Radio Radicale. Abbiamo parlato spesso di giovani e delle prospettive che anche l’economia deve dare loro. Le cronache di questi giorni parlano invece di disagio generazionale, una definizione molto larga, dentro la quale sui giornali è finito un po’ di tutto, dagli studenti a chi saccheggia i negozi, che sono forse due cose molto diverse. Ne ha parlato anche il Presidente Mattarella, dicendo che bisogna dare fiducia ai giovani e avere un’ampia visione quando si giudica il fenomeno. Lo ha fatto alla cerimonia dei Cavalieri e degli Alfieri del lavoro, alla quale tu eri presente. Come ci dobbiamo muovere in questo quadro?
Brunetta. Bisogna partire dai fondamentali, dalla comprensione del fenomeno, perché altrimenti si rischia di dire cose banali, solite e sbagliate. Lord Kelvin, il fisico dei gradi Kelvin, nella seconda metà dell’Ottocento diceva che quello che non si può misurare non si può migliorare, e quello che non si può migliorare non si può governare. Abbiamo quindi il dovere della chiarezza e della comprensione dei fenomeni.Partiamo da pochissimi numeri. Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2025 in Italia il numero dei nati è stato poco più della metà del numero dei morti. Vuol dire che il Paese ha coorti anziane doppie rispetto alle coorti giovanili, e che il numero dei giovani si avvia a essere sempre più basso. Attualmente nel Paese i giovani sono due su dieci. Pochi anni fa erano quattro su dieci. Siccome a fare figli sono i giovani, cioè le coorti giovanili e fertili, soprattutto femminili, più si riducono le coorti giovanili, più si riduce il numero dei nati. Siamo dentro
un’onda di cambiamento generazionale che viene da lontano, ha tante origini e ci porta a un unico, grande, spaventoso esito. Si rompe
il patto generazionale implicito che univa le coorti giovanili, quelle di età intermedia e quelle degli anziani. Quel patto era alla base del welfare e del suo finanziamento, delle pensioni, del funzionamento del mercato del lavoro, del benessere e della ricchezza, almeno nei Paesi occidentali ricchi. Nell’altra parte del mondo i numeri sono diversi.
Rompere il patto generazionale vuol dire rompere le nostre società, le nostre comunità, il nostro mercato del lavoro, il nostro welfare.
Con gli schemi attuali, tutti a ripartizione, non ci saranno più risorse per pagare le pensioni, perché non ci saranno più i giovani a pagare le pensioni dei loro genitori.
Questo ci induce a riflessioni profondissime e non può non portare malessere, preoccupazione e tentativi di intervenire anche sulla demografia. Pensiamo al tema delle migrazioni. Ma le migrazioni non sono la soluzione.
Perché?
Perché le migrazioni sono un fenomeno costoso. Costano ai Paesi di destinazione, cioè a quelli che hanno bisogno di migranti e ai Paesi di origine, che si svuotano delle loro generazioni migliori e più dinamiche. Le generazioni che emigrano, se migrano in maniera irregolare, sono un problema per i Paesi di destinazione e per quelli di origine. E anche quando il flusso migratorio si stabilizza, i migranti finiscono legittimamente per comportarsi come gli indigeni.
Stesso modello, e quindi meno figli.
