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Interventi e misure di contrasto alla povertà lavorativa in Italia 

Avere un lavoro non sempre basta per evitare di cadere in povertà. In Italia un quarto dei lavoratori ha una retribuzione individuale bassa (cioè, inferiore al 60% della mediana) e più di un lavoratore su dieci si trova in situazione di povertà (cioè, vive in un nucleo con reddito netto equivalente inferiore al 60% della mediana). 

Nel dibattito pubblico, la povertà lavorativa è spesso collegata a salari insufficienti mentre questa è il risultato di un processo che va ben oltre il salario e che riguarda i tempi di lavoro (ovvero quante ore si lavora abitualmente a settimana e quante settimane si è occupati nel corso di un anno), la composizione familiare (e in particolare quante persone percepiscono un reddito all’interno del nucleo) e l’azione redistributiva dello Stato. 

A livello individuale, infatti, il rischio di basse retribuzioni è particolarmente elevato per i lavoratori occupati solo pochi mesi all’anno, per i lavoratori a tempo parziale e per gli autonomi. A livello familiare, a questi fattori di rischio si aggiungono la composizione del nucleo e il numero di percettori. Una strategia di lotta alla povertà lavorativa richiede, quindi, una molteplicità di strumenti per sostenere i redditi individuali, aumentare il numero di percettori di reddito, e assicurare un sistema redistributivo efficace. 

Nel nostro lavoro abbiamo scelto di concentrarci su due proposte predistributive (che agiscono, cioè, sui redditi di mercato), una redistributiva e due trasversali. Le proposte sono di taglio generale (ma si potrebbero immaginare anche interventi a livello settoriale o locale) e microeconomico, cioè indirizzate a supportare i redditi individuali e familiari. Una strategia complessiva, però, dovrebbe anche affrontare le debolezze macroeconomiche e di politica industriale, le politiche per il lavoro (politiche attive, regolazione lavoro atipico, contrattazione) e gli investimenti in istruzione e formazione, con l’obiettivo di aumentare quantità e qualità del lavoro nel nostro Paese. 

Proposta 1: Garantire minimi salariale adeguati – Minimi salari adeguati sono una condizione necessaria (ma non sufficiente) per combattere la povertà lavorativa tra i lavoratori dipendenti. Nel caso italiano sono due le opzioni in discussione: estendere l’applicazione dei contratti collettivi principali a tutti i lavoratori del settore oppure introdurre un salario minimo per legge. Le due opzioni sono dibattute da tempo e si scontrano con ostacoli politici e tecnici che da anni bloccano ogni avanzamento in materia. Per questo motivo, oltre a queste due opzioni, il Gruppo di lavoro ha elaborato una terza opzione che consenta una sperimentazione di un salario minimo per legge o di griglie salariali basate sui contratti collettivi in un numero limitato di settori, caratterizzati da maggiore criticità. Questa terza opzione, pur apportando solo una risposta parziale e non esente da complessità, potrebbe fornire una prima e temporanea soluzione mentre prosegue il dibattito sullo strumento più adatto a livello nazionale. 

Proposta 2: Rafforzare la vigilanza documentale – Oltre alla fissazione di un minimo salariale per via contrattuale o legale, è essenziale che questo minimo sia rispettato (una priorità anche con il sistema vigente). Al di là della fondamentale attività ispettiva, il Gruppo considera cruciale potenziare anche l’azione di vigilanza documentale, cioè basata sui dati che le imprese e i lavoratori comunicano alle Amministrazioni pubbliche costruendo indici di rischio a livello di impresa o settore per permettere un confronto sulle anomalie riscontrate e, in caso di persistenza nel tempo, studiare strategie di intervento interagendo con le imprese oppure guidando la vigilanza ispettiva. Per perseguire questa proposta occorre in primo luogo arricchire le banche dati oggi disponibili. 

Proposta 3: Introdurre un in-work benefit – In Italia, solo il 50% dei lavoratori poveri percepisce una qualche prestazione di sostegno al reddito rispetto al 65% in media europea. In particolare, in Italia manca uno strumento per integrare i redditi dei lavoratori poveri, un in-work benefit (letteralmente trasferimento a chi lavora), che permetterebbe di aiutare chi si trova in situazione di difficoltà economica e incentiverebbe il lavoro regolare. Un in-work benefit in Italia dovrebbe assorbire gli “80 euro” (ora Bonus dipendenti, una misura peraltro basata sui redditi individuali e non familiari) e la disoccupazione parziale per arrivare a uno strumento unico, di facile accesso e coerente con il resto del sistema (in particolare, Reddito di Cittadinanza, ma anche il nuovo Assegno Unico e Universale per i Figli). Sulla base delle esperienze internazionali, il trasferimento dovrebbe essere definito a livello individuale per non disincentivare il lavoro del secondo percettore e crescere fino a una certa soglia di reddito per poi stabilizzarsi e poi decrescere. La discussione sulla riforma fiscale in corso rappresenta il luogo ideale per la definizione di questo tipo di strumento. Tuttavia, per evitare che un in-work benefit possa trasformarsi, surrettiziamente, in un trasferimento alle imprese e, di fatto, in un incentivo al lavoro povero, una misura di questo tipo deve accompagnarsi alla presenza e al rispetto di minimi salariali adeguati (Proposte 1 e 2) e, più in generale, al controllo di comportamenti opportunistici di imprese e lavoratori rispetto al numero di ore di lavoro e ai salari dichiarati. 

