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La difficile sfida per dare “garanzia” ai giovani

La recente riforma del marcato del lavoro (legge 92/2012) prevedeva una delega al Governo per il riordino delle competenze in materia di politiche attive e servizi per il lavoro (articolo 4 comma 48). La delega non è stata esercitata ma l’esigenza di aumentare la qualità e l’efficacia degli strumenti esistenti rende la prospettiva di riordino tanto necessaria quanto urgente,  soprattutto alla luce delle misure introdotte per favorire l’occupazione giovanile ed ampliare la platea dei beneficiari di sostegni al reddito. 

Le recenti disposizioni approvate dal Parlamento (legge 99/2013) sono quindi destinate ad aumentare lo stress sulle attuali infrastrutture su cui poggiano le politiche attive, sulle quali, come è noto, il nostro paese investe assai meno della media europea. Nel 2011  l’Italia ha speso per i servizi pubblici per il lavoro circa 485 milioni di euro contro i 5,8 miliardi spesi dalla Francia, gli 8,8 miliardi della Germania, i 5,5 miliardi del Regno Unito e gli 1,3 miliardi spesi dalla Spagna. E se si considerano tutte le misure di politica attiva (inclusa la formazione professionale  e l’apprendistato), con una spesa pari allo 0,3% del PIL, l’Italia è tra i paesi più avari dell’Unione. E la crisi non c’entra. 

Il gap in termini di investimenti sui servizi pubblici per l’impiego e  sulle politiche attive nei confronti dei principali paesi europei comincia molto prima che la crisi economica si manifestasse. In questo quadro di risorse scarse e senza quella riforma che la legge Fornero aveva previsto, affrontare le sfide che ci attendono è arduo.  Il modello di intervento della Garanzia Giovani, richiederà, ad esempio,  uno sforzo organizzativo, un livello di cooperazione tra gli attori competenti (nazionale e regionale) e soprattutto un impegno per le strutture di servizio e formazione senza precedenti per il nostro Paese. 

Fino ad oggi  la principale esperienza di innovazione e cooperazione inter istituzionale  è stata realizzata attraverso l’Accordo tra Stato e Regioni per la gestione degli ammortizzatori in deroga,  che ha permesso, in quattro anni a circa 600 mila lavoratori beneficiari, di  accedere alle misure di politica attiva. Tale programma, tuttavia, appare poca cosa se confrontato con i numeri e le difficoltà legate alla realizzazione della Garanzia Giovani. 

Essa si propone, come è noto, di garantire a tutti  i giovani tra i tra i 15 ed i 24 non occupati, non in formazione e nemmeno inseriti in percorsi di istruzione, che si iscrivano al un CPI, di ricevere entro quattro mesi almeno una delle seguenti opportunità: 

  1. a)un’offerta di lavoro, eventualmente accompagnata da un bonus occupazionale per l’impresa;
  2. b)un’offerta di contratto di apprendistato, anche da svolgersi all’estero con il supporto della rete Eures;
  3. c)un’offerta di tirocinio (accompagnata o meno da una borsa di tirocinio) presso un’impresa, un’organizzazione non-profit, una pubblica amministrazione;
  4. d)una proposta di iscrizione al servizio civile.;
  5. e)l’accompagnamento in un percorso di avvio d’impresa;
  6. f)l’inserimento o reinserimento in un percorso di formazione o istruzione per completare gli studi o specializzarsi professionalmente.

 

Il finanziamento comunitario per essere erogato, in questo caso, è non vincolato alla generica partecipazione dei giovani a programmi di politica attiva ma al risultato, ossia all’effettivo inserimento professionale o all’acquisizione di un titolo o  una qualifica professionale riconosciuta. Per avere un idea dell’impatto potenziale di tale programma sulla rete dei servizi di intermediazione e formazione regionale   è utile richiamare le dimensioni della platea di riferimento. 

I giovani NEET  tra i 15 ed i 24 anni sono in Italia 1,2 milioni e rappresentano il 21% degli appartenenti alla stessa classe di età,  contro il 13,2%. media europea, ossia la quota più alta tra i 27 paesi dell’Unione. 600 mila hanno interrotto gli studi e non hanno qualifica professionale  e il fenomeno assume pesi molto diversi sul territorio nazionale: la metà dei NEET si concentra nel Mezzogiorno (55%), il 30% nel Nord e il 15% nel Centro. Assicurare a questa platea, per quanto gradualmente,  l’esigibilità della “garanzia” significherà, soprattutto nelle regioni del centro sud, dove si concentra la quota più rilevante del bacino,  introdurre livelli di innovazione nella gestione operativa dei servizi e delle politiche attive mai sperimentati in passato. 

Ma la sfida riguarda anche le regioni del Nord, soprattutto nelle grandi aree urbane metropolitane dove la “questione giovani” è ormai divenuta un’ emergenza. Senza contare che presto, le Regioni oltre alla gestione della Garanzia giovani, saranno chiamate ad affrontare  la questione della partecipazione  dei lavoratori percettori di ASPI e Mini ASPI alle politiche attive (circa un milione di lavoratori  ogni anno), condizione essenziale affinché le nuove indennità di disoccupazione risultino sostenibili. 

L’esperienza europea ci insegna che senza la partecipazione a programmi di politica attiva, il sostegno al reddito si trasforma in assistenzialismo che spesso copre il lavoro nero.  Aumentare i livelli di occupabilità di giovani e disoccupati  significa, quindi, migliorare i servizi di intermediazione, razionalizzare la formazione e soprattutto realizzare  nuovi modelli di governance che garantiscano piena integrazione tra politiche attive e sostegni al reddito. Soprattutto nei  paesi di impianto autonomistico o federale, proprio per coniugare le competenze dello Stato (di solito nell’erogazione di sussidi) e quelle delle autonomie regionali (la gestione delle politiche attive) sono state realizzate delle Agenzie  con il compito di gestire in modo integrato le funzioni di intermediazione, sostegno al reddito e formazione, anche con il contributo di operatori privati e del privato sociale,  valorizzando le sinergie tra fonti di finanziamento comunitarie,  nazionale, regionale. Questa ipotesi era già stata avanzata nel documento di accompagnamento alla riforma Fornero, ma indipendentemente  dalle scelte di natura istituzionale nel riordino delle politiche attive e dei servizi (che pure, prima o poi, dovra essere fatto),  è indubbio che senza una forte cooperazione inter istituzionale  tra Ministero e Regioni  e senza una accelerazione del processo di  innovazione dei servizi e delle politiche attive difficilmente gli obbiettivi indicati potranno essere raggiunti.

 

 (*) Responsabile Ufficio studi Italia Lavoro SpA

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