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Un potente messaggio contro la rassegnazione

E’ impressionante la sensazione di potente messaggio di non rassegnazione all’esistente che si ricava dalla lettura della Magnifica Humanitas di Papa Leone. Ma è anche deludente la constatazione che essa non abbia per ora scalfito le dinamiche internazionali come pure quelle europee. Il Papa non a caso lamenta la perdita di memoria storica che collega alla sempre più tenuta ricerca di verità e trasparenza. Un messaggio esplicito della deriva culturale e politica che è avanzata negli ultimi decenni.  “senza una memoria viva degli orrori della guerra, le decisioni politiche rischiano di essere prese sulla base di calcoli di forza, privi della visione delle conseguenze a lungo termine”.  Un monito che ancor oggi cade largamente inascoltato. 

Colpisce anche chi è laico la descrizione della continuità della dottrina sociale della Chiesa che Papa Leone interpreta come dinamica a partire dalla Rerum Novarum: “non è un prontuario di principi e norme da applicare, ma un cammino di discernimento comunitario”. E questa dinamicità sa conservare quanto è valido nella osservazione della realtà che muta e di aggiungere quanto è necessario per non perdere il contatto con la realtà. In tal senso questo umanesimo cristiano non è con la sua continuità conservazione ma consapevolezza di agire a difesa di valori reali nelle mutate circostanze della storia. Se si guarda alla politica dei gruppi dirigenti di oggi, nel mondo ed in Europa in particolare, non si può non notare un visibile arretramento da questo metodo di interpretare i cambiamenti, specie quelli epocali, per affidarsi ad un presente che esalta la mediocrità del potere e umilia la ricerca del confronto, della proposta, della ricerca di soluzioni di lungo termine.

Ed è significativo che questa Enciclica ponga in un ruolo centrale “la dignità del lavoro e del lavoratore” fin dalla Rerum Novarum, dalla quale presero le mosse assunzioni di responsabilità importanti del mondo cattolico come la nascita dei sindacati e del partito popolare che assieme a quello socialista diventano partito di massa ma anche luogo di partecipazione democratica.

Il tema della dignità del lavoro viene evocato più volte nella Enciclica anche in contrapposizione ad una configurazione di poteri, privati e pubblici, sempre più ristretta, esclusiva e matrice di inaccettabili ingiustizie umane e sociali.

Nel suo procedere storico il Papa non dimentica nessun apporto papale del secolo scorso, ma non può non mettere l’accento sulla pastorale di Giovanni XXIII e Paolo VI che conferiscono esplicitamente alla dottrina sociale della Chiesa un respiro mondiale. Ad esso faceva riscontro ad esempio nella sinistra italiana ed europea una vocazione a sostenere con forza le cause di libertà ed emancipazione che nascevano dalla fine dei colonialismi. Ed il contributo di questa “nuova Chiesa” non fu certo trascurabile in quella evoluzione di cultura e politiche di un riformismo internazionalista. Ed anche di questo atteggiamento è rimasto ben poco e quel poco non di rado offuscato da estremismi senza esiti concreti.

“Il concilio Vaticano II ha segnato un punto di svolta nell’autocomprensione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Ci ha consegnato l’immagine di una chiesa che si fa prossima all’umanità, compromessa con il mondo, impegnata a riflettere non su schemi astratti…” ricorda Papa Leone XIV sottolineando ancora come sia netto il giudizio sui comportamenti delle Istituzioni e di coloro che le governano che per essere giuste devono favorire lo sviluppo integrale della persona e la partecipazione responsabile di tutti. L’accenno alla partecipazione come pure al dialogo ed al rispetto reciproco sono una costante dei passaggi di questa enciclica ben lontana dalle atmosfere di contrapposizione insanabile e di odio inestinguibile che contrassegna alcune delle pagine più controverse e drammatiche della vita attuale. Ed in questa direzione che potremmo ricavare che tutta l’Enciclica è un invito pressante a non coltivare alcuna rassegnazione.

