L’intelligenza artificiale (IA) è indubbiamente al centro del dibattito odierno, data la sua profonda natura trasformativa che coinvolge in modo pervasivo tutte le attività umane.
La recente enciclica del Papa Leone XIV, “Magnifica Humanitas” (MH), evidenzia il rischio che l’IA accresca le disuguaglianze se la persona e la dignità umana non vengono poste al centro dell’innovazione.
Il tema non è nuovo, in quanto dal luddismo in poi la tecnologia è stata vista come un’opportunità, ma anche come un pericolo, se non gestita come uno strumento al servizio dell’uomo e del progresso. Possiamo infatti considerare la qualità del lavoro come il risultato di un’“interfaccia”, tra i bisogni dell’impresa (produttività, efficienza, competitività) e quelli della persona, così come rappresentati dalla letteratura organizzativa già nel secolo scorso da Maslow, Herzberg a McClelland. Valorizzare al meglio questa interfaccia significa trovare il modo per cui la qualità della prestazione lavorativa si sposi con la qualità della vita di lavoro percepita dal lavoratore, conciliando una serie di potenziali trade-off.
In questa interfaccia la tecnologia può giocare un ruolo chiave di supporto, alleggerendo il lavoratore nei compiti più ripetitivi e usuranti e liberando tempo per attività più gratificanti e rilevanti, nonché per una maggiore conciliazione con la qualità della vita.
Al tempo stesso però come sottolinea il Pontefice, senza una visione strategica e responsabile, le “innovazioni possono diventare un grande aiuto per lo sviluppo umano integrale e per la cura della Casa comune. Ma, proprio per il loro potere, possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico” (MH, 93).
Leone XIV si pone nel pieno solco della dottrina sociale della Chiesa e delle altre encicliche sociali a partire dalla Rerum Novarum di Leone XIII, l’enciclica, il cui “motivo” è la questione operaia nell’ambito della rivoluzione industriale di fine ottocento, e al cui estensore ha voluto legare il proprio nome pontificale, proprio per sottolineare la comune attenzione ad analizzare le trasformazioni economiche e industriali con una forte attenzione alla prospettiva sociale.
Un altro importante, più recente, riferimento è quello della Laborem Excernes di Giovanni Paolo II, scritta nel 1981 “alla vigilia di nuovi sviluppi nelle condizioni tecnologiche, economiche e politiche che (…) influiranno sul mondo del lavoro e della produzione non meno di quanto fece la rivoluzione industriale del secolo scorso” (LE, 1). Tra i molti fattori di portata generale in grado di condizionare la fase di trasformazione in corso all’epoca, il primo che Papa Wojtila indicò fu “l’introduzione generalizzata dell’automazione in molti campi della produzione”. La Tecnica è indicata come “un’alleata del lavoro” che può assumere un immenso ruolo, facilitando, perfezionando, accelerando e moltiplicando il lavoro. Ma al tempo stesso da alleata può trasformarsi in “avversaria”, come quando la meccanizzazione “soppianta” l’uomo, “togliendogli ogni soddisfazione personale e lo stimolo alla creatività e alla responsabilità”, riducendo l’uomo ad “esserne il servo” (LE, 5).
La qualità del lavoro è stata profondamente influenzata negli ultimi cinquant’anni dalla transizione digitale. Se all’epoca della LE di Wojtila era stata prima l’automazione industriale e poi l’automazione d’ufficio a determinare un impatto significativo sul lavoro e sull’evoluzione delle competenze, la quarta rivoluzione industriale caratterizzata da sistemi cyberfisici sempre più interconnessi ha trasformato radicalmente le modalità di lavoro.
La frontiera della codificazione e del contributo delle tecnologie al lavoro dell’uomo si è sempre più spostato in avanti e oggi l’intelligenza artificiale fornisce un supporto crescente, che come in tutte le fasi di evoluzione della tecnologia, può giungere a sostituire l’uomo in compiti sempre più complessi.
Serve una visione strategica della transizione che si basi su solide basi valoriali.
In generale nella dottrina sociale della Chiesa Benedetto XIV identifica, “un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire”. Per questo motivo una parte importante della MH è dedicata a presentare tali principi (MH, 59-81): il bene comune, la destinazione universale dei beni, la sussidiarietà, la solidarietà, la giustizia sociale.
Ne emerge un quadro valoriale profondamente condivisibile che inquadra perfettamente le contraddizioni che l’umanità sta vivendo nel momento in cui alcuni pilastri fondamentali costruiti dal dopoguerra in poi, a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, vengono in diversi contesti sostanzialmente accantonati.
