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Per adesso, nessuna discontinuità.

Cambiano i linguaggi, la rapidità di intervento e si sceglie di abbandonare qualsiasi forma di dialogo sociale. Ma la sostanza, per ciò che attiene i provvedimenti sul lavoro non appare in discontinuità con l’assillo imperante che ha accompagnato il legislatore dagli inizi del nuovo secolo: cambiare le regole e liberalizzare le tipologie contrattuali poiché la tutela va ricercata nel mercato e non nel contratto.

Inutile sottolineare che dopo le dichiarazioni stroboscopiche su contratto unico e fine della precarietà, dopo tanto parlare di flexecurity e di riforme epocali, il decreto legge n.34/14 è ben altra cosa.

Si dirà “provvedimento emergenziale per il resto c’è la delega”. Intanto c’è il decreto che complicherà e non poco, la vita a imprese e lavoratori, perché se l’obiettivo era diminuire il contenzioso, i nuovi contratti non sono certo esenti da questo rischio.

Ci appare invece molto netta la volontà di procedere al compimento di un disegno iniziato dalla legge 92/12, su cui poi sono intervenuti una serie di decreti tra cui il D.L. 76/13, ed ora D.L. 34/14 cioè la liberalizzazione del contratto a termine attraverso l’estensione della acausalità e il numero elevato di proroghe. 

Tale fattispecie così riformata rischia di cannibbalizzare in pejus tutte le altre forme compreso un eventuale contratto a tutele crescenti che si dovesse introdurre con la delega sul lavoro che dovrebbe contenere appunto l’ipotesi di “un nuovo codice semplificato del lavoro”. Così come la revisione dell’apprendistato, come ipotizzata, farebbe decadere la sua natura di contratto a causa mista.

Il decreto legge 34/14 ‘Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell’occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese’, pubblicato in gazzetta ufficiale, per la Cgil va cambiato, perché così com’è aumenterà la precarietà invece di ridurla.

Tra i punti di criticità contenuti nel decreto, su quali il sindacato chiede a Governo e Parlamento un cambiamento vi sono : 1) va radicalmente modificato il comma 1 dell’art. 1 del Decreto Legislativo n. 368 del 2001, prevedendo che i contratti a termine, che estendono da 12 a  36 mesi la durata del contratto di lavoro a tempo determinato per il quale non è richiesta la causale e che prevedono ben 8 proroghe, sanciranno di fatto il principio della ricattabilità costante dei lavoratori, che possono vedere il loro contratto non prorogato, anche in assenza di un giustificato motivo, non essendoci obbligo di causale e per qualsiasi tipo di mansione, senza avere in cambio nessuna forma di sicurezza, ma vedendo semplicemente esteso a tre anni il periodo di prova; 2)  inoltre le modifiche hanno dei riflessi anche sul contratto di somministrazione a tempo determinato, soprattutto in termini di ragioni giustificative indicate nel contratto di lavoro a giustificazione del termine apposto al contratto.

Sul punto che riguarda l’apprendistato viene meno il principio della causa mista, prevedendo il contratto di apprendistato  in cambio di agevolazioni per le imprese sui costi del lavoro, la certezza per il lavoratore di formazione finalizzata all’acquisizione di competenze e di una qualifica o di un diploma formativo; intervenendo rendendo non obbligatoria la forma scritta del piano formativo e meno certa la formazione trasversale, cosa rimane? Solo le agevolazioni per le imprese, che non hanno nemmeno l’obbligo di confermare almeno una quota di apprendisti per assumerne altri.

Sulle altre misure contenute nel DL 34/14 in particolare, Durc e Contratti di solidarietà siamo alle solite. Sulle procedure di alleggerimento delle previsioni, sui controlli di regolarità e legalità continuiamo ad essere fortemente contrari compreso il fatto che finché non si reintroducono gli indici di congruità e si potenziano i servizi ispettivi parlare di lavoro regolare sarà sempre più arduo. Per ciò che riguarda i contratti di solidarietà, per la Cgil si sfonda una porta aperta; abbiamo sempre detto che quello è uno strumento da prediligere rispetto al complesso degli ammortizzatori sociali che intervengono in costanza di rapporto di lavoro. Rimane però aperto il nodo finanziamenti; ad oggi infatti le risorse della legge di stabilità sono già esaurite, e del ripristino dell’integrazione all’80% ridotta al 70% e del rifinanziamento dei due istituti i contratti di solidarietà espansivi oltre che quelli difensivi.

Nel complesso il decreto sembra intervenire sulla domanda già esistente che come sappiamo non è sufficiente a compensare l’offerta disponibile sul mercato del lavoro.

Ma il tema all’ordine del giorno del nuovo Governo non era dare una risposta al 42% di disoccupazione giovanile?

E per quei lavoratori over espulsi dal mercato del lavoro, che hanno esaurito gli ammortizzatori e che difficilmente troveranno un’occupazione fino al raggiungimento dei requisiti anagrafici per il pensionamento, cosa facciamo?

Torniamo al tema cardine di qualsiasi politica per il lavoro. Le regole si misurano con il contesto economico e sociale, in questo caso come nei precedenti rischiano di aumentare la disgregazione sociale e l’impoverimento del lavoro.

