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E così, non li abbiamo visti arrivare

Premessa generazionale

In quanto appartenente alla generazione dei baby boomer provo un certo imbarazzo a commentare aspetti del mondo giovanile odierno. I miei contatti diretti e continui intergenerazionali con la generazione z sono limitati alla cerchia famigliare, a mia figlia venticinquenne e   mio nipote diciottenne; ad alcuni incontri con studenti e studentesse di scuole superiori locali su temi sindacali e del mercato del lavoro.

Rovistando allora nei cassetti della memoria e con il proficuo supporto della AI, mi è venuto da rievocare sinteticamente lo scenario “giovanile” durante il quale ho sfangato il passaggio dai miei quattordici ai diciotto anni, diciamo così il periodo della adolescenza, anche se ora qualcuno ne prolunga la durata fino a 25 anni.

Echi del precedente secolo

Negli anni ’60 in Italia, la devianza e la criminalità giovanile viveva una profonda trasformazione sotto l’influsso del boom economico e di enormi flussi migratori interni dal Sud verso le grandi città del Nord. 

Per la prima volta i giovani emergevano come un gruppo sociale autonomo e spesso conflittuale. L’analisi statistica e sociologica divideva i reati commessi dai giovani in due principali categorie quelli contro il patrimonio, cioè la microcriminalità legata all’urbanizzazione – quelli di matrice politico-ideologica spuntarono verso fine del decennio – che si nutriva dell’improvviso benessere derivante della nascita della “società dei consumi”. Un cambiamento che generava disuguaglianze e marginalità sociali nelle periferie delle grandi città industriali (Milano, Torino e Genova). Reati di tipo predatorio rivolti al desiderio di possedere i nuovi “status symbol” dell’epoca. Furti di veicoli, in particolare  automobili (la Fiat 500 o 600) e  ciclomotori (Vespa, Lambretta), spesso utilizzati per il cosiddetto “giro di piacere”. Borseggi e piccoli furti nei negozi, le prime forme di taccheggio nei grandi magazzini che spuntavano in città in quegli anni. Furti in appartamento, sovente commessi da giovani sradicati dal proprio contesto d’origine e privi di reti sociali di supporto nelle grandi metropoli. 

Personalmente di quel periodo fra i comportamenti di prevaricazione, di sopruso, di vessazione rammento il “nonnismo” durante il servizio militare e l’apprendistato in fabbrica. 

I massa media

Una differenza sostanziale con l’oggi è il contesto dei mass media. 

La TV dominava ma non tiranneggiava. Nel 1964, quando avevo 14 anni in Italia si verificò il sorpasso degli abbonamenti alla sola radio da parte di quelli alla TV pubblica all’epoca esclusivamente in bianco e nero su due canali; il primo trasmetteva nei giorni feriali dalle 17,30 alle 23,30; nei Giorni festivi (domenica) l’inizio era anticipato alle 11 del mattino, con una pausa pomeridiana (generalmente dalle 16:00 alle 17:00); il secondo canale  trasmetteva solo in fascia serale, indicativamente dalle 21:00 alle 23:30 (circa 2 ore e mezza al giorno). Quattro anni dopo, quando avevo 18 anni, si diffusero nuovi mezzi di comunicazione di massa (mass media), che modificarono i consumi e la vita quotidiana degli italiani. 

Poi ci fu l’avvento e la diffusione delle radio portatili a transistor e delle autoradio. Il giradischi portatile (spesso chiamato “fonovaligetta”) divenne l’oggetto del desiderio dei ragazzi. I 45 giri. La musica divenne il principale veicolo di espressione della neonata cultura giovanile. La carta stampata si frammentò per intercettare pubblici specifici, con una crescita enorme dei periodici illustrati. Nei quotidiani c’era una pagina appositamente dedicata al mondo del crimine, detta di “cronaca nera” che nei bar e nei circoli era la più letta, al pari di quella sportiva, dove talora non mancavano le foto di risse fra tifosi e di tumultuose invasioni di campo. Riviste musicali e giovanili. I fotoromanzi e i settimanali popolari, che raggiunsero tirature altissime, ridefinendo l’immaginario collettivo della classe media. Il Cinema di Massa che mantenne un ruolo centrale come svago di massa, registrando in quegli anni il picco storico di biglietti venduti in Italia. 