Lo stesso sviluppo tecnologico oggi è ancora più “ambiguo” nelle sue potenziali implicazioni: “ci troviamo dinanzi a una situazione nuova, in cui la potenza e la pervasività delle tecnologie emergenti si innestano nella trama della quotidianità, plasmano i processi decisionali e incidono in profondità sull’immaginario collettivo” (MH, 4). E questa sempre maggiore pervasività che rende ancor più necessario governare e gestire il potere che l’umanità ha su sé stessa.
Con riguardo specifico al rapporto tra tecnologia e lavoro il paragrafo 150, avvalendosi anche di un’ampia citazione al documento sull’IA “Antiqua et Nova”, pubblicato congiuntamente dal Dicastero per la Dottrina della Fede e dal Dicastero per la Cultura e l’educazione nel gennaio del 2025, recita: “Oggi, l’intreccio tra automazione, robotica e IA sta trasformando rapidamente la struttura stessa del lavoro. Questo porterà, si dice, grandi miglioramenti per tutti. In realtà, i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori, perché «mentre l’IA promette di dare impulso alla produttività facendosi carico delle mansioni ordinarie, i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità e alle richieste delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora. Per questo, contrariamente ai benefici dell’IA che vengono pubblicizzati, gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive. La necessità di stare al passo con il ritmo della tecnologia può erodere il senso della propria capacità di agire da parte dei lavoratori e soffocare le capacità innovative che questi sono chiamati a profondere nel loro lavoro». Proprio per evitare questa deriva, occorre progettare sistemi centrati sulla persona e non soltanto sulla prestazione”.
La progettazione di sistemi “human centered” è alla base del concetto di Industria 5.0, proposto dalla Commissione Europea per integrare la visione della quarta rivoluzione industriale, concentrata principalmente sull’ottimizzazione e sull’efficienza della produzione attraverso l’automazione e l’interconnessione, con la valorizzazione della componente umana nella catena del valore e la subordinazione del progresso tecnologico al rispetto dell’ambiente e al benessere di chi lavora. Purtroppo le misure di sostegno ad Industria 5.0, introdotte con il PNRR non hanno avuto lo stesso successo di quelle di Industria 4.0 e quindi questa prospettiva è ancora poco penetrata nel nostro sistema industriale.
Il richiamo dell’enciclica risulta pertanto molto opportuno, per approfondire l’analisi di come le tecnologie digitali e l’IA possano essere messe al servizio del benessere dei lavoratori e delle persone.
Daron Acemoglou, premio Nobel per l’economia nel 2024, in un suo lavoro del 2023 ha evidenziato una via alternativa a quella che privilegia l’automazione e la sostituzione della forza lavoro, insieme a una sorveglianza invasiva sul posto di lavoro. Per superare il paradosso di una tecnologia che riduce la qualità del lavoro, lo studioso propone un percorso differente, lungo il quale l’IA generativa si porrebbe come supporto complementare alla maggior parte degli esseri umani, compresi i non laureati, potenziandone le capacità.
Questo percorso di complementarità è fattibile, ma richiederà cambiamenti nell’orientamento dell’innovazione tecnologica, così come nelle norme e nei comportamenti aziendali. L’obiettivo dovrebbe essere quello di implementare l’IA generativa per creare e supportare nuove mansioni professionali e nuove capacità per i lavoratori. Per l’economista turco se gli strumenti di intelligenza artificiale consentiranno a insegnanti, infermieri specializzati, tecnici sanitari, elettricisti, idraulici e altri lavoratori artigianali moderni di svolgere un lavoro più qualificato: ciò potrà ridurre le disuguaglianze, aumentare la produttività e incrementare le retribuzioni, elevando il livello di competenza dei lavoratori.
Una dimensione non esplicitamente trattata nella MH è quella del rapporto tra IA e salute. L’IA ha un enorme potenziale nel campo della salute, ad esempio in aiuto all’attività diagnostica o nell’accesso a cure di qualità da parte di coloro che vivono in situazioni di isolamento o marginalità, ma non deve sostituirsi alla relazione tra pazienti e medici. Per citare non l’enciclica, ma il documento Antiqua et Nova “Invece di incoraggiare la solidarietà con i malati e i sofferenti, queste applicazioni dell’IA rischierebbero di peggiorare quella solitudine che frequentemente accompagna la malattia, specialmente nel contesto di una cultura dove le persone non sono più sentite come un valore primario da rispettare e tutelare”.
In questa sede però più che alla sanità in senso generale, vogliamo fare un più esplicito riferimento alla salute e sicurezza dei lavoratori. Come è noto, il fenomeno degli infortuni, ma soprattutto quelle delle malattie professionali continua a mantenere una dimensione inaccettabile per un sistema sociale avanzato. Nel nostro Paese dopo i miglioramenti verificatisi dopo l’introduzione del Dlgs 626/94, negli ultimi 10 anni gli infortuni sul lavoro sono ancora prossimi ai 600.000 all’anno e i morti sul lavoro restano, purtroppo, più di 1000 ogni anno; ma ancora maggiore preoccupazione suscitano le malattie professionali che risultano in forte crescita, con il 2025 che ha visto la segnalazione all’Inail di quasi 100.000 casi.
