 155).
E’ evidente che se le organizzazioni sindacali rappresentano ancora un baluardo a difesa della dignità delle persone che lavorano, e laddove sono presenti migliorano le condizioni salariali e normative dei lavoratori, altresì devono fare radicalmente i conti con i mutamenti avvenuti nella società e nei contesti organizzativi del lavoro, superando quei ritardi e quelle debolezze che oggi sconta la rappresentanza del lavoro.
L’introduzione dell’AI nell’organizzazione del lavoro si presenta come una grande opportunità, se la si immagina come leva per ridurre quella parte di lavoro superfluo, che non investe la sfera espressiva e creativa, e che non è detto debba continuare a fare l’uomo. Ancora una volta nella storia si presenta la possibilità di liberazione del tempo di lavoro, che va incontro soprattutto alla domanda di conciliazione delle giovani generazioni e delle donne. I giovani soprattutto hanno messo in discussione le culture del lavoro del ‘900, mostrando più attenzione delle generazioni precedenti al senso del lavoro nella vita soggettiva, e sono più interessati alla qualità delle relazioni, a contesti organizzativi accoglienti, a orari di lavoro capaci di conciliarsi con il resto della vita (la vita è una sola e non si può giocare tutta nel lavoro) prima ancora che al salario.
Ma è un processo che va governato, avendo la consapevolezza che bisogna fare i conti con il potere straripante del capitalismo di quest’epoca. E ciò richiede al sindacato non solo un forte salto culturale e un’autorevole capacità contrattuale che parta dalla conoscenza degli impatti sociali, economici e produttivi dell’innovazione tecnologica intrecciata con quella organizzativa, ma soprattutto l’elaborazione di una visione autonoma delle forme di vita che si intende realizzare anche attraverso il lavoro.
La fatica che sperimenta oggi il sindacato, oltre alla sintonizzazione con le culture del lavoro delle nuove generazioni, è quella di staccarsi da prassi conosciute, rassicuranti, in alcuni casi ideologiche, ma sempre più impotenti nel cogliere la realtà in movimento, e ad entrare in un’ottica progettuale abbandonando quella riparativa di un sistema capitalistico che non è più quello di una volta.
*Segretario Generale dalla Federazione Italiana Metalmeccanici CISL
