Quando, l’8 maggio 2025, Robert Francis Prevost si presenta al mondo con il nome di Leone XIV, appare chiara la volontà di riportare alla contemporaneità il messaggio della “Rerum Novarum” di Leone XIII. Quell’enciclica arrivò in un momento di forte conflitto tra capitale e lavoro. La capacità di indicare una terza via pose le basi della Dottrina Sociale della Chiesa, da cui derivarono esperienze che hanno segnato il Novecento: sindacati cattolici, cooperative, casse rurali e formazioni politiche come il Partito Popolare di Don Sturzo e la Democrazia Cristiana.
L’importanza della “Rerum Novarum” è testimoniata dai continui richiami nelle encicliche successive. Non sorprende quindi la pubblicazione della “Magnifica Humanitas” il 15 maggio 2026, a 135 anni esatti dalla sua promulgazione.
Anche questa enciclica restituisce centralità alla persona, non secondo le logiche del marketing digitale, ma attraverso una partecipazione ispirata al Vangelo. Significativa, in questo senso, è la contrapposizione tra la Torre di Babele e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme guidata da Neemia: nel primo caso prevalgono l’omologazione e l’isolamento dei costruttori, fino all’incomprensione reciproca; nel secondo, la partecipazione di tutti ridà vita alla città.
Il cambio di paradigma del digitale si fonda su una connessione che investe gran parte del nostro tempo. Grazie agli smartphone siamo sempre al centro di un universo immateriale: acquistiamo, viaggiamo, lavoriamo e comunichiamo con un clic.
Senza negare gli straordinari benefici della tecnologia, è però evidente che siamo diventati una moltitudine di solitudini connesse. Fenomeni come i casi di hikikomori (parola giapponese che indica un progressivo isolamento, prodromico al suicidio) testimoniano un mondo in cui il riconoscimento risponde più alle logiche del consumo che a quelle della relazione.
Come afferma l’enciclica, “la tecnologia connette, ma solo il contatto umano crea vera prossimità”. Il termine “prossimo”, centrale per la Chiesa, restituisce valore alla presenza dell’altro e all’importanza del futuro. Ogni civiltà ha fondato la propria identità su questi due concetti.
Le cattedrali europee ne sono l’esempio più alto: opere costruite nell’arco di secoli grazie al contributo di comunità consapevoli che non ne avrebbero visto il completamento: a Milano, nei registri storici della Veneranda Fabbrica del Duomo, si ritrovano anche i contributi offerti dalle prostitute che, al termine dei loro giri notturni, depositavano parte dei loro guadagni (la decima) sull’altare dedicato alla Madonna… Ricchi e poveri, insomma, partecipavano, ciascuno secondo le proprie possibilità.
Questo “genius loci”, fondato sull’identità e sulla memoria, si contrappone all’omologazione dell’architettura contemporanea e al dominio del “tempo reale”. Eppure, i tempi della natura restano immutati: per mettere al mondo un figlio servono ancora nove mesi, e le stagioni continuano a scandire la vita.
Come ricorda l’enciclica, “il centro della storia rimane il volto umano”: l’auspicio è dunque quello di ritrovare una nuova terza via, capace di restituire equilibrio a un mondo in cui la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi genera inevitabilmente nuova povertà per molti.