Il Movimento del ‘68

A metà decennio (1964-1966) apparvero i “capelloni”, i “beat”, che rifiutavano i valori borghesi e la morale degli adulti attraverso la musica, look anticonformisti, e   davano vita a nuove forme di aggregazione. Verso la fine di quel decennio con l’esplosione del movimento del Sessantotto, la “criminalità giovanile” assunse in molti casi una connotazione ideologica e di ribellione istituzionale. Le denunce e gli arresti che fioccarono su studenti e giovani operai riguardarono l’occupazione di edifici pubblici: università, scuole superiori e talvolta fabbriche; manifestazioni non autorizzate e blocchi stradali che provocavano interruzione di servizi pubblici durante i cortei di protesta; resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale durantescontri e cariche della polizia; danneggiamento aggravato, atti vandalici contro simboli del capitalismo o sedi istituzionali. Irregolarità di condotta: una categoria amministrativo-penale gestita dal Tribunale per i minorenni, utilizzata per rinchiudere in “riformatorio” o in istituti di rieducazione giovani che scappavano di casa, praticavano il vagabondaggio o mostravano ribellione verso l’autorità genitoriale.

L’ordinamento giudiziario italiano era ancora fortemente influenzato dal Codice Rocco e da una morale rigida. Molti giovani venivano segnalati o perseguiti per comportamenti relativi alla sfera sessuale o al costume, che oggi non costituirebbero reato o sarebbero depenalizzati. Proprio a causa dell’aumento di queste problematiche e del fallimento dei vecchi istituti di rieducazione (i riformatori giudiziari), la Corte Costituzionale avviò a metà degli anni ’60 una profonda revisione del sistema penale minorile. Una storica sentenza del 1964 (la n. 25) ribadì che l’obiettivo principale della giustizia verso i minori non doveva essere la punizione fine a sé stessa, ma la protezione e il recupero sociale del ragazzo.

          La Generazione Z in Italia

In Italia, la Generazione Z comprende circa 8,6-9 milioni di persone nate indicativamente tra il 1997 e il  2012, e cioè in una fascia d’età compresa dai 14 ai 24 anni; tra la scuola dell’obbligo, essere un Neet , andare all’università, le prime esperienze di inserimento nel mondo del lavoro. Tra chi è ancora il figlio o una figlia nella famiglia natia e chi è già un padre o una madre di una sua. 

Non è affatto corretto definire una intera generazione così composita come violenta, quanto piuttosto ravvisare e discernere i sintomi di un forte e specifico disagio che colpisce al proprio interno gruppi o singoli ragazzi esposti a pressioni emotive, sociali e culturali complesse. 

Una doppia identità

Una generazione accomunata dal fatto di essere la prima di nativi digitali totali: cresciuti in un ecosistema in cui internet non è solo uno strumento, ma l’ambiente stesso in cui definiscono la propria identità; un profilo demografico che si scontra e si confronta oggi con dinamiche socio-economiche globali; che manifesta privatamente e pubblicamente valori, strumenti e motivazioni distintive all’interno del contesto italiano. 

A differenza delle precedenti, la Generazione Z italiana mette al primo posto il benessere personale e l’equilibrio tra vita privata e professionale (work-life balance). C’è una decisa spinta verso l’autonomia, l’imprenditorialità e l’innovazione in settori legati alla sostenibilità e alle nuove tecnologie. Al contempo, è la generazione che registra tassi di turnover lavorativo molto alti, rifiutando, quando può permetterselo, o all’opposto più spesso subendo quando non può, condizioni di sfruttamento o ambienti privi di stimoli; mentre mostra comportamenti particolarmente virtuosi legati all’impatto ambientale e alla lotta allo spreco alimentare. 

In grado di utilizzare le piattaforme social come potenti amplificatori per creare reti di cittadinanza attiva e spingere per il cambiamento sociale, ma pagando di sottostare a una costante esposizione mediatica e un continuo confronto digitale, che alimentano in molti ragazzi forme di ansia da prestazione e solitudine. 

