Con la firma della sua prima enciclica, avvenuta il 15 maggio scorso nel 135° anniversario della _Rerum Novarum_ di Leone XIII, Papa Leone XIV ha compiuto un gesto dal notevole peso simbolico e storico.
Quella lettera di Leone XIII, scritta nel 1891, nel pieno della Rivoluzione Industriale, pose le fondamenta della dottrina sociale della Chiesa di fronte alle trasformazioni epocali del lavoro e della società. Oggi, a distanza di oltre un secolo, un altro Leone si trova davanti a una rivoluzione altrettanto dirompente: quella digitale e dell’intelligenza artificiale.
Leone XIV risponde con la stessa fermezza di prìncipi, adattata ai nuovi scenari di un mondo che cambia a velocità mai viste prima. L’enciclica si intitola Magnifica Humanitas, Umanità Magnifica, e già nel titolo racchiude una presa di posizione netta: di fronte alla macchina, il Papa si concentra sull’umanità.
Non si tratta né di un rifiuto né di una condanna della tecnologia e dell’innovazione. Leone XIV riconosce che l’intelligenza artificiale può alleggerire il peso del lavoro umano, supportare l’attività creativa e intellettuale, aprire nuove possibilità per la medicina, l’istruzione, la cura delle persone.
Ma sa anche, e lo dice chiaramente, che tutto ciò si regge su una condizione fondamentale: che la tecnologia resti al servizio dell’uomo, della sua dignità e del bene comune, senza mai trasformarsi in strumento di disumanizzazione o di emarginazione sociale.
Il documento è stato presentato dallo stesso Pontefice in Vaticano, in un incontro che ha riunito esperti di intelligenza artificiale provenienti da tutto il mondo. Tra questi, Christopher Olah, cofondatore di Anthropic, uno dei principali laboratori di ricerca sull’IA a livello globale.
La presenza di figure come Olah non è stata casuale: il Papa ha voluto costruire questa enciclica ascoltando davvero chi lavora nel settore. Ha sentito scienziati, ingegneri, leader politici, insegnanti e genitori. Ha raccolto, ha detto, “voci molto preoccupate” e anche il “silenzio di chi non ha voce”: quello di milioni di persone che subiscono le conseguenze dell’irruzione dell’intelligenza artificiale senza avere strumenti per influenzarne lo sviluppo.
Olah stesso, durante la presentazione, ha riconosciuto che le aziende del settore operano all’interno di sistemi di incentivi e vincoli che possono entrare in conflitto con il fare la cosa giusta. Una dichiarazione rara da parte di uno dei protagonisti di quel mondo, che il Papa ha accolto come conferma della necessità di un cambio di rotta.
Uno dei nodi centrali dell’enciclica è la denuncia di quella che Leone chiama la “corsa agli algoritmi”: una competizione senza freni verso sistemi sempre più potenti, alimentata non dalla ricerca del bene comune ma dal “desiderio di assicurarsi il dominio geopolitico o commerciale”.
È una logica che il Papa considera pericolosa non solo per le sue conseguenze pratiche, ma per ciò che rivela di una mentalità: quella di chi vede nell’intelligenza artificiale uno strumento di potere, di controllo, di esclusione.
Contro questa logica, Leone lancia un appello netto e diretto: “disarmare l’IA.” Che non significa rifiutare la tecnologia. Vuol dire liberarla dalla mentalità della competizione armata, sottrarla alla spirale della dominazione e restituirla alla sua funzione più autentica, quella di essere “amica dell’umanità”, accessibile a tutti, aperta al confronto e al dibattito democratico.
Particolarmente urgente, nell’analisi del Papa, è il tema delle armi guidate dall’intelligenza artificiale. Leone XIV si esprime in modo perentorio: non deve essere permesso di affidare decisioni letali alla tecnologia. La cosiddetta teoria della “guerra giusta”, recentemente richiamata dall’amministrazione statunitense, è, a suo dire, “superata”. Nessun algoritmo, scrive il Papa, può rendere moralmente accettabile la guerra. Si tratta di una posizione radicale, che mette in discussione non solo le applicazioni militari dell’IA, ma l’intera architettura etica con cui alcuni Governi stanno cercando di legittimare l’uso di sistemi autonomi nei conflitti armati.
Ma l’enciclica non si ferma alle grandi questioni geopolitiche. Scende nei dettagli, affronta la concretezza delle vite di chi lavora nell’ombra di questa rivoluzione tecnologica. Leone XIV ricorda che nulla nel mondo dell’intelligenza artificiale è immateriale o magico.
Ogni risposta, per quanto possa sembrare immediata e perfetta, si basa sul lavoro silenzioso di milioni di persone. I moderatori di contenuti costretti a visionare materiali disturbanti per addestrare i filtri dei modelli. I bambini che estraggono nelle miniere le terre rare su cui si regge l’intera infrastruttura digitale.
Soggetti “feriti e logorati perché il flusso computazionale possa continuare senza interruzioni”: questa l’espressione dura e precisa scelta dal Pontefice per descrivere una catena di sfruttamento che, afferma, “rimane deliberatamente nascosta”.
Nessuna maggiore efficienza o innovazione può giustificare tale catena, aggiunge Leone, e chiede che si faccia di più anche per ridurre l’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale, in difesa di quella che chiama “la nostra casa comune”.
Sul versante del lavoro, il Papa ribadisce un prìncipio che era già al cuore della Rerum Novarum: la regola generale deve restare la tutela dei posti di lavoro e del ruolo insostituibile della persona. È auspicabile che la tecnologia sollevi l’uomo dalle mansioni più gravose, ripetitive o pericolose.
Ma un utilizzo non regolato della digitalizzazione rischia di produrre l’effetto opposto: “più povertà e più disuguaglianze, con una moltitudine di esclusi circondati da macchine automatizzate.” Non è un futuro ineluttabile, dice Leone, ma è un futuro possibile se non si interviene con regole, visione e coraggio politico.
Ciò che emerge dalla lettura della “Magnifica Humanitas” è l’importanza di non lasciare questo tema soltanto a tecnici, aziende e Governi. Leone rivendica uno spazio di discernimento etico perché l’intelligenza artificiale sia governata, orientata, umanizzata. Chiede che rimanga aperta, accessibile, democratica. Chiede, in ultima analisi, che l’umanità non si lasci sopraffare dalla propria stessa creazione, e che sappia restare, come recita il titolo di questa enciclica, magnifica nella sua irriducibile complessità.
