Ankara chiama Torino. E Torino, città anche della Difesa, può rispondere. Il recente vertice della Nato ha confermato il cambio di paradigma dell’Alleanza. Non è più soltanto un’alleanza politico-militare fondata su principi ideologici condivisi, ma anche un sistema economico e industriale nel quale l’Europa è chiamata ad affrancarsi dalla dipendenza dagli Stati Uniti nel settore della difesa e della sicurezza.
Questo chiama in causa non solo il comparto militare in senso stretto, cioè gli armamenti, ma amplia il concetto stesso di difesa e protezione: del territorio, dello spazio, dei dati e della conoscenza. La formazione STEM, i Politecnici, la fisica, la chimica, la meccanica e l’informatica costituiscono la base di una preparazione tecnico-scientifica indispensabile per consentire ai nostri giovani di contribuire, in molti ambiti, alla tutela del patrimonio di conoscenze e della cybersicurezza, a partire dalla protezione dei dati personali fino a quelli delle istituzioni.
Ha ragione chi contesta, contro ogni strumentalizzazione da comizio o da salotto televisivo, che il pericolo di un’invasione russa non esista. Infatti, solo uno stolto o un bugiardo può immaginare attacchi missilistici su Roma. Tuttavia, la storia insegna che gruppi terroristici possono agire per conto di Stati canaglia o di dittature interessate a destabilizzare aree geografiche vicine all’Europa.
Tutti conosciamo la forte presenza russa in Libia, che impedisce la stabilizzazione politica e militare di un Paese affacciato sul Mediterraneo, di fronte ai Paesi Nato e direttamente prospiciente l’Italia. La Russia, dunque, non è presente soltanto ai confini orientali dell’Alleanza, ma anche sul fianco meridionale dell’Europa, di fronte alle nostre spiagge. Da Tripoli a Capo Passero, in Sicilia, ci sono meno di 500 chilometri in linea d’aria.
Non bisogna poi dimenticare l’espansione russa nell’Africa centrale né sottovalutare la presenza della Turchia, anch’essa radicata in Libia e nel Corno d’Africa. Finalmente l’uomo bianco occidentale, colonialista, è stato cacciato dall’Africa, ma è stato tragicamente sostituito da russi e turchi. E, sebbene la Turchia faccia parte della Nato, continua a perseguire una propria politica espansionistica. Se Putin coltiva il progetto della Grande Russia, dopo aver invaso Cecenia, Georgia e Ucraina, Erdogan rincorre il sogno della rinascita dell’Impero ottomano, dal Caucaso alla Libia.
Un drone russo Shahed, o Geran, può colpire bersagli compresi tra i 700 e i 2.500 chilometri di distanza. Bolzano dista appena 1.295 chilometri da Tripoli. È la geografia a determinare la deterrenza come sistema di difesa.
Per molti aspetti Ankara ha mostrato le due anime della Nato. Una continua a parlare il linguaggio della deterrenza e dell’articolo 5. L’altra parla sempre più quello della capacità industriale, del procurement, dei tempi di produzione, della leva finanziaria, delle catene di fornitura e dell’interoperabilità tecnologica. Ed è proprio su questo terreno che serve una maggiore interoperabilità industriale tra i Paesi europei, utilizzando il programma SAFE, il cui impiego il governo continua a rinviare dopo averne richiesto l’attivazione per 14,9 miliardi di euro.
Donald Trump vuole ridurre la presenza e le spese militari statunitensi in Europa, scelta che dovrebbe soddisfare tutti i pacifisti. Al tempo stesso, però, pretende che l’Europa continui ad acquistare sistemi d’arma americani. Se la prima prospettiva può essere condivisa, la seconda no. Liberarsi progressivamente dalla dipendenza dagli Stati Uniti, anche nell’ipotesi di un futuro presidente democratico – i primi segnali di disimpegno erano già emersi con Barack Obama – rappresenta un’ottima prospettiva politica e industriale. Ma richiede tempo e un percorso graduale, fatto anche di passaggi apparentemente contraddittori, purché coerenti nella direzione.