Una doppia identità” (reale e digitale) che richiede un bilanciamento quotidiano complesso. 

Tutto ciò vale sia per tutti. Dai rarissimi giovani che vivono a Villa Santa Lucia degli Abruzzi (il comune più vecchio d’Italia) ai circa 120.000 adolescenti (pari all’8,8% della popolazione cittadina da 10 a 19 anni) che vivono nel solo comune di Milano e agli oltre 100.000 iscritti agli istituti secondari di secondo grado nella Città metropolitana di Milano.

La criminalità giovanile. Oggi

Attualmente in Italia, la criminalità giovanile è ancora caratterizzata soprattutto da reati contro il patrimonio (circa il 51% del totale), rapine (28,8%) scippi, furti in esercizi commerciali e ricettazione (12,7%), mentre sono cresciuti i reati contro la persona (20,5%), omicidi, lesioni dolose, percosse, risse e atti di violenza e altri  tipi di violazioni, danneggiamenti, atti vandalici, spaccio di stupefacenti e delitti informatici. La fascia d’età più coinvolta è quella dei 16-17 anni (circa il 49,4% dei minori in circuito penale), seguita dai giovani adulti tra i 18 e i 20 anni. I giovanissimi sotto i 14 anni non sono imputabili per legge in Italia. 

Molti episodi avvengono in gruppo (così dette baby gang), con condotte ripetitive e connotate da aggressività in spazi urbani o nella occasione della movida, che registrano la presenza di minori di origine straniera (sia nati all’estero che in Italia), spesso inseriti in contesti di forte vulnerabilità sociale. 

Per quel che concerne la tendenza “repressiva” ha prevalso finora l’uso di misure penali esterne, percorsi di messa alla prova o il collocamento in comunità rispetto alla detenzione in carcere, considerata residuale.

Concause

Esperti e studi sociologici ne individuano un corposo catalogo di concause. 

L’eredità del periodo pandemico. I periodi di isolamento, la didattica a distanza e la limitazione della socialità durante l’adolescenza hanno accelerato fragilità emotive preesistenti in molti ragazzi. 

Analfabetismo emotivo. Molti adolescenti faticano a riconoscere, dare un nome e gestire le proprie emozioni (rabbia, frustrazione, delusione), trasformando il malessere in agiti violenti. 

Frustrazione per il futuro. L’incertezza economica, la precarietà e la mancanza di punti di riferimento solidi generano rabbia e un senso di impotenza verso la società. Vuoto di desiderio e di senso. La difficoltà a trovare una direzione o un progetto di vita autentico in un mondo che propone modelli performativi e irrealistici. 

Pressione sociale e modelli irraggiungibili. La richiesta costante di essere vincenti, perfetti, belli e felici, amplificata dal confronto continuo con immagini filtrate e idealizzate sui social media. 

Iperconnessione e dematerializzazione delle relazioni. L’uso massiccio di smartphone e internet sin da tenera età riduce il contatto umano reale e può favorire isolamento, cyberbullismo e fenomeni di ritiro sociale come gli Hikikomori. 

Fragilità educativa degli adulti. La mancanza di figure adulte autorevoli, capaci di ascoltare e contenere, spesso sostituite da risposte solo punitive o, all’opposto, di indifferenza. 

Crisi della funzione genitoriale ed educativa. Spesso i genitori tendono a porsi come “amici” piuttosto che figure di riferimento capaci di fornire regole, limiti chiari, ascolto e contenimento emotivo. 

Contesti di emarginazione. Situazioni di povertà educativa, dispersione scolastica e periferie urbane dove è più facile entrare in contatto con subculture microcriminali. 

Bisogno di riconoscimento. Spesso la violenza giovanile non è organizzata, ma rappresenta un grido di aiuto o un tentativo disperato di ottenere attenzione e identità all’interno di un gruppo, come nel fenomeno delle baby bang.