La descrizione delle opportunità e dei rischi derivanti dalla società della intelligenza artificiale e della robotica confermano questo giudizio: il papa senza troppi giri di parole fa due considerazioni assai efficaci:  collega l’evoluzione della società digitale al potere che non si può esorcizzare solo con un dizionario morale ma che implica la trasparenza di tutti i passaggi che regolano l’esercizio dei nuovi strumenti di governo della economia, della finanza, dei comportamenti sociali, dello stesso ruolo nella geopolitica ed ovviamente negli arsenali bellici: “l’uso della Intelligenza artificiale non è mai un fatto puramente tecnico quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone; essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà” ed aggiunge una riflessione interessante: “affidare ad un algoritmo il potere di selezionare chi merita e chi no, senza che nessuno si assuma il peso della decisione, significa affidargli il compito di ridefinire le possibilità umane”. E di conseguenza “non possiamo considerare l’IA moralmente neutra…è essenziale che siano chiare le responsabilità in tutti i passaggi…”. Mi domando quali forze politiche e quali governi specialmente in Europa abbiamo sentito l’esigenza di affrontare nel merito ciò che tali considerazioni comportano per gestire in modo né opportunistico, né moralistico la questione. 

Il Papa usa il termine “disarmare” sia nei riguardi dell’IA, sia nei riguardi delle parole. E’ nella sua sinteticità una critica assai profonda e vera all’uso dei poteri. Non per caso nella rivalutazione del valore della solidarietà che si compie nella Enciclica, il Papa la collega anche a ciò che avviene: “la solidarietà chiede che le scelte in materia di algoritmi , dati, piattaforme digitali tengano conto non solo del vantaggio immediato di alcuni, ma dell’impatto sull’insieme dei popoli e sulle generazioni che verranno”. Ed è il problema della esclusione che emerge costantemente nelle riflessioni dei Papi: esclusione che ricorda una delle grandi battaglie ideali e concrete del movimento sindacale del passato, ovvero la conoscenza. Oggi le diseguaglianze che sono certo il frutto della concentrazione di poteri e della mediocrità di classi dirigenti che non hanno lungimiranza, divengono anche la sede di nuovo sfruttamento e nuove schiavitù. Ostacolano il dettato costituzionale che invece indicava nell’impegno collettivo la strada per aprire opportunità e crescita umana e civile per tutti, senza discriminazioni. In questo scenario vale la pena di ripensare forse all’unica area nel mondo che, pur patendo una crisi di ruolo politico nel mondo, non ha ancora ceduto alle autocrazie: l’Europa.  E’ rimasto celebre il grido di Papa Francesco “dove sei finita Europa” che presupponeva comunque un…sogno: “io sogno un Europa, cuor d’Occidente, che metta a frutto il suo ingegno per spegnere focolai di guerra e accendere luci di speranza; un’Europa che sappia ritrovare il suo animo giovane, sognando la grandezza dell’insieme e andando oltre i bisogni immediati”. Così Papa Francesco e prima di Lui, Benedetto XVI quando esortava inutilmente l’Europa a non immiserirsi dei suoi vantaggi che confluivano inevitabilmente in un egoismo prossimo al declino.

Del resto Leone XIV non fa sconti sulla realtà del presente fino a tener duro rispetto agli attacchi di Donald Trump dimostrando in tal modo che l’attuale Chiesa è una delle poche potenze al mondo in grado di competere senza timori reverenziali con tutti e continuando a predicare contro l’uso della forza come ineluttabile destino dell’uomo, la priorità della diplomazie e del confronto. E’ un Papa, l’attuale, che senza enfasi e forse anche senza la capacità di trascinare emotivamente riesce però a trasmettere a credenti e non credenti la forza che i valori possono avere per cambiare atrocità, sofferenze, ingiustizie. E con risolutezza non permette a nessuno di inficiare questo ruolo. Probabilmente anzi viene temuto per tale atteggiamento. 

Di solito le encicliche scavano nelle coscienze e nei comportamenti e ci vuole tempo perché affiorino conseguenze tangibili. Negli anni ’60 il Concilio Vaticano II mise in moto una trasformazione culturale, politica e sociale quasi immediata, ma perché erano maturi quei tempi ovunque. Nel terzo millennio viviamo un inizio all’insegna delle incertezze, a volte anche opache e quindi ancor più insidiose. Ci vuole più tempo nell’accorgersi delle conseguenze die cambiamenti paradossalmente per la cultura e la politica, il che contrasta con la velocità dell’attuale rivoluzione tecnologica e di competizione per l’egemonia mondiale che ha tempi assai più rapidi e purtroppo talvolta insindacabili. Ma è per tale motivo che potremmo invece concentrarsi su quello che è possibile fare, anche attingendo al messaggio di questa Enciclica. Essa si schiera contro la rassegnazione ma sappiamo bene che per evitarla servono idee e coraggio. E’ questa la vera sfida che tocca soprattutto alle giovani generazioni ed alle prossime classi dirigenti.

*Già Segretario Generale della UIL, Presidente della Fondazione Bruno Buozzi 

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