L’Europa dipende ancora fortemente dagli Stati Uniti nell’intelligence, nella sorveglianza e nella ricognizione (ISR), con evidenti limiti nelle capacità satellitari, nella geolocalizzazione e nella gestione delle comunicazioni criptate. È inoltre debole nei sistemi d’arma complessi e nelle dotazioni strategiche ad altissima tecnologia, come i caccia di quinta generazione e l’hardware dei sistemi di difesa integrata. Difetta anche nella logistica e nei trasporti: gli Stati Uniti garantiscono infatti la capacità di “proiezione di forza”, attraverso aerei cargo strategici e gruppi portaerei indispensabili per spostare rapidamente uomini e mezzi nei teatri operativi. Senza dimenticare la deterrenza nucleare.
Servono tempo, risorse, competenze, industria e tecnologia. Ma da questo investimento possono derivare occupazione, autonomia operativa, crescita del sapere e sviluppo economico. La decisione di dieci Paesi europei di costruire uno scudo antimissile a scopo esclusivamente difensivo rappresenta un primo passo lungo un cammino che sarà inevitabilmente complesso e non privo di contraddizioni. Favorirà l’integrazione tra le industrie europee della difesa, già oggi impegnate in importanti collaborazioni transnazionali, e aumenterà l’autonomia tecnologica rispetto agli Stati Uniti.
La Difesa comune europea e, un domani, un Esercito europeo potranno nascere solo attraverso una produzione europea dei sistemi d’arma, capace di garantire indipendenza tecnologica e standardizzazione, affinché gli eserciti nazionali parlino lo stesso linguaggio e utilizzino sistemi compatibili.
In questo percorso il contributo dell’Ucraina è fondamentale, anche in prospettiva del suo futuro ingresso nell’Unione Europea. Kiev ha maturato una straordinaria esperienza nell’impiego dei droni e ha dimostrato come, anche in un conflitto che nessuno auspica, sia possibile limitare il più possibile le perdite umane, comprese quelle dei militari.
Torniamo allora al punto di partenza. Serve il SAFE. Non rappresenta ancora la Difesa europea, ma costituisce “un passo nella direzione giusta”, come hanno scritto tredici esponenti dell’opposizione, da Benedetto Della Vedova a Graziano Delrio, firmatari di una lettera-appello al governo Meloni.
In realtà, quella lettera dovrebbe essere indirizzata anche ai segretari dei partiti di opposizione, spesso molto refrattari alla complessità del percorso verso una Difesa comune europea e ancora ancorati a slogan ideologici ormai scollegati dalla realtà. Un modo, questo, per sottrarsi alle proprie responsabilità.
La richiesta è quella di puntare sul SAFE, lo strumento europeo che, attraverso l’emissione di
Eurobond, mette a disposizione degli Stati membri prestiti comuni destinati a rafforzare le capacità di difesa mediante programmi condivisi. Perché, scrivono i firmatari, «noi siamo favorevoli alla difesa comune europea da decenni, ben prima che diventasse una formula condivisa.
Proprio per questo riteniamo un errore contrapporre il SAFE alla difesa comune. Lo strumento non realizza quell’obiettivo, ma lo avvicina: incentiva gli acquisti congiunti, favorisce l’innovazione tecnologica in più settori, rafforza la base industriale europea puntando, dove possibile, sul Buy European, crea interessi comuni e una maggiore interoperabilità tra le forze armate».
Con questo spirito Torino può rispondere ad Ankara facendo leva sulle proprie competenze: sul sistema scolastico, con istituti tecnici di eccellenza come l’Avogadro e il Grassi; sul Politecnico; e sul suo articolato comparto industriale della difesa, dove ogni giorno centinaia di giovani diplomati e laureati acquisiscono competenze, sviluppano professionalità e contribuiscono a migliorare continuamente i prodotti realizzati.
Non credo siano tutti guerrafondai. Sono soprattutto giovani, uomini e donne, impegnati a costruire il proprio futuro. Vale ancora il vecchio motto di chi ha lavorato nelle aziende della difesa: «Realizziamo prodotti di eccellenza con la speranza di non doverli mai usare». Un’affermazione apparentemente contraddittoria che, a ben riflettere, è un programma politico. E, prima ancora, un’espressione di autentica saggezza operaia.