Mortalità giovanile

Mi preme rimarcare che, come negli anni ‘60, ai giorni nostri al primo posto assoluto, fra le cause di mortalità giovanile (15-29 anni),  figurano gli incidenti stradali, soprattutto per i maschi. Dovrebbe suscitare una grande preoccupazione che, fra le altre cause principali, si annoverino gli atti di autolesionismo e suicidi, in un quadro di un aumento della sofferenza psicologica e del disagio mentale tra adolescenti e giovani adulti; eatti di violenza interpersonale, in particolare in contesti ad alto rischio, tra i maschi adolescenti, le aggressioni e i traumi da violenza rappresentino una quota significativa dei decessi.

Violenza endemica 

Il timore e il  pericolo che la violenza giovanile si radichi  potenzialmente nelle aree metropolitane in termini endemici è una malaugurata prospettiva. 

Si tratta di un fenomeno complesso e multifattoriale, caratterizzato dalla presenza costante di comportamenti violenti e criminali in contesti urbani densamente popolati.Una dinamica che rischia di non configurarsi come una emergenza temporanea, ma come una componente strutturale del tessuto sociale ed economico di specifiche aree cittadine e che richiede dunque di essere affrontata con uno sforzo da parte delle istituzioni pubbliche e corale della società di attenzione, ascolto, comprensione e interpretazione  preventiva, che vada oltre alle pure necessarie risposte di contenimento, di repressione, di giusta rassicurazione della popolazione che ne subisce gli effetti distruttivi, evitando però di centrare la questione sul piano dell’ “ordine pubblico”  se non “militare”. 

Bisogna risalire alle origini scavando in profondità. 

Ciò tanto più in relazione alla novità più rilevante degli ultimi anni data dallo spostamento dell’allarme criminalità e violenza minorile nelle realtà provinciali. Città medie e piccoli comuni registrano un incremento notevole di aggressioni e risse nei pressi delle stazioni ferroviarie o dei centri commerciali, episodi di bullismo e vandalismo contro arredi urbani e negozi. 

Territori fisici

In Italia la violenza giovanile e le cosiddette “baby gang” sono diffuse sull’intero territorio nazionale, ma con una significativa evoluzione geografica: il fenomeno non riguarda più solo le periferie delle grandi metropoli, purtroppo, si è esteso alle città di provincia e ai centri di medie dimensioni. 

Nelle grandi città, i momenti di aggregazione giovanile violenta agiscono spesso sia nelle aree periferiche sia nelle zone centrali della movida e dello shopping. 

Le aree più segnate includono Milano e hinterland, caratterizzate da bande giovanili che mettono in atto rapine di strada, vandalismi e scontri tra fazioni nei nodi di trasporto o nelle piazze principali. Bologna e l’asse emiliano rilevano tensioni legate a gruppi di giovanissimi coinvolti in risse, aggressioni e piccoli reati di strada. 

Nelle regioni del Sud Italia (in particolare in Campania, Sicilia e Puglia), il fenomeno assume spesso connotati legati al contesto socio-economico del territorio. 

Nelle aree a forte densità criminale, la violenza giovanile si sviluppa talvolta in contesti di prossimità o emulazione delle organizzazioni mafiose (es. le “paranze” a Napoli). 

Il fenomeno è strettamente intrecciato ad alti tassi di dispersione scolastica, povertà educativa e carenza di servizi di welfare per i minori. 

Torino

Torino merita qualche considerazione specifica in più. 

Il capoluogo e l’area metropolitana attraversano una fase non facile e sfidante di cambiamento se non di una vera e propria metamorfosi complessiva, con effetti pro e contro. 

Ormai non le si può più attribuire il titolo one-company- town della Fiat che, nel bene e nel male, è stata ”l’etichetta di garanzia  pluridecennale” che ha plasmato non solo il territorio fisico, il piano e lo sviluppo economico e sociale e quello politico,  ma anche l’aspetto psicologico e culturale  di una cittadinanza (sia  di chi stava con Agnelli e di chi era contro Agnelli) che nel contempo condividevano un identico senso di un appartenenza comunitario, pur provenendo da poli e ragioni opposte. 

Oggi non è più così. La città attraversa un percorso e passaggio incompiuto di profonda trasformazione alla ricerca di una nuova identità. 

La generazione zeta ne è la quota di popolazione principalmente maggiormente coinvolta, dovendosi costruire un futuro e incontrando sulla sua strada sovente ostacoli e delusioni. 

