La tecnologia è più veloce dell’ideologia. Se poi l’ideologia è il populismo o il radicalismo, di destra come di sinistra, l’evoluzione industriale non si ferma e mette la politica di fronte al fatto compiuto.
È quanto sta avvenendo nell’ambito della Difesa europea, dove le imprese e il loro sviluppo tecnologico avanzano più rapidamente dell’idea stessa di un sistema di difesa comune. In altre parole, la difesa europea rischiano di farla prima le imprese che la politica. E, in questo caso,prevarrà la tecnologia dei Paesi che più avranno investito in questo settore.
Dall’F-104 all’Europa
Nel nostro Paese, restando al periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, siamo passati, politicamente e tecnologicamente, dall’F-104 – caccia intercettore assemblato anche a TorinoCaselle su licenza, che sembrava un siluro per la ridotta superficie alare e rimasto operativo dal 1963 al 2004 – all’AMX, caccia leggero operativo dal 1989 al 2024, progettato e costruito grazie alla collaborazione tra Italia e Brasile, con Aeritalia, Aermacchi e la brasiliana Embraer.
Da assemblatori siamo diventati progettisti e costruttori. Poi, con il Tornado MRCA (Multi-Role Combat Aircraft) e il consorzio Panavia, siamo finalmente approdati a un’idea di collaborazione aeronautica europea con Gran Bretagna e Germania. I francesi, sempre un po’ sciovinisti, hanno invece seguito la loro strada con il Rafale.
Il Tornado, operativo dal 1982, è un velivolo multiruolo, quindi anche bombardiere, ad ala a geometria variabile e, per rafforzarne la vocazione di difesa, è stato sviluppato anche in una versione con capacità di intercettazione.
Il salto dell’Eurofighter
Poi arriva l’EFA, European Fighter Aircraft. Il primo volo del prototipo italiano avviene nel 1996 a Caselle e qui la storia si ribalta: dall’F-104 assemblato su licenza si passa a un aereo multiruolo – intercettore, caccia e bombardiere – progettato e costruito da quattro Paesi europei: Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna.
In circa trent’anni l’Europa, grazie alla propria crescita tecnologica, è passata dalla dipendenza dagli Stati Uniti alla capacità di produrre autonomamente un velivolo da combattimento, tanto sul piano progettuale quanto su quello industriale. E va ricordato che, nel campo aeronautico, trent’anni non rappresentano un periodo particolarmente lungo per compiere un simile percorso di crescita tecnologica. I francesi, naturalmente, continuano a tenersi il loro Rafale, nato negli anni Ottanta e diventato operativo nel 2000.
Negli stessi anni in cui si sviluppa la collaborazione europea nel campo della Difesa, si compie anche un importante passo avanti nella politica economica e monetaria con la nascita dell’euro.
Ma la classe politica europea di allora era di tutt’altro spessore.
Il GCAP oltre l’Unione
Ancora una volta è il settore aeronautico a fornire, concretamente, il segnale dell’incapacità della politica, segnata da sovranismi e populismi, di affrontare il tema dello sviluppo della difesa comune.
Mentre la politica arranca, Italia, Gran Bretagna e Giappone sviluppano una collaborazione che va oltre i confini dell’Unione Europea: il GCAP, Global Combat Air Programme. Non più semplicemente un aereo, ma una piattaforma tecnologica. Al progetto guardano con interesse anche altri Paesi.
È qui che avviene il vero salto tecnologico, modellato sui nuovi sistemi di difesa di cui l’Europa ha bisogno. E, ancora una volta, la tecnologia e l’industria che la sviluppa arrivano prima della politica. Il GCAP, infatti, non è soltanto un aereo, ma una core platform: un caccia pilotabile, con possibilità di integrazione di sistemi senza pilota, collegato a droni gregari, intelligenza artificiale, combat cloud, sensori avanzati e armi intelligenti.
La guerra dentro una rete
Il punto di svolta, anche per rispondere alle esigenze di difesa dell’Europa, è il combat cloud: una rete digitale militare capace di collegare in tempo reale aerei, droni, navi, forze terrestri, satelliti e centri di comando. Invece di far agire ogni mezzo isolatamente, il combat cloud trasforma ogni piattaforma in un sensore e in un nodo di una rete condivisa. I dati raccolti vengono fusi e distribuiti rapidamente, permettendo a un vero e proprio “sistema di sistemi” di operare in maniera coordinata su più domini: aria, terra, mare, spazio e cyberspazio.
