Fin dalla scelta del nome, Papa Leone XIV ha impresso al suo pontificato un esplicito indirizzo sociale. Non è stata quindi una sorpresa la pubblicazione, ad un anno esatto dalla elezione, della sua “Rerum Novarum”, l’enciclica “Magnifica Humanitas” (MH).
Un’enciclica che sembrerebbe potersi definire “programmatica”, nel senso che in essa sembra trovarsi un programma del pontificato, più che la trattazione sistematica ed esauriente dei temi proposti. E quindi, una costellazione di domande, alcune esplicite altre implicite, più che un repertorio di risposte. Che certamente arriveranno col tempo, seguendo lo svolgersi del magistero di Papa Prevost. Del resto, scegliere con attenzione e formulare con cura le domande è sempre il modo migliore per trovare le risposte.
La domanda che Papa Leone considera cruciale, in questa nostra epoca, è quella che pone al centro dell’enciclica, fin dal suo sottotitolo: come custodire la persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. La rivoluzione tecnologica in atto, per il primo papa statunitense, ha tutte le caratteristiche per proporsi come uno di quei tornanti della storia che sono destinati ad influenzare il corso degli umani eventi per un periodo assai lungo.
Per spiegarsi, Papa Leone ricorre a due immagini bibliche: la fallita costruzione della torre di Babele (Genesi 11) e la riuscita ricostruzione di Gerusalemme dopo la cattività babilonese (Libro di Neemia). La prima è il simbolo della superbia umana, l’uomo che vuole farsi Dio, nel tentativo di costruire con le sue sole forze un sistema perfetto, abitato da uomini perfetti: un’utopia tragicamente destinata a rovesciarsi nella distopia di una élite dominante di super-uomini, servita da una massa di sotto-uomini, condannati ad un destino di schiavitù. La seconda è invece il racconto di un’impresa umile e concreta, consapevole della radicale finitudine umana e per questo basata sulla collaborazione paritaria, consapevole e volontaria di tutto un popolo, libero e plurale.
Il salto tecnologico che si va dispiegando sotto i nostri occhi, riassunto dalla scommessa dell’intelligenza artificiale (IA), pone ancora una volta l’umanità davanti al bivio tra Babele e Gerusalemme, tra un progetto di dominio e di concentrazione del potere e un progetto di partecipazione e diffusione del potere stesso, in sintesi tra una prospettiva neo-oligarchica, dai marcati tratti autoritari se non totalitari, e un programma di rafforzamento, rilancio, rinnovamento della democrazia.
Per la verità, “Magnifica Humanitas” non ripropone letteralmente l’opzione preferenziale per la democrazia, caratteristica del magistero sociale cattolico post-conciliare. Ma lo fa, sembra di capire, perché dà questa opzione per acquisita e scontata, in qualche modo implicita nell’orientamento personalistico del magistero sociale della Chiesa, nel quale anche la MH esplicitamente si inserisce. A Papa Prevost non sembra interessare ribadirlo. Da primo papa statunitense, egli forse teme anche il possibile cortocircuito tra opzione preferenziale per la democrazia e autocollocazione (e autolimitazione) della Chiesa tra le istituzioni dell’Occidente. Ma soprattutto, egli forse ritiene più necessario e anzi urgente denunciare il rischio di implosione della democrazia, anche attraverso un utilizzo oligarchico e autoritario delle nuove tecnologie, come segno fondamentale del nostro tempo, per così dire, “tous azimuts”.
Del resto, è sempre più evidente come la democrazia — noi potremmo dire con non troppa semplificazione la democrazia liberale di stampo occidentale — non debba oggi difendersi solo dai suoi nemici esterni, ma anche e forse soprattutto da rischi assolutamente endogeni. A cominciare proprio dalla deriva oligarchica della concentrazione del potere, al tempo stesso economico-finanziario, tecnologico-culturale e politico-militare, in mani sempre più ristrette ed esplicitamente indifferenti, se non ostili, ai principi democratici, a cominciare proprio da quello della divisione e diffusione del potere. Una deriva che ha conosciuto una evidente accelerazione, non solo simbolica, con la seconda presidenza di Donald Trump, al punto da rischiare di veder sfumare le differenze tra sistemi democratici e non, che parevano invece ben marcate fino a Joe Biden.
