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Siderurgia, paradigma di un declino del paese

La siderurgia italiana non è finita in un solo giorno, né per una sola causa. E’ stata consumata lentamente, nel corso di decenni, da una combinazione di assenza di visione industriale, privatizzazioni senza strategia, dipendenze dalle logiche finanziarie e incapacità politica di governare la transizione ecologica.

Oggi il caso dell’ex Ilva di Taranto rappresenta il simbolo più drammatico di questa crisi: uno stabilimento un tempo centrale per l’economia nazionale ridotto ad una condizione di paralisi produttiva, sociale e morale.
L’Italia è stata per decenni una grande potenza siderurgica europea. L’acciaio non era soltanto un comparto industriale: era un’infrastruttura strategica del Paese. Significava occupazione, autonomia produttiva, capacità manifatturiera. Accanto ai grandi poli siderurgici (Taranto, Piombino, Bagnoli, Terni) si è sviluppata una parte decisiva della storia industriale italiana del dopoguerra.

Negli anni Settanta e Ottanta il sistema siderurgico nazionale produceva grandi quantità di acciaio piano e speciale, destinato all’automotive, alla cantieristica, agli elettrodomestici e alla meccanica pesante. L’industria Italiana era in grado non soltanto di soddisfare il fabbisogno interno, ma anche di competere sui mercati internazionali con produzioni di qualità elevata.

Al centro di questo sistema c’era Taranto. Lo stabilimento pugliese non era soltanto la più grande acciaieria di Europa: era il cuore della siderurgia Italiana. Nei suoi anni migliori arrivava a produrre oltre 10 milioni di tonnellate di acciaio all’anno, con cinque altoforni attivi e circa 20 mila addetti diretti. Attorno alla fabbrica viveva una città intera.

Generazioni di lavoratori hanno costruito lì la propria identità sociale e professionale. Taranto era insieme simbolo del boom industriale del Mezzogiorno e cardine dell’autonomia produttiva Italiana. Il declino dello stabilimento, proprio per questo, assume un valore emblematico. Non si tratta soltanto della crisi di una fabbrica, ma del progressivo smantellamento di una visione industriale nazionale.

Negli ultimi quindici anni Taranto è passata dall’essere uno dei poli produttivi europei a un impianto segnato da fermate continue, incidenti, purtroppo anche mortali, sequestri giudiziari, riduzione della produzione e perdita di credibilità internazionale. I numeri raccontano meglio di qualunque analisi la profondità della crisi. Nel 2012 l’Ilva produceva ancora 7-8 milioni di tonnellate di acciaio. Già nel 2013 la produzione era scesa a 6,3 milioni di tonnellate, per poi crollare a 5,7 milioni nel 2014. Dieci anni dopo, il quadro è diventato drammatico: nel 2020 la produzione si è fermata a 3,4 milioni di tonnellate, nel 2021 a circa 4 milioni, nel 2022 poco sopra ai 3 milioni e nel 2023 ancora sotto i 4 milioni per arrivare ai circa 2 milioni del 2025-26.

In pratica, rispetto ai livelli storici, Taranto produce oggi la metà della metà dell’acciaio che produceva nel suo ciclo industriale pieno. Ancora più impressionante è il confronto con l’ambizione industriale di pochi anni fa. Quando Arcelor Mittal, che era il più grande concorrente di Ilva, rilevò l’impianto, il piano industriale prevedeva un ritorno a 10 milioni di tonnellate annue entro il 2023. Nulla di tutto questo si è realizzato. Al contrario, gli altoforni si sono progressivamente spenti. Dei cinque storici impianti, oggi ne resta operativo stabilmente soltanto uno.

Questo crollo quantitativo ha trascinato con sé anche un declino qualitativo. Una siderurgia moderna vive di continuità produttiva, ricerca metallurgica, controllo tecnologico e affidabilità commerciale. Quando gli impianti lavorano a singhiozzo e gli investimenti vengono rinviati, inevitabilmente decade anche la qualità del prodotto. Taranto ha progressivamente perso la capacità di essere riferimento nei segmenti più avanzati dell’acciaio piano e speciale, proprio mentre il mercato globale richiedeva materiale ad alto valore aggiunto per automotive, energia e meccanica di precisione. Il risultato è stato un impoverimento generale della siderurgia italiana.
Molte aziende manifatturiere hanno iniziato a rivolgersi sempre più spesso all’estero per approvvigionarsi di acciai di qualità costante e affidabile L’Italia, storicamente forte nella trasformazione industriale, ha iniziato a perdere autonomia nella materia prima fondamentale della propria manifattura. E’ un paradosso industriale: uno dei maggiori Paesi manifatturieri europei dipende sempre più dall’acciaio prodotto altrove.