Si crea così un’integrazione multidominio che unisce risorse differenti – un aereo pilotato, droni gregari, satelliti e unità navali – in un’unica architettura operativa. L’intelligenza artificiale consente inoltre di ridurre drasticamente i tempi decisionali nella reazione a una minaccia.
Abbiamo già ricordato su questa rubrica che, di fronte a un attacco balistico, i tempi di reazione possono essere compresi tra alcune decine di secondi e pochi minuti. I tecnici parlano di “combattimento collaborativo”: un velivolo di prima linea, come quello previsto dal GCAP, può restare a distanza di sicurezza mentre controlla sistemi senza pilota più vicini alla minaccia.
Possiamo immaginarlo come parte di un sistema di difesa a cupola, un concetto sul quale si sta lavorando anche in Italia. Un sistema aperto, al quale l’auspicio è che possano aderire altri Paesi europei e non solo. In questo quadro, anche un possibile coinvolgimento del Canada assumerebbe un notevole rilievo geopolitico, industriale ed economico.
Lo scudo europeo
Nonostante le difficoltà politiche ad agire davvero come Unione Europea, Bruxelles ha individuato una serie di progetti industriali destinati a rafforzare lo scudo tecnologico e militare continentale, mobilitando finanziamenti dedicati per colmare le principali lacune strategiche, anche attraverso la collaborazione con partner come Norvegia e Ucraina.
Tra i settori prioritari figurano lo sviluppo e la produzione su larga scala di droni tattici e sistemi anti-drone; la difesa marittima e delle infrastrutture sottomarine, a partire dai cavi di comunicazione; il potenziamento delle infrastrutture satellitari per l’allerta missilistica, le telecomunicazioni sicure e la navigazione; la difesa aerea e missilistica integrata; la sorveglianza e la protezione del fianco orientale dell’Unione.
L’obiettivo è trasformare la vulnerabilità europea di fronte alla guerra convenzionale e ibrida in una capacità di deterrenza solida e coordinata. Il GCAP, pur essendo un programma distinto e nato da una cooperazione intergovernativa tra Italia, Regno Unito e Giappone, si inserisce pienamente in questa nuova concezione tecnologica della difesa.
Il cuore italiano a Caselle
Il GCAP è sviluppato sul piano industriale da una joint venture paritetica, Edgewing, partecipata da Leonardo per l’Italia, BAE Systems per il Regno Unito e Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. Ltd – JAIEC – per il Giappone.
Il cuore italiano sarà Torino-Caselle, dove si concentrerà una parte importante delle attività ingegneristiche, mentre il territorio potrà essere coinvolto anche nelle successive fasi di sviluppo, integrazione e sperimentazione.
Le ricadute occupazionali possono essere rilevanti, soprattutto per i giovani, con posti di lavoro qualificati e stabili capaci di sviluppare competenze e professionalità. Torino ha bisogno di creare occasioni di lavoro per trattenere sul territorio chi si laurea o consegue un diploma, senza impedire, naturalmente, esperienze professionali all’estero. Ha bisogno soprattutto di sviluppare competenze, capacità tecnologiche e conoscenze nei settori decisivi per le sfide future.
Anche perché le ricadute civili delle tecnologie sviluppate in campo aeronautico e della difesa possono essere notevoli, soprattutto nei droni e nei velivoli senza pilota.
Oltre l’automotive
Sviluppare un’industria capace di affiancare l’automotive – settore sul quale continuano a mancare idee realmente nuove, mentre resta in campo la mia proposta del motore a Mirafiori – è vitale per il futuro industriale torinese. I droni cominciano già a essere utilizzati per i trattamenti fitosanitari in agricoltura, compresi quelli biologici. Sono impiegati nel monitoraggio ambientale e del territorio e negli interventi sulle aree colpite da catastrofi. Domani avranno un ruolo sempre maggiore anche nel trasporto.
Quando vedremo diminuire i furgoni utilizzati per le consegne dei pacchi, riducendo traffico e inquinamento, e riceveremo gli acquisti online – o, ancora più utilmente, i farmaci – attraverso un drone? Può sembrare fantascienza. Ma ancora una volta la tecnologia corre più veloce della politica.
