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Si delinea una fase nuova in Italia e in Europa

Il 25 ottobre si sono confrontate due piazze: quella che finora (e da molto tempo) i sindacati avevano dato in concessione ai menestrelli per il concerto del Primo Maggio, e quella di una vecchia stazione ferroviaria. Questa volta, però, dal palco di piazza San Giovanni non si esibiva una pluralità di rockstar, ma la sola Susanna Camusso: mentre nell’atrio della Leopolda, nelle sale d‘attesa, negli altri spazi di una ferrovia dismessa, erano collocati una trentina di “tavoli” frequentati da giovani e ministri, parlamentari e studiosi, imprenditori e lavoratori.

Sarebbe facile contrapporre la piazza “passiva” che ascolta un comizio alla piazza “attiva” che partecipa all’elaborazione di un programma. Sappiamo tutti che non è così, perché ai tavoli della Leopolda non si è deciso nulla, e d’altra parte le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno affollato piazza San Giovanni non sono necessariamente truppe cammellate. In entrambi i casi, in realtà, si tratta di manifestazioni teatrali. Ma se il teatro è metafora della realtà, è il caso di indagare con maggiore attenzione le intenzioni delle rispettive regie.

Il significato della regia della Cgil è chiaro, e si ispira ai canoni aristotelici: unità di tempo e di spazio, trama lineare, funzione catartica della rappresentazione. In questo senso lo stesso fluire di un corteo – che è tale perché ha una meta predeterminata – la dice lunga sull’orgogliosa sicurezza di chi pensa che indietro non si torna e che c’è solo da continuare per la stessa strada: mentre l’annuncio finale di uno sciopero generale allude alla catarsi prossima ventura. Quello della Leopolda, invece, è teatro d’avanguardia: un insieme di frammenti, un’opera aperta che o si conclude con un girotondo (genere inaugurato da Schnitzler e ripreso da Nanni Moretti), oppure prevede l’intervento di un deus ex machina (come del resto capitava anche nel teatro antico).

Quale dei due generi teatrali sia più “di sinistra” è difficile dire. Certamente nelle corde del movimento operaio c’è la fiducia in un progresso lineare (Avanti! venne chiamato nel 1896 il giornale del Psi, e prima Vorswaert! quello della Spd): ma Carlo Marx, col suo rude realismo materialistico, si sarebbe fatto grasse risate vedendo i suoi seguaci navigare nell’empireo dei “diritti” invece di battersi sul terreno della conquista dei poteri (salvo amareggiarsi nel constatare che la parte più caduca del suo insegnamento, quella che pretendeva di dare un fine alla storia, ha avuto più successo dell’ancora attuale teoria del conflitto).

Per un sindacato degno di questo nome, comunque, sempre di lotta per la conquista (o la riacquisizione) di poteri si tratta: magari per  vedersi restituire, dopo una ritirata, un potere di contrattazione dell’organizzazione del lavoro ormai appaltato alla magistratura (così come, trent’anni fa, si trattò di riacquisire un potere di contrattazione salariale che ormai era stato appaltato all’Istat). E non importa se ora, come trent’anni fa, al risultato si giunge dopo una parziale sconfitta: capita di perdere, a chi non sa individuare il fronte principale e si attarda in battaglie di retroguardia come quella sull’”articolo diciotto” (tutto attaccato, come si addice a un feticcio che ormai vive di vita propria). L’importante è non perdere sul fronte principale, che è quello della crescita, vero fondamento del modello sociale europeo a difesa del quale si dice di combattere.

Da questo punto di vista non si capiscono le critiche violente alla legge di stabilità varata dal governo Renzi: a meno che non si pensi che incrementare il potere d’acquisto dei lavoratori e sgravare le imprese dalla soma dell’Irap sul costo del lavoro non serva a rilanciare un po’ l’economia (ed a meno che, s’intende, non si vogliano seguire i pifferai magici dei “beni comuni” nei Campi Elisi della “decrescita felice”). E si capisce ancora meno la soddisfazione con cui (anche a sinistra) è stata accolta la famosa lettera della Commissione europea.   

La verità, infatti, è che quando Renzi, in Senato, ha mandato preventivamente a quel paese la Commissione (uscente) Barroso-Tajani, ed ha contestualmente dettato l’agenda alla Commissione (entrante) Juncker-Mogherini, l’aula di Palazzo Madama avrebbe dovuto riservargli lo stesso consenso bipartisan con cui l’aula di Montecitorio accolse le comunicazioni di Craxi su Sigonella. E non solo, in questo caso, per il dovuto rispetto della sovranità nazionale: perché Renzi ha indicato l’unica possibile via d’uscita dalla crisi europea.

Anche per questo, del resto, Renzi ha interrotto la litania di quelli che non volevano “morire socialisti” ed ha aderito al Pse (diventandone subito, peraltro, il principale azionista di riferimento): con buona pace di quanti hanno addirittura ritenuto di poter mettere in contraddizione quella scelta con la deriva “centrista” del suo governo, o si sono diffusi in discettazioni sul “partito della Nazione”.

C’è da chiedersi in che mondo vivano certi commentatori, se non in quello dei sogni della loro gioventù. Non, comunque, in quello in cui Marine Le Pen si appresta a fare un sol boccone della destra “repubblicana” francese, ed in cui Cameron e la Merkel sono incalzati da movimenti antieuropeisti sempre più aggressivi. E’ in questa Europa reale che la posizione del Ppe, benchè ancora lievemente maggioritaria nel Parlamento, diventa ogni giorno più insostenibile (e prima se ne convinceranno anche i socialisti del Nord meglio sarà per tutti). Ed è in questa Europa reale che il Pse può costituire il principale argine a una deriva di destra che altrimenti travolgerà anche i Tories e la Cdu, dopo avere già travolto Berlusconi e Sarkozy.

Perciò Renzi può permettersi di sfidare i mandarini di Bruxelles: non perché, come dicono, assomma l’incoscienza di un Giamburrasca all’irruenza di un Capitan Fracassa; ma perché ha capito che è finito il ciclo politico nel quale gli eurocrati hanno fatto il bello e il cattivo tempo, e che tocca ai socialisti aprirne uno nuovo, per rappresentare quella maggioranza di cittadini europei che crede ancora nell’Unione, e che anzi ad essa si affida per tutelare il proprio modello sociale. 

Se questa è la sfida, si fa fatica a comprendere non tanto il diciannovismo di Landini, quanto la disponibilità della Cgil a farsi strumento di manovre correntizie in seno al Pd. Anche perchè non è più il tempo  in cui, al congresso del Pds del 1997, Cofferati poteva costringere D’Alema a rimangiarsi nella replica quel Jobs Act ante litteram che aveva esposto nella sua relazione. Ora i ruoli sembrano rovesciati. E se allora la pretesa di sostituirsi al partito comunque non fece bene al sindacato, si può immaginare quali vantaggi avrà il sindacato oggi nel diventare “base di massa” di una corrente di notabili spodestati.

 

(*) Ex parlamentare e sottosegretario di Stato, dal 2009 è direttore politico di Mondoperaio.

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