Proposta 4: Incentivare il rispetto delle norme da parte delle aziende e aumentare la consapevolezza di lavoratori e imprese  

Alle tre misure precedenti è possibile affiancare forme di accreditamento per incentivare le imprese a pagare salari adeguati (si veda l’esperienza del Living wage nel Regno Unito) oppure di name and shame per chi, al contrario, non rispetta la normativa sul lavoro. Per i lavoratori, poi, servono strumenti e campagne per aumentare la leggibilità dei CCNL e dei vari strumenti di sostegno al reddito per assicurarsi che i lavoratori che ne hanno bisogno possano avervi effettivamente accesso. È importante, inoltre, un’adeguata e tempestiva informazione sulle prospettive pensionistiche (la c.d. “busta arancione”) per mettere in risalto i rischi derivanti dal cumulo di situazioni di svantaggio. Infine, seguendo l’esperienza del programma “VisitINPS”, un più facile accesso ai tanti dati che le Amministrazioni pubbliche (nazionali e locali) raccolgono nell’espletamento delle loro funzioni consentirebbe di promuovere la ricerca in materia e misurare l’effetto che strumenti diversi possono avere nel contrastare questo fenomeno. 

Proposta 5: Promuovere una revisione dell’indicatore UE di povertà lavorativa 

 L’indicatore di povertà lavorativa utilizzato dall’Unione europea esclude i lavoratori con meno di sette mesi di lavoro durante l’anno e presuppone un’equa condivisione delle risorse all’interno della famiglia. Così facendo, l’indicatore UE esclude i lavoratori che sono tra i più esposti al rischio di povertà e non permette di identificare se qualcuno è in grado di avere una vita dignitosa con i propri guadagni. È opportuno, quindi, promuovere in sede europea una revisione dell’indicatore che, sulla scorta di quanto proposto in questa Relazione, estenda la platea di riferimento e meglio prenda in considerazione i redditi da lavoro individuali, incrociando retribuzioni individuali e redditi familiari. Le cinque proposte vanno considerate nel complesso perché nessuna di esse presa isolatamente appare risolutiva, ma soprattutto perché, se non combinate con altre, alcune proposte rischiano di essere inefficaci (per esempio, un salario minimo senza controlli più stringenti) o addirittura dannose (come detto, un in-work benefit senza minimi salariali adeguati e rispettati diventa un trasferimento alle imprese e un incentivo al lavoro povero). Se prese insieme, invece, le cinque proposte si completano e rafforzano a vicenda.

*da RELAZIONE DEL GRUPPO DI LAVORO SUGLI INTERVENTI E LE MISURE DI CONTRASTO ALLA POVERTÀ LAVORATIVA IN ITALIA novembre 2021 Sintesi delle proposte formulate dal Gruppo di lavoro istituito con Decreto Ministeriale n. 126 del 2021. Fanno parte del Gruppo di lavoro, così come definito all’articolo 2 del suddetto decreto: ● Andrea Garnero, economista del lavoro all’OCSE, attualmente in sabbatico di ricerca, coordinatore del gruppo ● Silvia Ciucciovino, professoressa ordinaria di diritto del lavoro all’Università Roma Tre e consigliera esperta presso il CNEL ● Romolo de Camillis, direttore generale dei rapporti di lavoro e delle relazioni industriali del Ministero del lavoro e delle politiche sociali ● Mariella Magnani, professoressa emerita di diritto del lavoro all’Università di Pavia ● Paolo Naticchioni, economista presso la Direzione Studi e Ricerche dell’INPS e professore associato all’Università Roma Tre ● Michele Raitano, professore ordinario di politica economica alla Sapienza Università di Roma ● Stefani Scherer, professoressa ordinaria di sociologia all’Università di Trento ● Emanuela Struffolino, ricercatrice di sociologia economica all’Università di Milano Le opinioni e le proposte espresse in questa relazione rappresentano esclusivamente il punto di vista dei membri del Gruppo di lavoro e non riflettono la posizione delle istituzioni a cui appartengono né quella del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

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