Creare lavoro è la priorità; come farlo, lo abbiamo indicato nel Piano del Lavoro.

Occorrono però profonde modifiche delle politiche del lavoro che non sono riducibili alla sola regolamentazione dei contratti atipici, che andrebbero ridotti e resi più sicuri.

La svolta che manca, che in Europa da anni ha accompagnato i disegni riformatori, riguarda la funzione proattiva delle politiche del lavoro.

La Cgil ha presentato tre proposte di riforma organica : Ammortizzatori sociali in senso universale, Riforma della Formazione Professionale, Riforma dei Servizi pubblici per il Lavoro.

Bisogna affrontare il nodo di un mercato del lavoro che nella competizione globale è in continua transizione, in ragione del cambio repentino dell’orientamento dei consumi, delle produzioni, dell’innovazione  e che quindi, per essere reso “sicuro”, ha bisogno di essere accompagnato nelle sue varie fasi : all’ingresso con orientamento e collocamento, nella discontinuità con ammortizzatori universali, nella rioccupazione con politiche attive, nella qualificazione costante in una vita lavorativa che si allunga con formazione continua di qualità, con la definizione di politiche contrattuali che tengano conto delle diverse tipologie e le riunifichino dal punto di vista dei diritti concorrendo insieme al sistema dei controlli al contrasto ad ogni forma di sfruttamento.

Le misure sull’apprendistato, intervenendo oltretutto sul depotenziamento della formazione trasversale, sono un duro colpo al consolidamento del sistema di apprendimento permanente e della certificazione delle competenze oltre che sulla efficacia del diritto/dovere e sulla necessaria opportunità di investire nelle forme di alternanza scuola/lavoro, di cui l’apprendistato è solo una delle tante forme possibili.

Anche da questo punto di vista le bozze di Delega al Governo che circolano in queste settimane e le dichiarazioni dei Ministri competenti fanno presagire che i contenuti di quello che si paventa come un intervento più organico rischiano di riassettare ancora una volta alcuni capitoli senza una visione d’insieme che metta le politiche del lavoro al centro di una diversa politica di sviluppo in cui il capitale umano non è elemento di svalutazione competitiva ma valore aggiunto e fattore di produttività.

A partire dal tema degli ammortizzatori sociali in cui il disegno in luce appare manchevole di universalizzazione non facendo la scelta di estendere il modello assicurativo ma mantenendo in piedi il sistema ordinario, il regime dei fondi di solidarietà e sulla disoccupazione ridisegnando la “naspi” senza tener conto di quali sono stati i limiti già ad oggi evidenziati su aspi e miniaspi.

La prospettiva della piena occupazione sembra argomento da secolo breve, cambiamenti tecnologici e politiche di austerità hanno ridotto strutturalemente gli occupati nei servizi pubblici e nel privato. Ma questa prospettiva non è incontrovertibile, si tratta di fare scelte di politica economica espansiva che redistribuiscano risorse su capitoli che non sono derubricabili come “aumento di spesa pubblica” perché si chiamano sostegno alla politica industriale, garanzia dei diritti di cittadinanza e nuovo welfare, piano nazionale della ricerca e messa in sicurezza del territorio.

La crisi ha prodotto una stratificazione di “esclusi” che sono portatori di bisogni diversi a cui va data risposta con nuove e più efficaci politiche del lavoro, certo poi si può anche dire che a quarantanni magari un ingegnere è contento di entrare nel mercato del lavoro con un periodo di prova di tre anni ma se questa è la traduzione di “cambiare verso”, siamo di nuovo alla vecchia ricetta delle politiche neoliberiste senza neanche la gamba delle protezioni assicurative della flexecurity, e potremmo dire che il “verso” non solo non è cambiato ma non è neanche quello giusto.

Rimangono poi due interrogativi che approfondiremo nelle prossime settimane: il primo è relativo alle modifiche al contratto di apprendistato che potrebbero così come configurate vedere qualche eccezione da parte della commisione europea per le stesse motivazioni che furono addotte sui contratti formazione lavoro e di cui la fattispecie di contratto a causa mista disciplinato nel TU 167/11 era una soluzione, evitando che le agevolazioni su un contratto a contenuto formativo fossero interpretati come aiuti alle imprese intervenendo vincoli sulla stabilizzazione e sul piano formativo; l’altro riguarda l’acausalità  estesa dei contratti a termine combinata con un numero elevato di proroghe: l’incentivazione dei contratti a termine si configurerebbe come una violazione del principio del contratto a tempo indeterminato come forma comune del rapporto di lavoro così come disciplinato dalla normativa comunitaria e laddove interrotto e non prorogato un contratto acausale di durata così estesa farebbe decadere l’altro principio cioè quello di dover avere un motivo oggettivo nel caso di licenziamento, poiché nel caso in esame non sarebbero note le ragioni dell’attivazione.

Ci sono state espressioni diverse in tal senso e la Cgil nei prossimi giorni promuoverà un approfondimento per segnalare l’urgenza e la necessità di modificare il testo del DL.34/14.

 

 (*) Segretaria Nazionale Cgil

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