Ci sono momenti in cui una decisione apparentemente tecnica rivela, in realtà, la direzione di un Paese.
Il dibattito sul futuro di LINKS è uno di questi momenti. Non si tratta soltanto dell’assetto di un centro di ricerca. Si tratta di capire quale modello di innovazione vogliamo costruire in Italia. E, più in profondità, quale ruolo intendiamo giocare in un’Europa che sta ridefinendo il proprio equilibrio tra ricerca, industria e sviluppo.
Negli ultimi anni il confronto si è spesso concentrato sulle risorse: più investimenti, più infrastrutture, più finanziamenti. Tutti elementi necessari. Ma c’è un punto che resta decisivo e ancora poco affrontato: il modello organizzativo delle università e il modo in cui la ricerca incontra il mercato.
LINKS nasce proprio dentro questa esigenza. Non come una struttura accademica tradizionale, ma come un ponte tra ricerca e impresa. Un luogo in cui le idee diventano progetti, l’innovazione prende forma concreta, generando brevetti, startup e nuovi prodotti per le imprese, in particolare per il tessuto delle piccole e medie imprese che costituisce l’ossatura del nostro sistema produttivo.
La sua forza è stata una natura ibrida: autonomia, flessibilità, capacità di operare in logica di mercato. Questa intuizione ha radici profonde. Venticinque anni fa Rodolfo Zich immaginò, con l’Istituto Superiore Mario Boella, un luogo in cui università e industria potessero lavorare insieme nei campi dell’elettronica, dell’informatica e delle telecomunicazioni. Qualche anno dopo, Riccardo Roscelli sviluppò SiTI nei settori dell’architettura, della pianificazione territoriale e dei beni culturali. Due esperienze diverse, ma unite da una stessa visione: portare la ricerca fuori dai suoi confini tradizionali per trasformarla in leva di sviluppo.
E su questa linea che, nel 2019, nacque LINKS, come piattaforma capace di mettere a sistema queste competenze e di rafforzarne l’impatto. E questa natura che oggi deve essere difesa e rilanciata. Il punto, tuttavia, va oltre il caso specifico. Le esperienze più avanzate indicano una direzione chiara. Le università europee stanno evolvendo verso un vero e proprio modello gruppo: una struttura pubblica centrale, dedicata alla didattica e alla ricerca, affiancata da soggetti partecipati, non privati, come sono le fondazioni, ma che operano in regime privatistico, per il trasferimento tecnologico, i servizi e la formazione permanente. Non è un dettaglio organizzativo. E una trasformazione profonda.
Significa riconoscere che l’innovazione richiede strumenti, tempi e regole diverse. Significa tenere insieme interesse pubblico e capacità di stare sul mercato. Non serve guardare
oltreoceano per trovare modelli efficaci. In Europa esistono già esperienze che dimostrano come università e industria possano collaborare mantenendo autonomia e responsabilità (da Cambridge a Chalmers).
Il punto è avere il coraggio di adattarle e di renderle sistema. In questo quadro, il caso torinese assume un valore emblematico. Può limitarsi a una riorganizzazione interna. Oppure può diventare il punto di partenza per una riflessione più ampia sul futuro delle università italiane.
Se sviluppato con coerenza, questo percorso può contribuire a definire un modello Italia per l’Europa: un sistema di università più aperte, più integrate con il tessuto produttivo, più capaci di trasformare conoscenza in innovazione. Perché questo accada, è necessario preservare ciò che rende efficaci strutture come LINKS: autonomia, capacità operativa, apertura. Anche attraverso assetti che garantiscano una presenza significativa di soggetti privati accanto all’università, mantenendo un funzionamento pienamente orientato al mercato.
Non è una questione ideologica. E’ una questione di efficacia. In un tempo in cui gli equilibri globali sono in movimento e l’Europa è chiamata a rafforzare la propria capacità di innovare con modelli propri, scelte come questa assumono un valore strategico. Le istituzioni che funzionano non sono quelle che restano immutate, ma quelle che sanno evolvere mantenendo la propria identità. L’innovazione non si eredita, si costruisce. E si costruisce quando un Paese decide di dotarsi degli strumenti giusti per trasformare il sapere in futuro.
*La Stampa, 03/05/2026
**Professore Emerito del Politecnico di Torino