Papa Leone ha troppa familiarità con la riflessione di Sant’Agostino per non sapere che nella storia “perplexae sunt duae civitates”, i due paradigmi sono cioè intrecciati tra loro e nessuna vittoria e nessuna sconfitta dell’uno o dell’altro sono mai compiute, definitive e irreversibili. Del resto, è questa consapevole preferenza per il gradualismo dei risultati parziali rispetto alle pretese palingenesi rivoluzionarie, che storicamente ha fatto della Dottrina sociale cattolica una delle sorgenti primarie del riformismo democratico. O, se si preferisce, di quel compromesso tra capitalismo e democrazia che ha consentito di affrontare con almeno relativo successo la “questione sociale” denunciata, 135 anni fa, dalla “Rerum Novarum” di Leone XIII, falsificando la pretesa scientifica del comunismo.
E tuttavia, la “Magnifica Humanitas” sembra prendere atto dell’esaurimento di quel compromesso e pone l’intelligenza e la coscienza dell’umanità di fronte alla sfida, allarmante e inquietante, rappresentata da una competizione, che può perfino assumere le caratteristiche di uno scontro totale, non più tra sistemi opposti tra loro, come nel Novecento, bensì tra versioni diverse di un unico sistema, che potremmo definire di capitalismo senza democrazia. L’IA rischia di essere lo strumento privilegiato di questo attacco alla democrazia da parte dei capitalismi oligarchici, esterni o interni all’Occidente. Perché un uso spregiudicato dell’IA, grazie al suo straordinario potere di controllo del “sistema nervoso” delle società contemporanee, può colpire in maniera letale il principale fondamento della democrazia: il discorso pubblico, il libero formarsi dei convincimenti e il loro confrontarsi e misurarsi nello spazio pubblico, lo stesso nel quale si orienta e poi si esprime, con il voto, la sovranità popolare.
Come si legge al paragrafo 132 della MH, “L’uso delle piattaforme digitali e dei sistemi di IA accelera i profondi cambiamenti nella comunicazione pubblica e politica. Strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione vengono spesso impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente. La possibilità di manipolare contenuti, immagini e filmati espone i cittadini a prospettive parziali o fuorvianti. Il problema riguarda la dimensione culturale e morale, poiché la qualità della comunicazione pubblica dipende direttamente dalla fiducia sociale e incide su di essa. Un’informazione veritiera, infatti, non nasce da un controllo centralizzato o automatizzato. Nel discorso pubblico, la verità dei fatti possiede una dimensione razionale, poiché richiede verifica, riscontro delle fonti e responsabilità argomentativa; ma è ancor più relazionale: si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto con gli altri e con il mondo. Solo la ricerca condivisa della verità dei fatti, assunta come bene comune, può fondare una comunicazione giusta.”
Se viene meno la fiducia nella verità e nella buona fede del dibattito pubblico, la democrazia riceve un colpo mortale: “La ricerca della verità — scrive il Papa al n. 134 — è un elemento essenziale per la democrazia, che è essa stessa uno strumento di partecipazione al bene comune. Quando la domanda su ciò che è vero perde di interesse e prende piede un pragmatismo che si accontenta di ciò che appare utile o efficace, la vita democratica si indebolisce. Essa, infatti, non vive soltanto di regole e procedure, ma anzitutto di un rapporto leale con i fatti e di un reale orientamento al bene delle persone e del corpo sociale. Il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo”.
Ammonire sui rischi non significa per Papa Leone “demonizzare” le nuove tecnologie. Si tratta piuttosto di “governarle”, “a partire da un punto fermo: la verità è un bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità”. Si tratta di dare vita ad una “ecologia della comunicazione”, fatta di regole e di buone pratiche. Un vasto programma, si direbbe, data la pervasività dell’IA, in tutti gli ambiti della vita sociale: dalla famiglia, al lavoro, alla scuola, alla comunicazione pubblica, fino alla politica internazionale e ai temi angosciosi della pace e della guerra.
Su quest’ultimo versante, in modo particolare, pur nella chiarezza e nettezza della condanna della guerra, le domande che l’enciclica suscita superano le risposte. Del resto, è proprio la crisi della democrazia, il suo regresso in tutte le regioni del mondo, a rendere le prospettive della pace più difficili e incerte. Basti pensare al rapporto tra i due pilastri sui quali si fonda l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e quindi il metodo del multilateralismo: i diritti umani e il diritto internazionale. I primi basati sul primato della persona sullo Stato e la MH ne tratta ampiamente al Capitolo secondo (“i diritti umani non sono un’aggiunta esterna alla persona, ma una traduzione storica della sua dignità intrinseca, che la comunità internazionale è chiamata a tutelare e promuovere…”). Il secondo sul principio di sovranità degli Stati, che non tollera ingerenze, tristemente neppure per tutelare e promuovere i diritti umani. E infatti l’enciclica, al Capitolo quinto, afferma solennemente: “Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto”. La legittima difesa è del resto praticata anche da Neemia, il protagonista della ricostruzione di Gerusalemme indicato da Papa Leone come modello virtuoso: quando i nemici videro che la ricostruzione delle mura procedeva speditamente, cominciarono a minacciare di impedire la ricostruzione con la forza e “da quel giorno la metà dei miei giovani lavorava e l’altra metà stava armata di lance, di scudi, di archi, di corazze” (Neemia 4, 10).
