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Il Sistema Informativo delle Professioni: una best practice

Il sistema produttivo italiano sta attraversando una fase di forte tensione. Diversi comparti mostrano segnali di crisi: il commercio, dove le chiusure sono aumentate del 41% su base annua a causa della concorrenza dell’e-commerce; l’automotive, alle prese con la transizione elettrica e la crescente concorrenza internazionale; alcuni segmenti della metalmeccanica e della siderurgia; il tessile-moda; il settore dei trasporti, colpito dagli effetti della crisi energetica; perfino l’edilizia, che sembra aver esaurito la spinta del Superbonus. In sintesi, oggi circa un lavoratore su quattro opera in un settore in difficoltà.

Eppure, nonostante questo scenario, il tasso di disoccupazione in Italia è sceso al 5,2%, con circa 1,3 milioni di disoccupati attivi. Parallelamente, però, l’indagine Excelsior di Unioncamere segnala che oltre il 40% delle imprese non riesce a trovare il personale necessario; nell’artigianato la quota supera addirittura il 60%.
Siamo di fronte al noto paradosso del mismatch occupazionale: da un lato persone in cerca di lavoro, dall’altro imprese che non trovano competenze adeguate. Un fenomeno sempre esistito, ma che negli ultimi anni ha assunto dimensioni molto più rilevanti.

Le cause del mismatch

La prima causa riguarda il disallineamento tra le competenze richieste dalle imprese e quelle possedute dai lavoratori. Qui emerge il rapporto ancora insufficiente tra il sistema dell’istruzione e della formazione, sia iniziale che continua, e il sistema produttivo. Negli anni non si è consolidata una cooperazione stabile capace di favorire percorsi condivisi, contaminazione culturale e progettazione congiunta delle competenze necessarie. Le esperienze di alternanza, tirocinio e formazione integrata non hanno ancora raggiunto una massa critica sufficiente.

La seconda causa è geografica. Le maggiori opportunità occupazionali si concentrano nei distretti produttivi del Nord e, in parte, del Centro Italia, mentre una quota significativa della offerta di lavoro proviene dal Mezzogiorno. A questo si aggiunge il problema salariale: il potere d’acquisto delle retribuzioni italiane è oggi inferiore di circa l’8% rispetto ai primi anni Duemila. Livelli retributivi bassi rendono più difficile la mobilità territoriale. Sarebbero necessarie politiche strutturali di sostegno alla mobilità, con incentivi al trasferimento e contributi abitativi almeno nella fase iniziale.

Il terzo nodo riguarda l’efficienza del sistema di intermediazione tra domanda e offerta di lavoro.
Il ruolo dei Centri per l’Impiego e delle Agenzie per il Lavoro
Negli ultimi anni i Centri per l’Impiego (CPI) hanno rafforzato il proprio organico, passando da circa 8.000 a 12.000 operatori. Si tratta di un investimento significativo, che tuttavia resta distante dai numeri della Francia, con circa 54.000 operatori pubblici, e ancor più della Germania, che ne conta circa 100.000.

Le attività svolte dai CPI comprendono oltre all’intermediazione:
– accoglienza, profilazione e orientamento professionale
-gestione dello stato di disoccupazione
– accesso alle politiche attive del lavoro
– servizi rivolti alle categorie fragili
– attività amministrative collegate al sostegno al reddito

Ai CPI è attribuibile una quota compresa tra il 5% e il 7% degli avviamenti al lavoro.
La parte prevalente degli inserimenti occupazionali compresa tra il 60% e il 70% è invece realizzata dalle Agenzie per il Lavoro (ApL), soggetti privati accreditati che impiegano circa 13.000 addetti. La quota restante è gestita da università, scuole superiori autorizzate all’intermediazione, consulenti del lavoro e sportelli territoriali di Comuni e Patronati.
Tutti questi soggetti operano attraverso strumenti informatici. Ed è proprio di uno di questi strumenti — probabilmente il più avanzato e forse non sufficientemente conosciuto — che vale la pena raccontarne la storia.

Come nasce il Sistema Informativo delle Professioni

All’inizio degli anni Duemila un piccolo gruppo di ricercatori di Inapp (allora Isfol) e dell’Istat iniziò a confrontarsi sulle difficoltà di analizzare il mercato del lavoro italiano in assenza di una tassonomia condivisa delle professioni.
Le stesse attività lavorative venivano denominate in modo diverso da regione a regione; a volte professioni identiche avevano nomi differenti, mentre denominazioni uguali venivano attribuite a lavori diversi. Questa frammentazione rendeva complicata sia la ricerca statistica, sia le analisi qualitative e sia l’intermediazione del lavoro.

Il gruppo di ricerca studiò allora l’esperienza statunitense. Negli USA, pur in presenza di una forte autonomia legislativa dei singoli Stati, a livello federale è stato imposto un linguaggio comune per rappresentare il lavoro. L’intero sistema occupazionale viene ricondotto a circa 1000 Occupational Titles standardizzate, descritte attraverso oltre 250 variabili raccolte tramite l’indagine ONET (Occupational Information Network).

Le variabili riguardano:

  • le attività svolte;
  • le competenze richieste;
  • le caratteristiche del lavoratore;
  • il contesto organizzativo e ambientale.