Anche l’export del polo di Taranto fotografa il collasso. Tra il 2008 e il 2023 le esportazioni dell’acciaieria si sono ridotte dell’81%, passando da 1,5 miliardi di euro a circa 280 milioni. Queste cifre, segnalate dall’ANSA, sono il segno di una perdita non soltanto di volumi ma anche di presenza internazionale e credibilità commerciale. Nel frattempo, lo stabilimento vive una condizione quasi comatosa. La fabbrica sopravvive più che produrre. Interi reparti lavorano a capacità ridotta, molte aree attendono bonifiche o manutenzioni straordinarie, la percezione dominante tra lavoratori e cittadini è quella di un lento spegnimento.

La stessa dimensione fisica dell’impianto (15 chilometri quadrati di estensione industriale) oggi appare sproporzionata alla produzione reale. Un gigante costruito per 10 milioni di tonnellate annue che in alcuni momenti fatica a raggiungere 1 milione e mezzo effettivo di tonnellate. Il tema della decarbonizzazione ha reso ancora più evidente questa incertezza. La siderurgia europea sta affrontando una trasformazione epocale: l’abbandono degli altoforni tradizionale e il passaggio verso forni elettrici, preridotto e idrogeno verde. Germania e Francia hanno messo in campo programmi pubblici miliardari per accompagnare questa transizione, consapevoli che senza acciaio non esiste autonomia industriale. In Italia, invece, il dibattito è rimasto sospeso tra slogan ambientalisti e difesa conservativa dell’esistente. Non si è costruito un vero piano per coniugare davvero, salute, lavoro e innovazione tecnologica.

Taranto è diventata così il luogo simbolico dell’immobilismo italiano. Nessuno ha chiarito con tempi e risorse certe se lo stabilimento debba restare un sito a ciclo integrale, o trasformarsi progressivamente verso forni elettrici o ridimensionarsi drasticamente. Questa indecisione ha bloccato investimenti favorendo il deterioramento produttivo.

Mentre il dibattito politico resta fermo, gli impianti invecchiano. Ogni governo promette rilancio, riconversione, tutela occupazionale e risanamento ambientale, ma la realtà concreta continua essere fatta di decreti temporanei, emergenze finanziarie e continui rinvii. La tragedia di Taranto però non può essere letta solo attraverso i numeri industriali. Per anni il dibattito pubblico si è giustamente concentrato sui danni ambientali e sanitari provocati dall’inquinamento: quartieri contaminati, aumento delle malattie respiratorie e oncologiche, una città costretta a convivere con la paura. Ma accanto a questo dolore esiste anche quello dei lavoratori dipendenti. Migliaia di persone vivono da anni nella precarietà della cassa integrazione straordinaria, sospese in una sorta di limbo sociale. Non lavorano stabilmente, non possono progettare il futuro, vedono consumarsi competenze e dignità professionale. La CIGS, nata come strumento temporaneo di tutela è diventata una condizione permanente di incertezza esistenziale.

A Taranto il tempo sembra essersi fermato. Intere famiglie vivono da anni aspettando una soluzione che non arriva mai. I lavoratori vedono la fabbrica degradarsi insieme alle loro prospettive di vita. Molti giovani hanno rinunciato all’idea stessa che lo stabilimento possa tornare ad essere un motore industriale moderno. La perdita non è soltanto economica: è anche culturale e sociale. Quando una grande fabbrica muore lentamente trascina con sé competenze, identità collettive e fiducia nel futuro.

Il dramma è che ambiente e lavoro sono stati messi uno contro l’altro, come se la salute dei cittadini e il diritto all’occupazione fossero interessi incompatibili. In realtà il fallimento della siderurgia italiana nasce proprio dall’incapacità di costruire una sintesi tra questi due diritti fondamentali. Senza investimenti pubblici, senza ricerca, senza una regia industriale forte, la transizione ecologica rischia di trasformarsi soltanto in deindustrializzazione. Un Paese che rinuncia alla propria capacità produttiva finisce inevitabilmente più debole, più dipendente e socialmente più fragile.

La fine della siderurgia italiana non è quindi soltanto una vicenda economica. E’ il racconto di una classe dirigente che ha smesso di pensare in termini strategici. mentre altri Paesi europei proteggono e trasformano le proprie industrie fondamentali, l’Italia appare incapace di scegliere tra mercato e intervento pubblico, tra tutela ambientale e politica industriale, tra presente e futuro. Taranto resta lì, tra promesse e declino, simbolo di una intera Nazione che fatica a decidere quale ruolo vuole avere nell’economia del ventunesimo secolo.


*già Segretario Generale CISL Taranto e già Presidente della Provincia di Taranto

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