Coniugare la promozione dei diritti umani con il rispetto del diritto internazionale non è impossibile se, kantianamente, gli Stati sono democratici, ossia si fondano essi stessi sui diritti umani. Ma se non è così, se anzi si è in presenza di Stati che consentono o addirittura dispongono violazioni gravi e sistematiche dei diritti umani, in che misura è necessaria, legittima e in definitiva possibile l’ingerenza umanitaria? Ancor più radicalmente, quale efficacia possono avere istituzioni multilaterali nelle quali le decisioni devono essere assunte da organismi che vedono ampiamente rappresentati, magari col diritto di veto, Stati non democratici, dichiaratamente ostili ai principi democratici e agli stessi diritti umani?
Se vuoi la pace, verrebbe da dire, difendi e promuovi la democrazia. Del resto, dopo il 1989, quando si è assistito ad una potente ondata di diffusione della democrazia, le spese per gli armamenti sono crollate al minimo storico. E hanno ripreso a crescere quando l’onda democratica si è arrestata e anzi ha cominciato a regredire. Quando la Russia ha interrotto la sua transizione democratica, dando vita all’attuale regime putiniano; quando la Cina ha chiarito che il suo avvicinamento all’Occidente riguardava solo l’economia di mercato capitalistica e non i principi democratici dello Stato di diritto e del suffragio universale; quando le primavere arabe sono fallite e con esse è finora naufragato ogni tentativo di coniugare democrazia e cultura islamica. Quando negli stessi paesi tradizionalmente solidamente democratici, fino agli USA, hanno cominciato a prendere piede, e talvolta il sopravvento, movimenti e partiti populisti post- se non anti-democratici.
Difficile non condividere la constatazione dell’enciclica al n. 201: “Dopo il 1989, al crollo in Europa dei regimi comunisti si è accompagnata una globalizzazione prevalentemente economica, priva di un’adeguata architettura politica capace di sostenere il dialogo e la pace. Si è affidata quasi ciecamente ai mercati la capacità di produrre benessere, democrazia e stabilità, mentre in realtà la globalizzazione non ha generato automaticamente unità e pace, ma ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche. Il risultato è lontano da un autentico multilateralismo: appare piuttosto come un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza verso l’altro”.
E tuttavia, non è chiaro chi avrebbe dovuto definire, meglio di quanto sia stato fatto, “un’adeguata architettura politica capace di sostenere il dialogo e la pace”. In quegli anni le Nazioni Unite ebbero un ruolo certo assai più incisivo di quello attuale. Al G7, che per un certo periodo fu G8 coinvolgendo la Russia, si affiancò il G20. Soprattutto, la Cina fu ammessa nel WTO, che svolse in quel periodo una funzione di enorme rilievo. Furono gli anni dello spettacolare “Rise of the Rest”, al quale corrispose il declino relativo del West. Cifre alla mano, le disuguaglianze globali, tra l’Occidente e il Resto del mondo, tra il West e il Rest, che crescevano sistematicamente dalla Rivoluzione industriale inglese, hanno cominciato a ridursi a un ritmo mai visto prima. Sono invece cresciute, in modo ugualmente spettacolare, le diseguaglianze interne, soprattutto nei paesi occidentali, con l’accumularsi, proprio grazie alle iperboliche rendite oligopolistiche derivanti dalla innovazione tecnologica, di patrimoni privati più cospicui del pil di molti Stati, mentre si andavano ingrossando le fila dei perdenti della globalizzazione. Questione sociale e questione democratica sono quindi tornate a incontrarsi, in una spirale regressiva, tingendo di nero aspettative e prospettive delle società occidentali.
Come invertire la tendenza, come coniugare in termini nuovi crescita economica e sviluppo sociale, apertura dei mercati e sostenibilità, rafforzando così la democrazia e la pace: sono questi i termini nuovi della grande questione sociale globale che sfida la Dottrina sociale cattolica, come tutte le culture del riformismo democratico. Papa Leone ha appena cominciato a lavorarci. Sarà interessante seguire lo sviluppo della riflessione e della elaborazione collettiva, magistralmente avviata con la “Magnifica Humanitas”.
