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Nonno alle Poste, alle prese con il sig. SPID*

E’ un mercoledì mattina di pioggia battente. Sono in posta, perso nel mio isolamento digitale con le cuffie nelle orecchie, aspettando il mio turno con in mano il biglietto C32 mentre il display luminoso è fermo sul C14 da un’era geologica. L’aria odora di ombrelli bagnati e frustrazione collettiva.

Allo sportello c’è un signore anziano. Avrà 83 anni, portati con un’eleganza che oggi ci sogniamo. Cappotto di velluto a coste, coppola tra le mani, schiena dritta. Si chiama Giuseppe. Dall’altra parte del vetro antiproiettile c’è l’impiegata. Sguardo completamente svuotato di ogni scintilla vitale, dita che martellano la tastiera a duecento all’ora, empatia pari a quella di un casello autostradale automatico.

La voce dell’impiegata supera il rumore di fondo della sala: “Signore, gliel’ho ripetuto tre volte. Il cedolino della pensione cartaceo non lo diamo più. Deve scaricarlo dal sito dell’INPS. Le serve lo SPID.”

Giuseppe stringe il manico del suo ombrello. La mano gli trema leggermente. “Signorina… io ho la mia carta d’identità. Questa di carta. C’è la foto, il timbro del Comune. Sono io, mi veda.”

L’impiegata fa un sospiro così forte che fa volare via due post-it dalla scrivania. “Non vale niente quello che dice lei. Ci vuole l’identità digitale. Ce l’ha lo smartphone?”

Giuseppe infila la mano in tasca e tira fuori un reperto archeologico: un vecchio Brondi a tastoni giganti, uno di quelli che se ti cade per terra scheggia la mattonella ma non si fa un graffio. “Io ho questo.”

“E non va bene. Deve scaricare l’app, serve l’autenticazione a due fattori, lo scanner facciale, la mail. Avanti il prossimo, per favore!”

Dietro di me, i soliti leoni da fila indiana iniziano a sbuffare. “E dai, che devo tornare a lavoro!”, “Possibile che vengano sempre la mattina a bloccare tutto questi vecchi?”.

Giuseppe si gira a guardarci. Nei suoi occhi non c’è rabbia. C’è solo uno smarrimento totale. È lo sguardo di un uomo che si sente un clandestino a casa sua. Di uno che ha lavorato quarant’anni in un cantiere, pagando le tasse, e all’improvviso scopre di essere diventato un fantasma, cancellato dal mondo perché non è un “utente verificato dal sistema”.

Guardo il mio smartphone da mille euro. Guardo il suo Brondi. Guardo lui e penso a mio nonno. Mi tolgo le cuffie, esco dalla fila e mi avvicino al vetro.

“Scusi,” dico all’impiegata, “ci penso io. Lo aiuto col mio telefono.”

Lei mi fissa mezza schifata e fa spallucce: “Faccia pure, basta che vi sbrigate.”

Porto Giuseppe in un angolo, sul tavolino dove di solito la gente compila i bollettini sbagliando le cifre. Inizia il delirio.

Giuseppe non ha una mail, ovviamente. Gliene creo una io al volo. giuseppebianchi.1941@…

“Giuseppe, mi serve una password,” gli dico.

“Metti il nome di mia moglie. Agnese.”

Digito. Il sistema mi blocca: Password troppo debole. Inserire una lettera maiuscola, un numero, un carattere speciale e una piuma di fenice.

Diventa: Agnese!41. Lui se la segna su un pezzetto di carta rubato dalla borsa della spesa, con la mano che trema. “Non me la ricorderò neanche se me la tatuo sul braccio,” mi sussurra.

Poi arriva il momento tragico del riconoscimento facciale. L’app mi chiede di inquadrare il suo viso. “Giuseppe, guardi qua dentro”. Lui fissa la fotocamera frontale dritto negli occhi, rigido come una statua di sale, trattenendo il respiro. L’app dice: Avvicinarsi. Mi avvicino. L’app dice: Sorridere.

“Giuseppe, deve fare un sorriso!”

“Ma cosa c’è da ridere?!” mi risponde lui, esasperato.

Alla fine, dopo dieci minuti di smorfie, l’algoritmo si arrende per sfinimento e accetta la sua espressione rassegnata.

Arriva il codice via sms. Lo inserisco. Entriamo nel portale. Trovo la sezione del cedolino e lo mando in stampa collegandomi alla rete Wi-Fi delle poste. La stampante dietro di noi sputa fuori tre fogli.

Glieli metto in mano. La magia. È carta. È roba che si può toccare, piegare, infilare nel portafogli. Il mondo astratto dei server è tornato a essere materia fisica. Il viso di Giuseppe si rilassa istantaneamente.

“Ecco,” sussurra guardando i numeri stampati, accarezzando il foglio. “Adesso so che mi hanno pagato. Adesso sono vivo.”

Usciamo dalle Poste (la mia raccomandata l’ho lasciata perdere, ci tornerò un altro giorno, chi se ne frega). Giuseppe mi trascina di peso nel bar di fianco per offrirmi il caffè.

Mentre gira il cucchiaino nella tazzina, mi guarda e mi dice una frase che mi ha ribaltato:

“Sai Marco, in televisione dicono che tutta questa tecnologia ci semplifica la vita. A me sembra che mi abbia solo tolto il nome. Prima io andavo allo sportello e il direttore mi salutava. Sapeva chi ero. Sapeva che avevo fatto il muratore, che ho due nipoti, che ho costruito mezza città. Bastava la mia faccia e una stretta di mano. Oggi, per quella scatola luminosa, io non sono Giuseppe. Sono una password. E se perdo quel foglietto, per lo Stato italiano io smetto di esistere.”

Bevo il caffè. È amaro, e lui ha maledettamente ragione. Abbiamo creato un mondo super efficiente, velocissimo, ma ci siamo dimenticati di costruire la rampa d’accesso per chi è rimasto indietro. Abbiamo digitalizzato la burocrazia, ma abbiamo formattato l’umanità.

Ci salutiamo fuori dal bar. Mi stringe la mano. Una morsa da lavoratore vero, ruvida, calda e potente. Lì non serve l’autenticazione a due fattori per capire che uomo hai davanti.

Tornando a casa gli ho plastificato il pezzetto di carta con scritto “Agnese!41” usando il nastro adesivo trasparente, e gliel’ho infilato in tasca. Perché va bene lo SPID, va bene il cloud e la transizione digitale, ma a volte l’unico modo per ricordare alla gente che esiste ancora, è fermarsi dieci minuti per aiutarla sotto la pioggia, senza chiedere niente in cambio.

*#storierealimaancheno

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