Il ritorno dei giovani in piazza e il contesto internazionale
Prima di commentare il risveglio dei giovani, che si stanno riposizionando dal divano alla piazza, bisogna chiarire quali sono le ragioni di fondo del loro protagonismo. Il mondo sta mandando segnali di profonda scomposizione degli equilibri definiti a ridosso della seconda Guerra mondiale. Senza aver presente questo quadro di riferimento non si può ragionare del “disordine” dei giovani in tante parti dell’Europa.
Le cose non sono cominciate adesso. Sono cominciate intorno al 2008, quando gli americani e gli inglesi tentarono di assestare un colpo mortale alla Russia, scaricando su di essa, attraverso l’economia internazionale, una parte rilevante della crisi dei subprime, per portarla al fallimento.
Il tentativo di far fallire la Russia appartiene a una vecchia linea della destra americana. A quel punto intervennero i cinesi, che con Deng Xiaoping avevano già avviato il processo di costruzione della propria potenza internazionale. Cina e Russia stabilirono un’alleanza strategica di lunghissimo periodo, con una guida a due del processo che avrebbe portato l’Asia al centro dell’economia mondiale. Le cose vanno così da allora.
La NATO e la questione ucraina
Quale fu la reazione americana? Innanzitutto cambiare la ragion d’essere della NATO: da alleanza difensiva a grande coalizione tendenzialmente globale contro un nemico, individuato nella Russia di Putin.
Poi c’è stata l’Ucraina, con la rivolta di piazza Maidan del 2014 e la discesa in campo di formazioni parafasciste, espressione di ciò che era rimasto della dominazione hitleriana durante la guerra e che non era mai del tutto scomparso. In questa lettura, Maidan fu un colpo di Stato per cacciare il presidente filorusso e sostituirlo con uno che rispondesse sostanzialmente all’Inghilterra e agli Stati Uniti. La risposta di Putin fu di prendersi il Donbass e, soprattutto, le aree russofone. Noi siamo cresciuti con la minaccia dei cosacchi nelle acquasantiere. Ma da dove venivano i cosacchi? Dal Don, dal Donbass: quella era la Russia di Cirillo e Metodio che nasce su tre nuclei: Kiev, Mosca e Minsk.
La questione aperta è questa: scegliere l’Ucraina come piede di porco per tenere sotto scacco la Russia. È la strategia di Brzezinski, il grande stratega della politica estera americana dopo Kissinger. Appropriarsi delle risorse russe è la filosofia di Trump, dell’unilateralismo americano. È un paradigma in cui la politica diventa rapina, guerra, comando del più forte. Il più forte si appropria delle risorse: questa è la dottrina esplicita del trumpismo.
Globalizzazione e trasformazione della società
Di pari passo avanza la globalizzazione, con tutti i problemi delle guerre e dei conflitti interetnici e religiosi. Produce un rimescolamento della composizione demografica in vaste aree dell’Occidente: non solo negli Stati Uniti, un Paese fatto di melting pot e di un ricambio di quindici milioni di immigrati all’anno, ma anche in Europa.
Nello stesso tempo deperisce la funzione dello Stato nazionale e si concentra un potere sovranazionale nelle Big Tech e nei grandi monopoli finanziari, che controllano finanza, moneta e tecnologia. Cambia la morfologia della popolazione, ma il processo comincia già con la rivoluzione tecnologica degli anni Ottanta, che esclude la Russia dall’accesso alle tecnologie informatiche attraverso il CoCom e, contemporaneamente, toglie le basi strutturali su cui si era formata la classe operaia moderna dell’industrialismo meccanico.
A quella struttura si sostituisce progressivamente un neoindustrialismo finanziario e informatico. La sua forza sta nella centralizzazione sovranazionale di grandi gruppi che detengono il potere tecnologico, controllano la ricerca e la sua immissione nel sistema industriale. È lo sviluppo del complesso militare-industriale, fino a quello che oggi si presenta come un conflitto fra complessi digitali-industriali.
La cosa che, nel lungo periodo, gli Stati Uniti hanno realmente imposto è un modello di sviluppo abbastanza simile nei Paesi non comunisti: l’incorporazione della ricerca nella ricerca militare e la concentrazione del potere nei complessi militari-industriali. Un modello che si è trasmesso anche dall’altra parte: sostanzialmente funzionano così anche la Russia e la Cina e, con altre caratteristiche, alcuni Paesi del Terzo mondo, come l’Egitto.
A questo punto, nei grandi aggregati urbani, quali giovani vengono fuori? C’è una mescolanza di origini, ceti e culture. E quali sono le agenzie della loro formazione?
I modelli del potere e la formazione dei giovanissimi
Le agenzie di formazione funzionano secondo il modello suggerito, o imposto, da chi detiene il potere. Se chi comanda questa struttura oligopolistica, finanziaria e tecnologica propone come unica legge quella del più forte e come risorsa la guerra, riabilitata anche attraverso l’adeguamento degli arsenali alla prospettiva di una terza guerra mondiale, questo diventa il quadro entro cui si formano i ragazzi.
Le agenzie di formazione sono sostanzialmente i media, i social. Ma, prima ancora, quale rappresentazione del mondo trovi anche nei migliori canali televisivi? Da noi, il problema è sempre chi sia il nemico, dove si trovi e come lo si combatta. Non c’è un’altra idea dell’umanità. Per fortuna c’è la Chiesa: non è poco, specialmente in Europa e in Italia.