    Partendo da questo modello, il gruppo Inapp-Istat lavorò sulla classificazione ufficiale italiana delle professioni. All’epoca la classificazione Istat al livello di maggiore dettaglio comprendeva circa 400 categorie professionali, ma al loro interno convivevano professioni anche molto differenti. Si procedette quindi a uno “spacchettamento” ragionato delle categorie, arrivando alla definizione di circa 800 Unità Professionali (UP), costruite in modo da includere in ciascuna solo professioni realmente omogenee e coprire l’intero spettro delle occupazioni presenti in Italia. Il lavoro venne validato da Inapp e Istat e integrato stabilmente nella classificazione ufficiale italiana delle professioni. Nel 2007 la Conferenza Nazionale dei Servizi per l’Impiego, promossa dal Ministero del Lavoro, adottò le Unità Professionali per classificare le Comunicazioni Obbligatorie relative agli avviamenti e alle cessazioni dei rapporti di lavoro. Negli stessi anni, Inapp e Istat promossero anche la prima indagine campionaria italiana sulle professioni, costruita sulla metodologia ONET che è stata successivamente aggiornata nel tempo.

    La costruzione di una cooperazione interistituzionale unica

    Il passo successivo fu rendere accessibili ai cittadini tutte le informazioni raccolte. Nacque così l’idea di un sistema informativo interistituzionale.

    Il gruppo di lavoro individuò numerosi enti che già raccoglievano dati sul lavoro e sulle professioni: INPS, INAIL, Ministero del Lavoro, Regioni, Unioncamere, ordini professionali, università, enti previdenziali, osservatori territoriali e altri soggetti pubblici e privati.

    Il problema era che ciascuna istituzione utilizzava criteri propri di classificazione e pubblicazione delle informazioni.


Iniziò quindi un lungo lavoro di coinvolgimento e persuasione, favorito da due elementi:
1. l’adozione delle Unità Professionali non comportava costi aggiuntivi;
2. ogni ente avrebbe ampliato la propria platea di utenti grazie all’integrazione nel sistema.

Inoltre nessuna istituzione era obbligata a cedere i propri dati ad altri soggetti: ciascuna restava proprietaria e responsabile delle informazioni prodotte, semplicemente ne consentiva il collegamento con le altre attraverso l’adozione di una semantica comune: le UP.

È nata così, su base volontaria, una delle più grandi esperienze di cooperazione interistituzionale realizzate in Italia, tanto da essere riconosciuta dall’Unione Europea come best practice.

Cosa offre oggi il Sistema Informativo delle Professioni

Attualmente il Sistema Informativo delle Professioni mette a disposizione una quantità molto ampia di dati e informazioni sul lavoro e sulle professioni. Tra i principali contenuti:
– descrizione delle Unità Professionali e delle condizioni di lavoro (Inapp);
– previsioni di assunzione delle imprese nel breve periodo (Unioncamere);
– dati sull’incidentalità professionale (INAIL);
– previsioni occupazionali di medio termine (Inapp);
– salari di ingresso per professione (INPS);
– dati su attivazioni e cessazioni dei rapporti di lavoro (Sviluppo Lavoro Italia);
– analisi dei cambiamenti futuri dei contenuti professionali (Inapp);
– dati sulle professioni regolamentate e sugli ordini professionali (Agrotecnici);
– banche dati universitarie sugli sbocchi occupazionali e distribuzione dei corsi di laurea georeferenziati (MIUR);
– esiti occupazionali dei laureati (AlmaLaurea);
– repertori regionali delle qualifiche e programmazione formativa. (Alfaliguria)

Il sistema prevede inoltre il collegamento con le principali Agenzie per il Lavoro, permettendo di consultare le offerte occupazionali disponibili in tempo reale per singola Unità Professionale.
Gli strumenti di orientamento e riqualificazione


Oltre ai dati informativi, il sistema offre strumenti operativi avanzati:
– autovalutazione delle competenze possedute;
– misurazione del gap formativo per il passaggio da una professione ad un’altra;
– ricerca di professioni “vicine” a quella esercitata;
– strumenti di orientamento professionale basati sui modelli Holland, Big Five ed Enneagramma.


Si tratta di funzionalità sempre più importanti in un mercato del lavoro caratterizzato da transizioni professionali frequenti, riqualificazione continua e trasformazioni tecnologiche accelerate.

Una piattaforma in continua evoluzione

L’impianto tecnologico del sistema si potenzia costantemente attraverso l’adozione delle strumentazioni informatiche più evolute, inclusa l’AI.
Dal punto di vista della partnership istituzionale sono attualmente in corso contatti per ampliare ulteriormente la partecipazione istituzionale al sistema, soprattutto sui versanti regionale e degli Ordini Professionali. Del resto, l’implementazione continua rappresenta una caratteristica strutturale del progetto.


Il Sistema Informativo delle Professioni non è soltanto una banca dati: è un’infrastruttura condivisa di conoscenza sul lavoro italiano. Ed è probabilmente uno degli strumenti più promettenti per affrontare, con dati e cooperazione istituzionale, il grande tema del mismatch tra domanda e offerta di lavoro.


*già Dirigente Dipartimento Mercato del Lavoro INAPP

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