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La persona davanti all’algoritmo

Magnifica Humanitas non è un’enciclica sull’intelligenza artificiale nel senso più corrente dell’espressione. Non aggiunge un capitolo morale a una tecnologia già data. Interroga piuttosto la forma che il potere assume quando capacità di calcolo, dati e decisione algoritmica entrano nei processi ordinari della vita sociale. Per questo il richiamo alla Rerum Novarum, nel cui 135° anniversario il testo viene firmato, non è celebrativo, ma vuole indicarci che siamo davanti a una nuova questione sociale.

La scelta del nome non è un omaggio di circostanza. Anche allora Leone XIII non si limitò a giudicare le condizioni materiali del lavoro industriale: vide che nella fabbrica si stava ridefinendo il posto della persona e che salario, proprietà e conflitto erano il lessico concreto di una domanda più radicale. Quella domanda ritorna oggi in forma nuova. Il rischio non è più che l’uomo venga ridotto a braccia o a mansione, ma che venga tradotto in dato, in profilo, in previsione: la riduzione a pura funzione che l’enciclica addita come il pericolo del nostro tempo.

A differenza dell’automazione classica, questa tecnica non interviene soltanto dopo una decisione, come esecuzione di un comando, ma prima: delimita il campo di ciò che è visibile e rende alcune opzioni più probabili, altre meno pensabili. Da Isaiah Berlin in poi abbiamo imparato a difendere la libertà come spazio sottratto ai vincoli; Cass Sunstein ci ha mostrato come un’architettura delle scelte possa orientarci senza costringerci. L’algoritmo compie un passo ulteriore: non si limita a orientare una scelta, contribuisce a definire il campo entro cui quella scelta diventa possibile.

Le immagini bibliche richiamate dall’enciclica — Babele e la Gerusalemme riedificata da Neemia — indicano questa alternativa: torri di dominio, oppure istituzioni capaci di ricostruire i legami e di restituire a ciascuno responsabilità e possibilità di fioritura.

Qui si misura la sfida che l’enciclica consegna alla politica e che quella italiana non può archiviare nel capitolo, pur necessario, della regolazione settoriale. Magnifica Humanitas è esplicita: la dottrina sociale offre criteri di discernimento, non sostituisce la responsabilità politica e istituzionale. Tradotta in termini laici, è una consegna di responsabilità. Il problema non è soltanto stabilire dove l’IA sia ammessa e dove vada vietata, ma se le istituzioni democratiche siano ancora capaci di governare sistemi che incorporano gerarchie e modelli di razionalità sottratti alla deliberazione pubblica.

Un algoritmo applicato al lavoro, alla sanità, al credito o all’amministrazione non è mai uno strumento neutrale né un semplice acceleratore: è una struttura di mediazione, che può guadagnare in efficienza ciò che perde in contesto e ridurre l’arbitrio del funzionario introducendo discriminazioni difficili da riconoscere. La politica italiana arriva a questa soglia con un ritardo prima culturale che normativo: da troppo tempo tratta la digitalizzazione come l’acquisto di piattaforme. Ma introdurre sistemi automatici nella pubblica amministrazione o nella sanità non produce innovazione di per sé: senza capacità istituzionale, competenza interna e responsabilità verificabile, la digitalizzazione diventa soltanto esternalizzazione del potere di decidere.

È sul lavoro che questa trasformazione si vede meglio ed è la ragione per cui riguarda da vicino questa testata. L’IA non si limita a sostituire posti secondo lo schema noto dell’automazione: cambia la struttura stessa del lavoro che resta. Scompone le mansioni nei loro elementi misurabili, ne estrae il sapere implicito di chi le svolge e restituisce al lavoratore un compito più stretto, più sorvegliato, meno suo. In molte organizzazioni non viene espulso: viene ricollocato in un ambiente dove la sua discrezionalità è guidata o sorvegliata da sistemi che appartengono ad altri. Il medico che lavora con un modello predittivo e l’operaio che si muove tra sensori e soglie automatiche non sono semplicemente «aiutati» da una macchina: entrano in un’architettura organizzativa diversa. La domanda che la politica continua a discutere — quanti posti si perderanno o si creeranno — è superficiale perché non affronta il vero nodo: quale qualità avrà il lavoro che resta e quanto potere conserverà chi lavora là dove l’IA viene adottata.