Anche in questo ambito le tecnologie avanzate e l’IA possono contribuire ad importanti miglioramenti qualora vengano progettate per servire e supportare i lavoratori, adattando i processi di produzione alle esigenze umane e a quelle di prevenzione della salute e supportando la conoscenza e l’apprendimento delle modalità per migliorare la sicurezza nei luoghi di lavoro.
Quando le attività lavorative vengono progettate mettendo l’uomo al centro, le macchine e l’IA possono pienamente svolgere il loro ruolo sempre più evoluto di supporto, migliorando il benessere delle persone. Ciò riguarda le attività intellettuali, come quelle più operative, compresi gli aspetti di protezione della sicurezza e salute dei lavoratori.
L’IA può infatti trasformare la prevenzione da reattiva a predittiva, può sostituisce l’uomo in ambienti pericolosi, prevenire gli incidenti con sensori intelligenti, supportare la valutazione dei rischi e abilitare percorsi formativi personalizzati e avanzati, valorizzare, nella prospettiva dell’IA “agentica”, l’azione proattiva dei diversi attori.
Gli algoritmi, integrati nelle piattaforme di gestione della salute e sicurezza, ci consentono di elaborare enormi quantità di dati storici (sugli infortuni, sui near misses, sulle condizioni ambientali, …) per prevedere i rischi, pianificare interventi di prevenzione e manutenzione, monitorare le condizioni di lavoro e le malattie professionali. La formazione immersiva all’interno di sistemi di realtà virtuale può consentire un apprendimento molto efficace anche nella prospettiva della gestione dello stress in condizioni critiche.
Gli esoscheletri, dispositivi robotici indossabili guidati dall’AI, supportano i muscoli del lavoratore, alleggeriscono il carico e riducono l’affaticamento e il rischio di patologie muscolo-scheletriche, salvaguardando la schiena e le articolazioni durante sollevamenti ripetuti o posture scorrette.
Sistemi di telecamere e sensori possono monitorare i rischi di caduta dall’alto, rilevare la vicinanza tra pedoni e carrelli elevatori, verificare in tempo reale l’uso corretto dei Dispositivi di Protezione, sia individuali che inseriti sulle macchine.
Tutto ciò però deve essere regolato, nello spirito secondo cui le tecnologie devono essere un alleato e non un avversario dei lavoratori. Ciò si ricollega ad una delle assunzioni principali del già citato Acemoglou, per il quale le politiche pubbliche hanno un ruolo centrale nell’incoraggiare il percorso positivo della tecnologia, affinché possa supportare tutti i lavoratori, innalzando il livello di competenza e professionalità raggiungibile da tutti.
Di questa regolazione, come è noto, l’Europa ha cominciato a dotarsi con l’AI Act (Regolamento UE n.1689 del 2024) che definisce i “principi in materia di ricerca, sperimentazione, sviluppo, adozione e applicazione di sistemi e di modelli di intelligenza artificiale”. A questo Regolamento corrisponde in Italia la Legge n.132/2025, che si propone di promuovere “un utilizzo corretto, trasparente e responsabile, in una dimensione antropocentrica, dell’intelligenza artificiale, volto a coglierne le opportunità” ed allo stesso tempo garantire la “vigilanza sui rischi economici e sociali e sull’impatto sui diritti fondamentali dell’intelligenza artificiale”.
Con riferimento a quanto indicavamo relativamente alle tecnologie di IA a supporto della salute e sicurezza occorre in primis rispettare i diritti e la dignità dei lavoratori. Pertanto, l’articolo 11 c.2 prevede che l’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito lavorativo debba essere sicuro, affidabile, trasparente e non possa svolgersi in contrasto con la dignità umana né violare la riservatezza dei dati personali.
Ciò significa garantire una supervisione umana costante sulle decisioni automatizzate, nonché trasparenza e limitazione dei bias algoritmici; e poi, più nello specifico prevenire l’iper-sorveglianza, garantendo la privacy ed evitando forme di sorveglianza occulta dei lavoratori, così come limitando l’emergere di nuovi rischi fisici, come ad esempio i malfunzionamenti degli esoscheletri.
Il legislatore si è anche preoccupato di garantire la presenza di un organo dedicato a supportare la gestione dinamica della regolazione dell’uso dell’AI nell’ambito lavorativo.
