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La terza piazza fra Smart mob e l’invisibilità della politica

Poliziotti e cronisti sono da giorni sguinzagliati nei cunicoli della rete per carpire informazioni e identità. Mai come oggi il movimento di piazza è diventato una gigantesca e permanente smart mob, in cui un manipolo di virtuosi delle tecnologie di connessione hanno preso la testa, sostituendo le tradizionali leadership politiche. Non è più la rappresentanza a costituire la materia dell’organizzazione ma l’abilità tecnica che rende le comunicazioni sicure e non intercettabili.

Più di 20 anni fa un geniale profeta del nomadismo digitale che Howard Reynolds scrisse un saggio allora considerato poco più di un videogame, intitolato Smart mobs, in cui spiegava che la mobilità dei sistemi di comunicazione che rappresentavano i nuovi mezzi di produzione immateriale avrebbe inevitabilmente portato alla mobilità delle relazioni sociali e delle dinamiche politiche.

Due erano i concetti di sociologia digitale che Reynolds focalizzò: il flusso, come forma delle nuove dinamiche sociali: produzione e proiezioni di stati d’animo e di istruzioni operative da condividere sul momento. Il secondo era il concetto di swarming, lo sciame, come geometria sociale, in cui si configura la frammentazione dei vecchi ceti fordisti, in cui una infinita moltitudine di individui convergono occasionalmente attorno ad un obbiettivo.

Rispetto ad oggi l’elemento che l’autore di Smart Mobs non poteva considerare nel 2002 sono i dati. O meglio la capacità di influenzare, individualmente, ogni singolo componente dello sciame, in modo da programmare con certezza matematica il comportamento in piazza. Nel saggio che abbiamo citato si legge inoltre: Gli smart mob emergono quando le tecnologie di comunicazione e di calcolo amplificano il talento umano per la cooperazione.

Affiora qui il terzo concetto che oggi sta selezionando le forme della politica e della geopolitica. Il talento, il saper fare. Reynolds allora ancora lo vedeva come indotto dell’istinto cooperativo che era, parliamo dell’inizio del nuovo secolo, ancora una delle caratteristiche del networking che poi i monopolisti delle piattaforme hanno trasformato, in puro mercato degli istinti individuali. Ma oggi il talento tecnologico assume una centralità è proprio nella configurazione dei nuovi movimenti. Al centro della scena infatti ci sono anonimi genietti del web che per le motivazioni più diverse, ma dove campeggia chiaramente il profitto personale, stanno riempiendo il vuoto di esperienze materiali che si è creato con le suggestioni di comportamenti guidati dalla rete. Le istruzioni che appaiono e scompaiono sui diversi siti del movimento hanno sostituito le parole d’ordine delle organizzazioni politiche. È il come ci si muove in piazza a decidere la propria identità.

E infatti possiamo oggi scorgere nelle realtà in azione tre piazze diverse: quelle nate nelle scuole che hanno dato la prima spinta ad una protesta i cui contorni oggi sono del tutto sbiaditi, la piazza che si è gonfiata con le frustrazioni e i rancori delle periferie che hanno radicalizzato l’attacco al quieto vivere, infine le piazze fredde e geometriche di nuclei operativi che sanno come agire e con quali accortezze, e danno il colpo finale. Il tutto nell’assoluta invisibilità delle responsabilità o ambizioni di leadership.

Dopo il saggio Smart Mob di Reynod, venne il movimento Occupy Walt Street a New York e gli Indignados spagnoli, insieme alle primavere arabe e alle rivoluzioni colorate. Movimenti diversi fra loro ma tutti con al centro gruppi dirigenti digitali che combinavano il carisma politico con le abilità digitali. Qualche anno dopo, nel 2014, arrivò Cambridge Analytica, che scombussolò ogni dinamica sociopolitica, sostituendo alla dialettica di contenuti la profilazione dei partecipanti. Utenti, clienti, attivisti e elettori, vennero spietatamente classificati per identità e linguaggi ed usati, di volta in volta, per orientarne le volontà.

Oggi siamo alla convergenza dei due fenomeni. Sciami composti dai dati intimi raccolti in rete vengono mobilitati con schemi politici. Il potere di decisione rimane però assolutamente invisibile. Agitatori professionisti organizzano i social, spostano le chat, cancellano i blog, tracciano i contatti. E annunciano le scadenze. È il potere oscuro della terza piazza.

Già nel documentario Naza abbiamo visto come un ceto tecnocratico, competitivo e disincantato usi la sua abilità, il suo talento, per compiere determinati atti solo perché sa farlo. E diventa in questo soggetto geopolitico, protagonista nel mondo. Oggi vediamo, in una chiave diversa, un nuovo ceto di hacker-mob, di professionisti della sovversione, avrebbe detto Gramsci, usare la potenza dei dati per allineare su fronti imprevedibili un’intera generazione e in nome suo trattare con gli Stati.

La politica, i partiti, i sindacati appaiono davvero figuranti senza battute in questo silenzio della democrazia.

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