Veniamo all’ultima vicenda: com’è possibile che siano coinvolti ragazzi tanto giovani, di undici o quattordici anni? Il ragazzo del saccheggio, quando ce lo hanno mostrato, al di là della sua origine multietnica, aveva le posture e la cultura di un piccolo boss. Per trovarne un equivalente devi andare alla fiction di Gomorra. Ancora più esplicito è stato il ragazzo poco più grande che, intervistato, ha detto: «L’unica possibilità che abbiamo di essere percepiti è spaccare le vetrine; altrimenti non esistiamo».
La generazione Z sta dentro la scomposizione della società occidentale. Che è decisiva. Papa Francesco parlava di terza guerra mondiale a pezzi: ci siamo dentro da almeno dieci o dodici anni, non è qualcosa che deve ancora venire. Il clima generale trasmette i valori di chi comanda oggi.
Di che cosa parlano la comunicazione e l’informazione? Delle società e dei loro problemi reali, oppure delle guerre, più o meno legittimate, dissimulate e riproposte? Dal punto di vista geopolitico, la maggiore potenza continua a essere sovranista, unilateralista, guerrafondaia e suprematista bianca. E l’Italia è a ruota. Il diciassette per cento del PIL americano viene dalle economie illegali e criminali. Per almeno due decenni dagli anni 80 del secolo scorso, credo, tutta la rete dei partiti socialisti e socialdemocratici ha fallito sul controllo del traffico della cocaina.
Per questi ragazzi, allora, l’unico modo di esserci è fare, come possono, ciò che vedono fare ai massimi livelli. Finanche il saccheggio.
Le differenze rispetto al Sessantotto e il ritorno del welfare
Molti fanno un collegamento con il Sessantotto del secolo scorso: che cosa c’entra? Il Sessantotto è una cosa completamente diversa. Nasce dall’impossibilità degli Stati Uniti di fare le guerre a modo loro, decidendone tempi e modalità; nasce dal disastro di essersi caricati sulle spalle la guerra in Indocina.
Fra le tesi che considero più credibili sull’assassinio di Kennedy c’è quella secondo cui lui non voleva che gli Stati Uniti entrassero in guerra, mentre chi lo assassinò sapeva che il vicepresidente Johnson lo avrebbe fatto. E poi come sono usciti dall’Indocina? Con un ponte aereo per portarli via e con una crisi organica. Non possono più avere un esercito di leva che risponda alla loro nazione: fanno guerre per procura, finanziando ora l’una ora l’altra formazione armata.
Torno alla questione dei giovani. C’è da fare una distinzione fra la generazione Z e quella Erasmus. I più grandi sono scesi in piazza con rivendicazioni precise: scuola, casa, affitti, carovita. È una protesta più sindacale, pur senza un’organizzazione, con un rilancio forse inconsapevole del valore del welfare state europeo, che sta andando a sfascio. Per quella Z l’orientamento a “fare caos” attraverso i social.
Da tener presente che, sullo sfondo di questo quadro, c’è Gaza, lo sterminio. La strategia di Netanyahu è molto chiara: in prospettiva Israele non ritiene di poter continuare a contare sulla garanzia di sicurezza degli Stati Uniti e vuole diventare sufficientemente forte da trattare la propria sicurezza con i nuovi protagonisti, i russi e i cinesi. Non è una cosa folle. Ha il difetto che così hanno cancellato le basi di legittimazione dello Stato di Israele, facendone un’imitazione di uno Stato militarizzato. Questo ha provocato una ribellione valoriale, giovanile e globale, che ha dato vita a movimenti che esprime autonomia e non si identifica con i partiti.
Social e crisi della scuola.
In definitiva, credo che i protagonisti di questi movimenti non erano mai stati così giovani. E il loro modo di esprimersi è preso dai social. L’altro problema complicato è proprio i social. Tutti si danno da fare per spiegare ai genitori e alla scuola che cosa dovrebbero fare per evitare che i ragazzi diventino vandali. Ma non hanno capito che scuola e genitori sono stati fatti fuori dai social. Se vuoi trasmettere gli elementi fondativi della nostra cultura europea, cristiana e democratica, devi fare i conti con una scuola che, quando si forma un governo, è una rogna che nessuno vuole. Ha finanziamenti scarsissimi e insegnanti messi in una condizione che non li aiuta a capire né a trasmettere comprensione. Quanto ai social, è banale la via del proibizionismo fino a una certa età. Ben altro è necessario, con un controllo dall’alto degli algoritmi e dal basso della responsabilizzazione individuale del loro uso.
Il movimento e il problema della rappresentanza
— Che cosa bisogna fare? l’unica possibilità più urgente è liberarli dall’ossessione di non essere percepiti. Se ci interessano davvero, bisogna ascoltarli e farli diventare soggetti capaci di incidere. Il movimento pro Palestina è già un embrione di organizzazione di questo processo. Ovviamente, deve trovare una più ampia assonanza di temi, motivazioni e vedute. Non è un problema soltanto dei giovani, ma anche degli adulti e quindi dei partiti e del sindacato.
*Sintesi di una conversazione tra Vacca e Morese 24/10/2026