L’art.12 della L. 123/2025 prevede infatti che “al fine di massimizzare i benefici e contenere i rischi derivanti dall’impiego di sistemi di intelligenza artificiale in ambito lavorativo, è istituito presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali l’Osservatorio sull’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nel mondo del lavoro, con il compito di definire una strategia sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale in ambito lavorativo, monitorare l’impatto sul mercato del lavoro e identificare i settori lavorativi maggiormente interessati dall’avvento dell’intelligenza artificiale. L’Osservatorio promuove la formazione dei lavoratori e dei datori di lavoro in materia di intelligenza artificiale”.
Le istituzioni europee e nazionali dimostrano pertanto una grande attenzione alla gestione dei trade-off nell’utilizzo dell’AI, è necessario che altrettanto avvenga da parte delle imprese.
La letteratura organizzativa e manageriale ci dimostra che nel momento in cui le tecnologie avanzate diventano pienamente integrate in una progettazione del lavoro e dell’organizzazione volta a migliorare l’ergonomia e il benessere dei lavoratori, possono consentire di garantire una migliore prevenzione e al tempo stesso una migliore fluidità dei processi.
Possiamo fare un esempio al proposito, inerente un tema su cui recentemente mi sono trovato a trarre le conclusioni di un dibattito tra rappresentanze datoriali e sindacali nell’ambito di un settore specifico, quello dei servizi di igiene ambientale. Come è noto nell’ambito della raccolta dei rifiuti è stato necessario introdurre ed estendere negli ultimi vent’anni la raccolta differenziata attraverso il sistema “porta a porta”, un’innovazione organizzativa e gestionale che oggi coinvolge oltre il 70% degli italiani, necessaria per sviluppare la sensibilità dei cittadini nei confronti della differenziazione dei rifiuti. Il risultato di questa innovazione è stato molto positivo: i dati di Ispra, ci dicono che nel 2024 la raccolta differenziata dei rifiuti urbani è arrivata in Italia al 67,7%. Dall’altra parte però questo sistema di raccolta aumenta i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori addetti alla raccolta.
Una percentuale molto significativa degli operatori accusa disturbi legati alla movimentazione manuale dei carichi. I movimenti ripetitivi di sollevamento, traino e lancio causano ernie del disco, mal di schiena acuti e problemi cronici alle spalle e alle articolazioni, a cui si può parzialmente sopperire con tecnologie robotiche, come gli esoscheletri. Vi è inoltre una maggiore esposizione al rischio biologico e di infezione, nonché a malattie respiratorie. Per questo motivo, una volta raggiunto un elevato livello di coinvolgimento dei cittadini alla raccolta differenziata si può chiedere loro di essere parte attiva in soluzione organizzative e gestionali che si presentino come meno rischiose per la salute e la sicurezza dei lavoratori e che siano al tempo stesso economicamente più efficienti, richiedendo una logistica meno capillare e più in grado di utilizzare macchinari evoluti. Una soluzione che si sta sviluppando nelle città più grandi è quella in cui cittadini conferiscono i rifiuti in cassonetti stradali intelligenti che si aprono solo tramite tessera magnetica o smartphone. Il sistema pesa o volumizza il rifiuto inserito e può quindi registrare la quantità conferita dal cittadino per attribuire una tariffa puntuale al servizio prestato, i costi di svuotamento sono inferiori rispetto al porta a porta, poiché i mezzi compiono meno fermate e soprattutto ha un impatto minore sulla salute degli operatori. Anche i cittadini, che però devono muoversi per il conferimento, hanno l’opportunità di ridurre gli odori in casa o nelle zone dedicate del condominio.
Il funzionamento completo di questo sistema (che può essere integrato con altre soluzioni, come i cestini smart) può avvalersi dell’IA per ottimizzare i flussi informativi in sintonia con quelli fisici, per gestire il servizio e i rapporti con l’utenza, per governare al meglio l’utilizzo delle tecnologie e dei mezzi. È in altri termini un sistema sociotecnico complesso in cui è possibile porre al centro la persona, in primis il lavoratore, ma anche il cittadino, per migliorarne il benessere e la qualità del lavoro e della vita.
Concludendo possiamo riprendere le parole di Papa Leone XIV quando propone di “disarmare” l’AI, il che “non significa rinunciare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano” (MH, 110), imitare l’azione di Neemia che organizza la ricostruzione di Gerusalemme per “essere nel tempo della trasformazione digitale, non spettatori rassegnati di fratture sociali e culturali, non semplici commentatori delle rovine, ma donne e uomini che entrano nei cantieri della storia – laboratori di ricerca, imprese tecnologiche, scuole, media, istituzioni, comunità locali– per rialzare ciò che è crollato e proteggere ciò che è esposto” (MH, 241).
*Insegna alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa
