“Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile”.
A chi si rivolge il Pontefice con questo diktat assiomatico che è punto di partenza per dedurre altre verità e costruire complessità e teorie?
Si rivolge a noi, a tutti noi in una visione multiculturale e multi-religiosa, e tra tutti i “NOI” si trova anche la sua chiesa, la chiesa di cui lui è Pastore e che in un momento così pieno di nuovo non può smarrirsi. È la sua Chiesa che deve mantenere scienza e coscienza, sentirsi forte e tranquilla perché nella teoria della fede, per Leone Pontefice e Pastore “… noi cristiani alziamo gli occhi verso il Dio che si è fatto carne, sapendo che solo nel mistero del verbo incarnato, trova vera luce il mistero dell’uomo”.
È qui e con questo NOI che egli propone l’identità e la specificità cristiana, collocandola nel dialogo tra chi e con chi rappresenta “ogni generazione”.
È un assioma rivolto da Leone Cristiano a tutti i NOI, laici e credenti, agnostici e praticanti, ma anche ai tanti che oggi negano la realtà, il mutare fisico, culturale e tecnologico del mondo, per perseguire e perpetrare gli interessi dei propri IO, pronti a nascondere sotto la sabbia il pericolo: “… su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.”
Leone continua il suo incipit rimanendo il predicatore di tutti, che parla dalla sua cattedra e da lì, con tutta l’autorità che avvolge la sua figura, ricorda in primis alla sua Chiesa che “… là dove l’umanità corre il pericolo di smarrire il proprio volto, noi cristiani alziamo gli occhi verso Dio che si è fatto carne sapendo che ‘solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo’”. Ed è su questa specificità che si intreccia tra pastori e greggi il primo dialogo nella complessità e nelle differenze.
E il Pontefice Pastore sa che sui territori, nelle società e nelle pieghe della società le mutazioni sono tante, che ci si può smarrire, che possono essere scelte nicchie di comodo, che le incertezze e l’incultura, come la mancanza di conoscenza, di cui i soggetti non hanno colpa, possono creare incertezze e, come monito ai suoi pastori sul territorio, continua: “Desideriamo entrare in dialogo, con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande, alle aspirazioni dell’umanità.”
Il Pastore esorta ancora: “Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti”.
Il Papa pastore e agostiniano, che persegue il solco della patristica, con questa Enciclica ha costruito non solo la prospettiva ma anche il punto di fuga e di convergenza indicando dove la sua chiesa dovrà dirigersi per continuare a svolgere la sua opera pastorale e di partecipazione culturale, sociale e morale nel mondo sia cattolico che laico, sia multireligioso che multiculturale, sia soggiogato dalle tecnologie che libero nella sua coscienza critica.
I pastori della Chiesa devono stare in mezzo agli altri, non devono nascondersi in nicchie sicure, fuori dai mille problemi e dai mille dubbi che queste tumultuose mutazioni ci propongono e ci impongono.
Il Pontefice ricorda il suo predecessore Leone XIII attraverso queste parole: “… egli rispondeva con realismo e sapienza che l’annuncio del Vangelo non può dimenticare la vita concreta dei popoli”. E poi dà un messaggio di forza: “Oggi la dottrina sociale della chiesa è un patrimonio di saggezza, ove troviamo principi per pensare, criteri per discernere e giudicare, orientamenti concreti per agire”, e da laico ma non agnostico, aggiungo che la dottrina sociale della Chiesa è un patrimonio di tutti, sia dei laici che dei religiosi.
Il messaggio è chiaro: nella società dobbiamo esserci e svolgere la nostra azione di cultura e, per il suo gregge, di fede. Esorta la sua chiesa ad esserci perché, come ricorda Papa Francesco, “… non possiamo ignorare che l’energia nucleare, la biotecnologia, l’informatica, la conoscenza dello stesso DNA … danno a coloro che detengono la conoscenza e soprattutto il potere economico per sfruttarla, un dominio impressionante sull’insieme del genere umano e del mondo intero”.
Leone parla di coscienza critica e di conoscenza tecnica, di struttura e di morale, di economia, di benessere materiale e spirituale su categorie che appartengono sia all’uomo laico sia al credente e ai credenti, indica i valori di arrivo verso cui tutti possiamo convergere a prescindere dalle “partenze” e che comunque devono dialogare, anche se con motivazioni diverse, sull’obiettivo: il bene sociale e il predominio del NOI sull’IO.
È un’Enciclica scritta per il mondo plurale e complesso ed è rivolta in primis ai suoi pastori per indicare i modi, le forme necessarie e utili per partecipare con efficacia e risultati al divenire di questa società, di questo periodo storico denso di mutazioni e complessità, di modificazioni degli assetti sociali e del potere, matrice di divisioni, povertà e sudditanza nei suoi meccanismi di formazione e distribuzione della ricchezza.
Le prime righe dell’Enciclica sono indicative ed è su queste che devono essere costruiti i bastoni pastorali. In fondo è un’Enciclica che, se pur rivolta a tutti, vuole indicare ai suoi pastori le vie conoscitive e morali che essi devono percorrere e praticare.
Su questo elemento non possono esserci dubbi e dopo aver stigmatizzato la differenza tra comunione e omologazione, riporta la storia di Neemia, “… ebreo al servizio del re Persiano Artaserse” che per ricostruire Gerusalemme “… non impone soluzioni dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi, fronteggia le opposizioni. Il racconto mostra come la città rinasca non grazie all’iniziativa di una singola persona ma la responsabilità condivisa di tutto il popolo … è un’opera che … ricostruisce i legami prima ancora che le pietre”.
Leggiamo un testo talmente ricco che riusciamo ad estrapolare, a puntualizzare, a togliere dall’alveo della complessità del pensiero e dell’esposizione, solo quello che più ci si cuce addosso e per me sono sia la ricostruzione di Gerusalemme sia i temi che riguardano i cambiamenti strutturali e tecnologici.
Nell’Enciclica trova ampio spazio il tema dell’intelligenza artificiale e l’urgenza che essa non diventi il decisore o il principale elemento di governo delle guerre, dell’economia e dei processi culturali, formativi e cognitivi.
Su questo Leone XIV indica regole pratiche e linee d’azione.
Bisogna impedire che pochi colossi privati abbiano il monopolio dell’intelligenza artificiale, dei sui algoritmi e delle banche dati su cui nascono e che alimentano. Il monopolio dei dati è potere, e non può diventare potere dell’IO. Anche qui dobbiamo realizzare il NOI favorendo la conoscenza sociale e inserendo la gestione dei dati nella pluralità delle culture.
Sull’intelligenza artificiale vanno costruite regole internazionali e sistemi di governo condivisi con la cooperazione tra Stati e Istituzioni Sovranazionali. Tutti devono cooperare per raggiungere sistemi di tutela reali per i NOI. E poi si alza alta l’allerta: l’intelligenza artificiale non deve diventare strumento e mezzo per la manipolazione degli individui e delle coscienze, per l’omologazione e l’asservimento, per il dominio dell’IO e l’asservimento (culturale e strutturale) dei NOI.
Il Pontefice prosegue ponendo l’attenzione sul rifiuto della guerra e sul conseguente auspicio per cui l’IA va regolata con la stessa severità del disarmo nucleare. E ancora, sul grande pericolo delle banche dati create e usate dall’intelligenza artificiale serve il controllo sociale e culturale e la condanna dei criteri decisionali automatizzati.
Infine abbiamo l’auspicio che si abbandoni l’antropomorfizzazione delle macchine. L’Intelligenza Artificiale va conosciuta e riconosciuta per e nella sua artificialità, prodotto tecnologico figlio della ricerca della cultura dell’uomo, e incapace di coscienza, empatia e comprensione relazionale.