Può venirci in aiuto il pensiero sviluppato negli ultimi anni da Luigino Bruni, perché restituisce al lavoro la sua dimensione antropologica: non solo una prestazione economicamente valutabile, ma relazione, reciprocità, costruzione di senso. Ogni cultura del lavoro presuppone un’idea dell’uomo. Se l’uomo è un’unità produttiva da ottimizzare, l’IA servirà a comprimerlo e a sostituirlo; se è una persona capace di responsabilità e cooperazione, la stessa tecnologia può accrescerne le capacità e restituirgli tempo. La distinzione non è astratta e si gioca nelle scelte d’impresa e nella contrattazione, nel modo in cui le piattaforme vengono disegnate.

Da qui un compito preciso per la contrattazione collettiva, destinata a diventare uno dei luoghi della democrazia nell’epoca degli algoritmi. Non a valle, quando la trasformazione è compiuta, ma a monte, dove si decide quanto i sistemi debbano essere trasparenti e fin dove possano spingersi la sorveglianza e l’uso dei dati di chi lavora. L’algoritmo che riorganizza il lavoro non può restare fuori dallo spazio negoziale, e con esso il dividendo tecnologico, che il dibattito italiano tratta ancora con troppa prudenza. Se l’IA permette di produrre più valore con meno tempo e meno lavoro, quel surplus non può diventare automaticamente rendita di chi possiede infrastrutture, dati e modelli. Quando il valore viene privatizzato e i costi ricadono su lavoratori, territori e welfare, l’innovazione moltiplica le disuguaglianze; quando invece finanzia formazione, servizi pubblici e riconoscimento del lavoro di cura, può entrare in un nuovo compromesso sociale.

È qui che Magnifica Humanitas parla anche a una cultura politica laica, ricordando alla democrazia una verità che non può permettersi di smarrire: la dignità non dipende dalla produttività. Una società che pretende di misurare tutto finisce per non vedere ciò che non sa misurare — la fiducia, la cura, la capacità di reggere il conflitto senza spezzare il legame sociale — e che è spesso ciò che la tiene in piedi. L’IA può rendere più efficiente una procedura, ma non può decidere quali fini siano giusti. L’ottimizzazione è sempre interna a uno scopo; la scelta dello scopo resta politica. E se la politica rinuncia a compierla, qualcun altro la compirà al suo posto: le grandi piattaforme, i poteri economici, gli interessi geopolitici.

La sfida italiana è inseparabile da quella europea. L’AI Act era nato con obiettivi e indirizzi giusti, ma si è poi sviluppato fra tecnicismi di dettaglio e compromessi al ribasso. Il rischio è una regolazione che afferma principi elevati senza una corrispondente capacità industriale e scientifica, dentro architetture tecnologiche progettate altrove. La sovranità democratica nell’era dell’IA non è autarchia digitale, ma capacità pubblica — di calcolo, di ricerca, di dati governati — e cooperazione europea.

Centotrentacinque anni fa la Rerum Novarum non chiese alla politica di opporsi alla fabbrica, ma di non lasciarvi l’operaio da solo. Magnifica Humanitas avanza oggi una richiesta analoga: non lasciare la persona sola davanti all’algoritmo, non per timore del futuro, ma perché il futuro non venga costruito senza un’idea sufficiente dell’uomo. Per questo l’enciclica non parla soltanto ai credenti. Interroga l’intera comunità politica sulla qualità umana del progresso che stiamo costruendo.

*Lorenzo Basso: Informatico, ha fondato una delle prime web-startup italiane. Nel 2016 ha redatto la strategia italiana “Industria 4.0”. Senatore della Repubblica, Vicepresidente della Commissione “Ambiente, Trasporti e Innovazione tecnologica”, ha promosso leggi su intelligenza artificiale, cybersicurezza e tecnologie quantistiche. Affianca all’impegno istituzionale quello educativo, accompagnando le nuove generazioni nei percorsi di cittadinanza e comprensione delle grandi trasformazioni. E’ coautore del libro: Il secolo dello IA, Ed. Il Mulino (2025).

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