Brunetta. Fanno meno figli. Inoltre operano legittimamente il ricongiungimento con i genitori o con le persone anziane della famiglia, il che porta a un appesantimento costoso. Lo dico con neutralità statistica. Quindi le migrazioni, che per un certo periodo sono state viste come la soluzione, non lo sono affatto, perché provocano questi disastri nei Paesi di destinazione e in quelli di origine. Se poi aggiungiamo i robot umanoidi, cioè tutto quello che andrà a sostituire il lavoro umano per migliorare la qualità della vita, il benessere e la produttività, ci rendiamo conto che il patto generazionale salta. E questo produce grandissime preoccupazioni
Da questo tema siamo arrivati alle piazze.Le piazze rappresentano tutto questo? Assolutamente no. Le piazze del 17 e 18 ottobre non rappresentano il malessere che ho cercato di descrivere. Sono un altro malessere, da seconde generazioni, di cattiva periferia consumistica. Una periferia dotata di inconsistenza culturale e sociale. Nei saccheggi vedo una sorta di epifenomeno, una protesta inconsistente, non motivata. I saccheggi nella storia ci sono sempre stati e non mi turbano. Ma spesso servivano ad avere il pane, rispondevano a una motivazione strutturale. Marxianamente parlando, erano i proletari che rispondevano. Pensiamo a Manzoni e all’assalto ai forni. Si assaltavano i forni per il pane, probabilmente perché c’era la fame. In questo caso sono epifenomeni degradati e degradanti di subculture urbane periferiche, anch’esse figlie dei nostri comportamenti e delle nostre società. Sono però fenomeni estremamente limitati, ingigantiti da un altro fenomeno spaventosamente straordinario, i social, che hanno una capacità di comunicazione e di organizzazione mai vista nella storia. Riescono a mobilitare qualche migliaio di persone praticamente senza organizzazione, senza giornali, senza partiti, senza strutture. Con il pericolo di un’ibridazione esogena, cioè di qualche mano esterna che usa i social e contribuisce a inquinare questi movimenti di protesta urbana subculturale e banalmente consumistica. Così comincia a montare una sorta di bomba sociale limitatissima, che sente il disagio e la cultura di un’emergenza che però è ben più larga, ben più profonda e ha motivazioni molto più serie delle sneakers.
Quelle di cui parla Mattarella, cioè bisogna dare ascolto ai giovani.
Al Quirinale ho visto tantissime facce straordinarie di Cavalieri del lavoro. Non i Cavalieri del lavoro come ce li immaginavamo una volta, i padroni del vapore. Ho visto facce di gente che ha lavorato una vita, che ha aperto bottega, che ha aperto il laboratorio, che è emigrata e che poi ha messo in piedi imperi straordinari, soprattutto nel made in Italy.
Dentro quelle facce dei Cavalieri del lavoro ho visto e riconosciuto mio padre. Mi vengono i brividi a rivedere la storia della mia famiglia e delle nostre famiglie. E ho visto anche gli Alfieri, i giovani che avevano preso tutti dieci alla maturità. Lunghi, corti, alti
e bassi, venivano da paesini di tutta Italia e andavano a studiare matematica, fisica quantistica e business administration in giro per il
mondo. Mi sono sentito sollevato.
Questo è il nostro mondo, in Italia e in Europa, che deve affrontare l’emergenza generazionale di cui parlavamo con tutta la sua
intelligenza e tutta la sua forza. Sono un inguaribile ottimista e ce la faremo. Però il problema demografico e generazionale è enorme.
Serve un nuovo patto generazionale che tenga conto di questi cambiamenti. La storia è cambiata, gli equilibri sono cambiati e bisogna pensare in grande, sempre con la democrazia, sempre con la libertà, sempre con la solidarietà, sempre con attenzione a chi è più
debole. Attenzione ai poveri, attenzione a chi ancora non ce l’ha fatta a superare i problemi dell’esistenza.
Ai ragazzi non si può dire «siete capitati in un periodo sfortunato».
Bisogna pensare in grande, e pensare in grande vuol dire solidarietà. Vuol dire pensare agli altri Paesi, ai Paesi africani, che hanno tassi di crescita demografica e potenzialità straordinarie. Dentro tutto questo, cosa c’entrano i maranza? Ho una teoria, la teoria del paradosso o sindrome della nursery. Nei luoghi dove ci sono tanti bambini piccoli, negli ospedali, nei luoghi di cura o semplicemente negli asili, quando uno piange perché ha mal di pancia, piangono tutti, uno dopo l’altro, anche se non hanno alcun dolore. È l’onda del pianto.