Nell’area metropolitana di Torino il tasso di disoccupazione giovanile è nella media delle “14” aree metropolitane, ma superiore a quelle di Milano, Genova, Venezia, Bologna. Il numero di Neet è superiore a quello delle aree metropolitane di Milano, Genova, Venezia, Bologna e uguale a quello di Roma. Si stima che siano circa 20.000 i pendolari che ogni giorno si spostano nel capoluogo lombardo sull’asse della “Metropoli Mi-To” per ragioni di lavoro o studio e che circa 30.000 giovani laureati torinesi abbiano lasciato la città per trasferirsi, chi temporaneamente e chi definitivamente all’estero.

Per altro verso Torino come altri grandi centri industriali del Nord Italia presenta un’alta densità abitativa e aree periferiche o di snodo (come stazioni e assi commerciali) più esposte a microcriminalità, furti, atti osceni o vandalici. 

In questo ambito è al primo posto in Italia per numero di denunce per reati di danneggiamento. I fattori principali alla base di questo primato includono le tensioni sociali. In alcune occasioni, frange estreme o gruppi di manifestanti violenti hanno causato devastazioni, scontri con le forze dell’ordine, danneggiamenti a vetrine, arredi urbani e beni pubblici. Fattori socio-economici di disagio urbano. Di degrado delle periferie soprattutto in quartieri complessi e periferici, in cui i giovani sono coinvolti in episodi di microcriminalità, vandalismo, baby gang, in aumento rispetto al periodo pre-pandemia. 

Va tenuto altresi conto che una maggiore propensione di cittadini locali, dei commercianti e delle istituzioni locali a denunciare i danni subiti (spesso necessari per attivare le coperture assicurative) potrebbe fare sì che i numeri statistici risultino più elevati rispetto ad altre realtà urbane.

Un territorio immateriale

Accanto a territori fisici esiste un territorio immateriale, uno spazio digitale che, pur privo di estensione fisica, possiede tutte le dinamiche sociali, politiche e culturali di un territorio reale. 

L’esperienza digitale non è semplicemente uno “strumento di comunicazione”, ma un vero e proprio luogo dell’abitare, in cui si palesa il ruolo, il peso, la pervasività dei social media attuali; basata e alimentata da piattaforme digitali che, se non creano violenza, possono amplificarla, esaltando la ricerca di popolarità immediata, di visibilità e di gratificazione istantanea. 

I dati poi dei principali osservatori dimostrano che la violenza digitale (cyberbullismo e violenza online) non ha barriere geografiche. Colpisce oltre il 50% dei ragazzi in modo trasversale in tutta Italia, amplificando a dismisura le tendenze di esclusione e di aggressione verbale o psicologica.

Perchè non li abbiamo visti arrivare?

I giovani che hanno invaso, devastato e saccheggiato il centro di Milano domenica agli occhi di molti di noi che apparteniamo a generazioni precedenti, da chi ci governa in giù, sono apparsi degli alieni che si sono materializzati provenienti non solo dalle periferie urbane ma usciti e sbucati dalla galassia immateriale della rete, non esplorata a sufficienza, nella quale abitano, stanno collegati ore e ore al giorno e si rifugiano. 

          E così non li abbiamo visti arrivare.

Guardando i filmati si può notare che in piazza ci fosse una varietà di persone incappucciate o mascherate; altri a viso scoperto; casseur e vouleur; chi badava di più scontrarsi o deridere la polizia, chi sfondare vetrine e/o saccheggiare; chi perseguiva la distruzione, chi lo scontro fisico, chi il bottino, chi immortalare con un selfie la sua ribellione. L’episodio più emblematico che mi ha impressionato è l’assalto alla libreria Feltrinelli a Torino, di cui stento a coglierne il vero significato simbolico che non sia la devastazione in sé e per sé,  vista la collocazione centrale del luogo. 

L’unico nesso che pare assimilare la manifestazione contro il carovita e a favore di una scuola migliore promossa il giorno prima e la successiva calata domenicale dei “marziani ultraminorenni” sono state quelle forme di violenza che hanno costellato le proteste. A meno che non si voglia arditamente equiparare il furto di un capo di abbigliamento griffato alla lotta contro il caro vita.

NT

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