Lo stallo internazionale nei confronti della dittatura militare birmana indica che molti governi sembrano intenzionati a utilizzare i goffi tentativi di rebranding della giunta per avviare una, quanto meno, vergognosa normalizzazione, senza stato di diritto e senza democrazia. L’esercito birmano ha posto Aung San Suu Kyi agli arresti domiciliari con una mossa chiaramente calcolata per ridurre la pressione internazionale e interna, nel tentativo di massimizzare i benefici in termini di immagine internazionale.
Ma la realtà è che il sistema politico è tutt’ora interamente dominato dai militari: il plurisanzionato Presidente e i due Vicepresidenti provengono dall’esercito o dal partito a esso collegato; 26 ministri su 30 sono militari o ex militari.
Due mesi dopo il colpo di Stato militare in Myanmar, il 24 aprile 2021, i Paesi ASEAN e la giunta birmana firmarono il cosiddetto “accordo in cinque punti”, che prevedeva la cessazione immediata delle violenze, l’avvio di un dialogo politico, la nomina di un inviato speciale ASEAN, assistenza umanitaria e incontri con tutte le parti coinvolte. Un accordo mai attuato, visto che nei cinque anni successivi la situazione è progressivamente degenerata, al punto che le Nazioni Unite hanno rifiutato di riconoscere il nuovo governo fantoccio guidato dal generale Min Aung Hlaing, già sanzionato a livello internazionale e oggetto di iniziative giudiziarie internazionali.
Neppure il fatto che soltanto dall’inizio del 2026 vi siano stati 2.086 bombardamenti aerei, 465 attacchi con droni, 247 con paramotori e 176 con girocotteri — molti dei quali forniti dall’Iran attraverso la compagnia Mahan Air, legata ai Pasdaran — ha convinto l’Unione Europea a rafforzare le sanzioni, includendo restrizioni lungo l’intera catena di approvvigionamento del carburante per l’aviazione, misure contro intermediari finanziari e banche statali, e azioni coordinate contro le reti collegate a Russia e Iran, salvaguardando al contempo le operazioni umanitarie e le rimesse dei migranti.
Il Myanmar rappresenta oggi un nodo geopolitico cruciale e strategico. Consegnare, per ignavia o interessi non dichiarati (Cina?), il Paese nelle mani di una giunta militare “in abiti civili” significa rafforzare l’influenza di Russia e Cina — e dei loro alleati — nell’area dell’Oceano Indiano, favorendo al contempo l’espansione della criminalità organizzata e alimentando la fuga di migliaia di giovani dal Paese delle pagode.
Eppure, l’Europa, che afferma di considerare l’Indo-Pacifico un’area strategica, sembra non cogliere il rischio che la perdita di un Paese chiave possa compromettere l’intero equilibrio regionale. Il Myanmar è oggi l’elefante nella stanza. Bruxelles e gli Stati membri, ma soprattutto l’apparato europeo che segue quell’area del mondo, sembrano estremamente distratti, concentrati sul breve periodo e sulla necessità di garantire importazioni a basso costo per il settore della moda, che continua a produrre capi a prezzi irrisori grazie a condizioni di lavoro schiavo.
Manca una visione strategica capace di impedire che l’alleanza tra le grandi autocrazie consolidi il proprio controllo su una regione al cui centro si trova il Myanmar. Solo sostenendo in modo robusto l’opposizione democratica e le forze della resistenza sarà possibile costruire un Myanmar democratico e stabile, in grado di contrastare i piani di Pechino e Mosca, frenare l’esodo di milioni di giovani verso l’estero e smantellare gli scam centers, che generano ogni anno oltre 40 miliardi di dollari sfruttando migliaia di persone ridotte in condizioni di schiavitù.
Solo un autentico processo democratico potrà garantire il ritorno sicuro e incondizionato dei Rohingya. Solo la costruzione di uno Stato fondato sul rispetto dei diritti umani fondamentali potrà valorizzare lo straordinario potenziale economico del Paese. Basti pensare che il Myanmar fornisce alla Cina oltre due terzi delle terre rare pesanti lavorate da Pechino.
Se Bruxelles ha incomprensibilmente deciso, ad aprile, di non rafforzare le sanzioni contro la giunta, non potrà però evitare di confrontarsi con la situazione birmana a giugno, durante la Conferenza annuale dell’ILO a Ginevra.
In quella sede si confronterà con la delegazione tripartita birmana composta dai rappresentanti del Governo di Unità Nazionale, dalla Confederazione sindacale CTUM e, per la seconda volta, anche dalla Myanmar Employers Organization (MEO), che rappresenta gli imprenditori democratici birmani e che dovrebbe essere sostenuta anche dalle organizzazioni imprenditoriali europee a partire da Confindustria.
La sessione speciale sul Myanmar dovrà affrontare le gravissime accuse relative agli attacchi sistematici contro sindacalisti, lavoratori e dipendenti pubblici che chiedono il ritorno al governo civile dopo il colpo di Stato. Le accuse comprendono intimidazioni e minacce, sospensioni dal lavoro, utilizzo di sostituti degli scioperanti, liste di lavoratori e sindacalisti da arrestare, incarcerazioni arbitrarie, torture e uccisioni di leader sindacali, reclutamento forzato nell’esercito anche di minori. Oltre a un più ampio tentativo di smantellare il movimento sindacale indipendente del Paese. Lo stesso Consiglio di Amministrazione dell’ILO ha denunciato la continua assenza di misure concrete per attuare le raccomandazioni della Commissione d’inchiesta e la crescente escalation di violenza contro la popolazione civile.
L’Italia e la UE come si muoveranno?
A fronte del voluminoso dossier ILO che documenta la mole e la gravità delle violazioni dei diritti umani fondamentali, ci si chiede se a Bruxelles, gli alti funzionari UE inizieranno a lavorare sulle ulteriori sanzioni richieste a gran voce dalla opposizione democratica di quel paese, visto che nel corso di tutto il 2025/26 non hanno, ritenuto di dover rafforzare le misure restrittive, così come è successo per la Russia. Magari, anche con una rafforzata attenzione alla elusione delle sanzioni da parte delle imprese europee.
Infine, in considerazione della lunghissima lista di reiterate, gravissime violazioni dei diritti umani e del lavoro, del traffico di armi e della dominante corruzione, si spera che la Commissione UE decida di sospendere finalmente, il Sistema di Preferenze Generalizzate e la clausola Everything But Arms, ovvero la possibilità di importare senza alcuna tariffa doganale, dai paesi meno avanzati, a condizione che rispettino le norme internazionali sui diritti umani e del lavoro.
C’è qualcuno nelle stanze dei bottoni, ovvero nel parlamento italiano e in quello europeo che vuole impegnarsi su questo terreno?
*Segretaria Generale ITALIA-BIRMANIA.INSIEME