E in questo caso
In questo caso il mal di pancia scatenante e globalizzante, almeno per i nostri Paesi, si chiama inflazione. L’inflazione, cioèl’aumento dei prezzi e la diminuzione del potere d’acquisto, è dovutaal maggior costo dell’energia, a Hormuz, alla guerra guerreggiata tra Trump e l’Iran di cui abbiamo parlato. E l’inflazione produce reazioni in tutte le situazioni non completamente risolte. Pensiamo agli autotrasportatori, che fanno un mestiere difficilissimo,complicatissimo, faticosissimo, che uniscono l’Italia da sud a nord e che oggi, con l’aumento del costo del diesel, se lavorano ci rimettono. Non è un problema epocale. È un problema immediato, un delta incrementale di costi dovuto a una causa esogena, che va risolto.
Incide su tutti. E poi chi paga il carovita?
Incide su tutto. Incide sul quadro generale di cui parlava il Presidente Mattarella, perché lo rende ancora più percepito, e incide in modo più banale anche su quelle insorgenze che sono la nostra cattiva coscienza. Sull’insorgenza che abbiamo visto a Milano non voglio fare il giustificazionista, il buonista. Per principio sono tutt’altro che giustificazionista. Ho una bella formazione socialista liberale e da questo punto di vista non ci casco. Però quel bambino,Yousef, ha undici anni, vive con la madre che non parla italiano ed è chiusa in casa, gira da solo notte e giorno, è in seconda media e ha quell’attitudine. E la stessa caratteristica ce l’hanno anche tanti Giuseppe italiani. Quel bambino deve avere la nostra straordinaria attenzione. Dobbiamo avere non solo il coraggio e la forza di gestire il problema nella sua estrema complessità…nNon lasciare sola la scuola. Da quello che ho letto, Yousef studia in una scuola di periferia probabilmente difficile, che gli ha comunque affidato un insegnante di sostegno. Viva la scuola italiana.
Non spariamo sulla scuola italiana, sulle elementari, sulle medie, sull’università, su queste conquiste straordinarie che abbiamo fatto nel nostro Paese, anche se in ritardo. Dobbiamo avere un enorme coraggio, basandoci sulla nostra cultura della solidarietà e del volontariato, sulla nostra cultura sociale e sui nostri corpi intermedi. Pensiamo alla forza dei sindacati, delle organizzazioni di volontariato, dei datori di lavoro e dei lavoratori, quelli che si chiamano corpi intermedi e che sono il reticolo che innerva la società.
In Italia siamo ricchi di corpi intermedi, di questa cultura, di patti generazionali di tipo territoriale. Questo sono stati i nostri territori nel tempo. Pensiamo al Rinascimento, ma non solo. Pensiamo alla nostra enorme quantità di volontariato, la più alta nel mondo, e alle nostre leggi di welfare, che sono leggi straordinarie. Non dobbiamo fare di ogni erba un fascio e non dobbiamo pensare che tutto sia perduto. Perché guardando quelle facce dei Cavalieri del lavoro, ma anche dei giovani che avevano preso dieci su dieci…
Quello è il futuro. Sorridevo vedendo queste persone, questi ragazzi, questi signori che avevano costruito una vita di lavoro per sé e per tutti gli altri. Per questo dico calma e gesso. Misuriamo, distinguiamo, esprimiamo il meglio della nostra storia solidale e culturale, della storia di un Paese che si è evoluto nel tempo partendo da un enorme retaggio culturale, artistico e scientifico. Questo nostro Paese dà il segno all’Europa. Diamo una mano all’Europa, perché la chiave della soluzione è in Europa.
E ancora una volta la nostra cultura, il nostro passato può essere la risposta.
Assolutamente. E lì bisogna combattere l’inflazione e dare risposte, anche in termini di sicurezza. Ho letto da qualche parte che se si rompe un vetro è sbagliato chiamare il sociologo per capire perché è stato rotto. Si deve chiamare il vetraio a cambiare il vetro. Se ci sono problemi di sicurezza e di ordine pubblico, affrontiamoli innanzitutto con l’intelligenza e la maturità che abbiamo, con le nostre istituzioni, con le nostre forze dell’ordine, anche se non basta. Occorre affrontare il problema strutturale di cui parlava il Presidente Mattarella. E poi, con grande attenzione e puntualmente, andare con amore in soccorso di tutti gli Yousef d’Italia e d’Europa.
* da Radio Radicale, «Rivoluzione in corso» 23/10/2026
